Jobs Act. Uno schiaffo di Renzi al Parlamento, alla sinistra Pd e anche a tutto il “suo” Pd

Jobs Act. Uno schiaffo di Renzi al Parlamento, alla sinistra Pd e anche a tutto il “suo” Pd

Un piccolo particolare ma che vuol dir molto. Riguarda Renzi uno e Renzi due. Era ancora in corso il Consiglio dei ministri per approvare quell’obbrobrio che si chiama Jobs Act (ci scusi il ministro Poletti ma non troviamo altra definizione per un provvedimento che pagheranno duramente i lavoratori e i giovani). Il premier lanciava il suo famoso hasthag: “Jobs Act rottamiamo 200 mila cocopro”. E faceva “filtrare” il fatto che le modifiche al testo sarebbero state nulle o quasi, i licenziamenti collettivi rimanevano. Subito rilanciate dai media osannanti, in attesa del gran finale di Renzi Matteo.Passava un’ora circa e arrivava il Renzi due in conferenza stampa: “Jobs Act: abbiamo rottamato 200 mila cocopro e l’articolo 18”.Non sono stati cancellati i licenziamenti collettivi. Con il Renzi uno il premier prendeva due piccioni con una fava, Dava già l’annuncio ai media, annuncio fasullo perché non era vero ma i nostri colleghi che volevano sentirsi dire solo quello, erano contenti e rilanciavano subito sugli online. Umiliava il Parlamento, perché l’eliminazione dai Decreti dei licenziamenti collettivi era stata chiesta alla unanimità dalle Commissioni Lavoro Camera e Senato.

La protesta del Presidente della Camera, di deputati e senatori

Alla protesta di Cesare Damiano (presidente Commissione Lavoro Camera) che parlava di errore del governo, si aggiungeva quella di tre senatori, Fornaro, Guerra e Pegorer. “Il governo – affermavano – ha nei fatti preso in giro il Parlamento, umiliando deputati e senatori che in queste settimane si sono impegnati per migliorare il testo dell’esecutivo e per renderlo coerente con gli indirizzi della originaria legge delega: un atteggiamento ingiustificato e ingiustificabile”. Interveniva anche Guglielmo Epifani, presidente della Commissione Attività produttive della Camera.”Nel testo approvato dal Parlamento – afferma -, non si parlava di licenziamenti collettivi. Il Governo nei decreti li ha invece inclusi. Le due commissioni parlamentari di Camera e Senato hanno chiesto di toglierli, invece il Governo oggi li ha confermati. Non c’è niente da dire: una scelta grave nel metodo, inaccettabile nella sostanza”. Una vera e propria censura nei confronti del governo arriva dalla Presidente della Camera, Laura Boldrini. Ricorda che sui licenziamenti collettivi inseriti nel decreto c’erano i “pareri non favorevoli delle Commissioni di Camera e Senato e, forse sarebbe stato opportuno tenerli nel dovuto conto”. Poi aggiunge: ”Credo che non sia nella riforma del mercato del lavoro che si possa davvero puntare per una ripresa, bisogna crearlo il lavoro, e mi auguro che questa sia una priorità, perché il lavoro è la madre di tutte le emergenze”.

Il premier ascolta Sacconi, Lupi, Confindustria, ignora i parlamentari Dem

Ma perché Renzi non ha tenuto in alcun conto i pareri espressi dal Parlamento? La risposta  è “elementare”, direbbe  Sherlock Holmes,per due motivi,il primo perché il Nuovo centrodestra, con Sacconi e Lupi avevano dichiarato che sarebbero insorti, la stessa Confindustria aveva lanciato segnali. Il secondo, per dimostrare che a lui del Parlamento non importava un fico secco, come aveva fatto nel corso del dibatto alla Camera sulla riforma del Senato.

