La tragedia libica dinanzi alle decisioni degli stati occidentali

La tragedia libica dinanzi alle decisioni degli stati occidentali

 

L’instabilità della questione libica, determinata fin dal 2011 dal conflitto tra fazioni ostili, peggiorata dall’avanzata in quelle aree delle milizie dello Stato Islamico, ha attratto l’attenzione dei media e sta per aprire nuovi scenari nella diplomazia internazionale. Dopo la decapitazione dei 21 cittadini egiziani di religione cristiano-copta, alla quale l’Egitto ha reagito “vendicandoli” – come recita un comunicato delle forze armate egiziane – con diversi raid aerei che hanno colpito i fortini dei terroristi islamici a Derna, in Europa, a Washington e al Palazzo di Vetro a New York si accendono le discussioni e si valutano tutte  le possibilità di una soluzione condivisa.

La partita all’Onu

Il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi e il presidente francese Hollande, premono per un intervento dell’Onu. In ogni caso, bisognerà comprendere in quale raggio d’azione si potranno sviluppare le eventuali decisioni che saranno prese a partire dalle ore 9 di New York di mercoledì 18 febbraio – ammesso che se ne prendano – all’interno del Palazzo di Vetro. Negli ultimi giorni, analisti e giornalisti sono tornati a sottolineare le differenze tra le operazioni di peacekeeping e peace-enforcement, dove le prime hanno come obiettivo quello di mantenere la pace con il consenso delle parti in causa e le seconde, invece, prendono il via nel momento in cui non si raggiunge un accordo. Chi sono però le parti in causa? La Libia è un territorio politicamente eterogeneo che da quattro anni, dopo la caduta di Gheddafi, non gode di una leadership chiara, con la quale sia possibile aprire un fronte diplomatico. Dall’altra parte troviamo militanti e simpatizzanti del Califfato, anch’esso tutt’altro che una realtà politica ben definita e con la quale sembra impossibile scendere a patti. Allo stesso tempo, non si conosce nel dettaglio l’entità della sua struttura militare, in Libia, e ciò comporta l’impossibilità di definire un piano militare d’intervento vero e proprio. Il primo passo da fare, se si vuole essere pragmatici e lungimiranti, è quello di comprendere chi sono gli alleati nordafricani e quanto questi siano disposti a mettersi in gioco nella partita contro lo Stato Islamico. L’espansionismo dell’Isis preoccupa principalmente, oltre all’Egitto, anche il Marocco, la Tunisia e il Ciad, quest’ultimo colpito qualche giorno fa dai miliziani jihadisti di Boko Haram, altra formazione terroristica che mira alla creazione di uno Stato Islamico in Nigeria e all’imposizione della Sharia. Domani si riunirà il Consiglio di Sicurezza dell’Onu e si analizzerà la possibilità, così come chiesto dall’Egitto, di una risoluzione che autorizzi un intervento internazionale.

La partita in Italia

Il premier Matteo Renzi ha riunito i ministri interessati a Palazzo Chigi. Presenti il ministro degli Esteri Gentiloni, quello degli Interni Alfano, della Difesa Pinotti e il sottosegretario Marco Minniti. Il clima interventista che si è respirato nelle ultime ore fortunatamente è sparito, come dimostra perfino l’intervento del ministro Gentiloni alla Camera. Renzi ha strattonato il guinzaglio dei suoi ministri, riportando tutti su di un’unica linea programmatica, quella che si basa interamente sulla diplomazia. Promuovere la pace e la stabilità in Libia – era ora, verrebbe da pensare – è l’obiettivo cardine del governo, parallelo alla lotta al terrorismo.  L’Italia, recita la Costituzione, ripudia la guerra come strumento di offesa. Questo è chiaro. Ma è sua responsabilità imporsi come parte chiave del processo di pacificazione in Libia. La minaccia – che oltre la propaganda di certo non va – dell’Isis “a sud di Roma” lascia il tempo che trova. Ma niente va lasciato al caso e se il terrorismo è a sole poche miglia di distanza bisogna tutelarsi. Proprio per questo motivo il ministero dell’Interno e il Comitato Nazionale per l’Ordine e la Sicurezza pubblica sono al lavoro per potenziare la sicurezza degli obiettivi sensibili: pronto un contingente di 4.800 militari delle Forze Armate che sarà impiegato a loro difesa. Il contingente assicurerà, in forma ampliata, la prosecuzione dell’operazione ‘Strade sicure’.

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