Questo è il volto di Renzi premier che insieme al Parlamento umilia il Pd, il cui gruppo è la forza portante del governo. Dice Stefano Fassina che le scelte fatte dal governo sono “una grave frattura e ferita nei confronti delle Camere. È  stato uno schiaffo al gruppo parlamentare del Pd. Si è tornati agli anni Cinquanta. La propaganda di Renzi prende in giro i precari e procura un danno ai lavoratori”, E si dice d’accordo sull’iniziativa della Cgil che ha promosso una raccolta di firme su una legge di iniziativa popolare: “Ritengo sia la strada giusta, è evidente che il Parlamento da solo non ce la fa”. Ma c’è un terzo soggetto cui Renzi,da segretario del Pd, ha voluto dare uno schiaffo proprio alla vigilia dell’assemblea nazionale di Sinistra dem.

Cuperlo: Nel Pd, con altri, vogliamo costruire una grande sinistra

“Abbiamo rottamato l’art. 18”, parole aggiunte all’annuncio della rottamazione dei cocopro, erano proprio rivolte alle minoranze della sinistra del Pd, una minaccia, un avvertimento tipico di altre “associazioni” che arriva proprio nel momento in cui Gianni Cuperlo alla assemblea dice: “Noi siamo nel Pd e nel Pd vogliamo costruire con altri, non da soli,una grande sinistra”. E questo è proprio quello che Renzi teme molto, preferisce minoranze divise, frantumate, o meglio,magari singoli forni cui concedere qualcosa come il sovrano che fa elargizioni, sua sponte. Cuperlo aveva risposto a Renzi duramente dando un giudizio molto critico sui decreti attuativi: “Non credo – ha detto – che quella di ieri sia stata una giornata storica. Non lo è stata se guardi le cose con gli occhi dei lavoratori che sentono di aver perso qualcosa, della loro storia e dignità”. Pippo Civati parla anche del decreto sulle liberalizzazioni. E dice, “un minibersani ( più che una lenzuolata, un tovagliolo), mentre il Jobs Act era il provvedimento che aspettava da anni la destra. Che infatti festeggia. Meno di Bersani (sulle liberalizzazioni), più di Berlusconi (sul lavoro)”. Interviene, forse per la prima volta, in modo così netto in particolare sull’art.18, il M5S, con Luigi Di Maio. “È drammatico – afferma – che un presidente del Consiglio si vanti di aver rottamato l’articolo 18 in un Paese in cui sempre più persone non hanno più stabilità e garanzie nel mondo del lavoro”. “È una presa per i fondelli il fatto che dica che ha abolito i Co.co.pro e i Co.co.co”. Il sindaco di Napoli, De Magistris afferma che Renzi passa alla storia come il premier che ha rottamato 50 anni di lotte operaie e parla di  “macelleria sociale arrogante e violenta”.

Un grande schieramento contro il Jobs Act ma i media ignorano

C’è insomma un grande schieramento di forze, Cgil, Cisl, Uil in testa, forze politiche dalla sinistra del Pd a Sel ai Cinquestelle, ai movimenti, alle associazioni, che rappresentano milioni di lavoratori, ma la grande stampa riporta qualche dichiarazione, qualche intervista, inserite in un quadro di osanna, un’orgia renziana con imprenditori che gridano finalmente basta con l’articolo 18, una vittoria dell’impresa. Ora si apriranno le porte del lavoro per i giovani. Magari sono gli stessi che pochi mesi fa dicevano che non era l’articolo 18 l’ostacolo per creare posti di lavoro. Lo diceva lo stesso Renzi. Gli scriba  dei grandi giornali, economisti improvvisati, prendono per oro colato in particolare il  fatto che la precarietà scomparirà. Non si domandano  neppure quali dei 47 contratti scompariranno. Troppa fatica pensare con la propria  testa, leggere le carte. La Cgil, con Susanna Camusso, dopo le prime prese di posizione a caldo interviene a colpi di tweet: “Restano i cocopro e se si somma la monetizzazione crescente la precarietà aumenta, non diminuisce. #Soloammuina non #cambiaverso”. “Più precarizzati, meno pagati”, “sei a termine, somministrato, a chiamata, p.Iva, accessorio, oppure sei indeterminato ma non più tutelato. E se rivendichi i tuoi diritti sei demansionato o licenziato”. “Licenziamenti vincono, diritti perdono, alla fine pagano i lavoratori”.

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