Gianni Rinaldini (Cgil): può nascere una forza di opposizione sociale di massa

Gianni Rinaldini (Cgil): può nascere una forza di opposizione sociale di massa

Gianni Rinaldini è stato leader della Fiom Cgil dal 2002 al 2010, anno in cui passò il testimone a Maurizio Landini. Oggi fa parte del Direttivo nazionale della Cgil. Lo abbiamo intervistato sulla vicenda che ha interessato proprio l’attuale leader della Fiom, la cui intervista sul Fattoquotidiano di domenica 22 febbraio, sulla presunta fondazione di un partito, ha suscitato i commenti sarcastici e duri del premier Matteo Renzi. In realtà, nella serata di domenica, lo stesso Landini, in una nota, ha precisato che intendeva dire altro, rispetto a quanto riportato erroneamente nel titolo, e che non “si candiderà in nessun partito”.

 Rinaldini, come giudichi lo scambio a distanza tra il segretario della Fiom e il premier Renzi?

Dico semplicemente che il segretario della Fiom ha ragione, e lo dico a ragion veduta. La sua analisi è corretta, e il suo giudizio sul governo Renzi assolutamente condivisibile. Cosa è accaduto? Intanto, viene spacciata dal premier e dal suo governo per modernità la pura e semplice cancellazione dei diritti del lavoro, i diritti conquistati con faticose lotte dal Dopoguerra ad oggi. É la cosa più beffarda, dire che è moderno ciò che in realtà appare un salto nel passato. Tuttavia, ciò ci consegna una situazione del tutto inedita, per il sindacato e per i lavoratori. Con le nuove norme e con la cancellazione dell’articolo 18, siamo stati ricacciati nelle condizioni di quando è nato il movimento operaio nel XIX secolo. La cruda realtà è questa.

Perciò tu definisci in qualche modo “ideologico” e passatista il segno del cambiamento impresso da Renzi?

Del resto, Renzi lo ha detto e lo ripete esplicitamente spesso – lo ha fatto anche domenica nella trasmissione condotta da Lucia Annunziata – che il modello Fiat e di Marchionne è il modello che si vuole introdurre anche in Italia. Si tratta di una rottura con la storia europea, che assume come riferimento politico, sociale ed economico i paesi anglosassoni e in particolare gli Usa, dove il movimento operaio è morto negli anni Venti del Novecento. Da quelle parti, il sindacato e il movimento dei lavoratori non hanno la storia antifascista tipica dei paesi europei dal dopoguerra e dunque non rappresentano un soggetto sociale forte. Si immagini che negli Usa non sanno neppure cosa sia un contratto nazionale di lavoro.

Parlare di sfida democratica a Renzi, come ha fatto Landini, è dunque legittimo e giusto dal tuo punto di vista.

Siamo in una situazione democratica difficile e perfino inimmaginabile, perchè tutto ciò è avvenuto con il voto di un governo e di un parlamento eletto con sistema elettorale incostituzionale. Questo Parlamento, di nominati senza rappresentanza reale, ha abolito lo Statuto dei diritti dei lavoratori. Questa è la ferita alla democrazia.

Secondo te, come dovrebbe agire il sindacato, e la Cgil in particolare, a questo punto?

Per il sindacato si tratta di una situazione inedita. Anche su questo mi pare abbia ragione Landini: non riguarda più la sola politica contrattuale, che pure versa in gravi difficoltà, ma riguarda qualcosa di più profondo, i diritti democratici e di libertà sindacale e il riconoscimento del ruolo delle lavoratrici e dei lavoratori in una società aperta e democratica. La dissociazione operata da questa “ideologia” tra lavoro e diritti rinvia di fatto alla situazione dell’Ottocento. Se oggi, e ad esempio con le nuove regole, un lavoratore arriva con 5 minuti di ritardo, non è più semplicemente penalizzato ma è a rischio di licenziamento, o di demansionamento. È questo il pericolo della nuova regola del controllo informatico sul posto di lavoro. I lavoratori se ne sono già accorti. Alla Telecom Italia, 10.000 lavoratori circa, è stato firmato unitariamente un accordo da Cgil, Cisl e Uil, ma senza il consenso dei componenti della delegazione trattante della Cgil. Successivamente, il referendum tra i lavoratori ha bocciato quell’accordo, nonostante la firma delle tre organizzazioni sindacali, proprio per la presenza del controllo da Grande Fratello. I lavoratori della Telecom Italia hanno capito subito cosa voglia dire quella norma sul controllo della prestazione lavorativa su ogni singola persona. Per fortuna non è passato. Al Referendum aziendale ha partecipato l’89% dei dipendenti, che al 60% hanno bocciato i controlli e l’accordo. Vedrai, il rifiuto del controllo si diffonderà in tutte le grandi fabbriche a macchia d’olio. E per quanto riguarda la mia organizzazione, la Cgil, ha già deliberato in Direttivo nazionale la necessità di cercare modelli democratici alternativi, attraverso una nostra proposta di un nuovo statuto delle lavoratrici e dei lavoratori, con milioni di firme e aprendo una consultazione straordinaria tra tutti gli iscritti. Tra queste iniziative non è escluso il referendum abrogativo.

È questo il senso che anche Landini attribuiva al termine “politica”?

Direi proprio di sì. Grandissima parte delle iniziative sindacali sono “politiche”. Uno sciopero generale è un atto politico. Ed è anche evidente che ogni ragionamento si faccia a sinistra non si può più prescindere dalla costruzione di una opposizione sociale. Ora, a me pare chiaro che l’intenzione di Landini sia quella di lavorare con diversi soggetti che operano nel sociale, in modo da andare oltre il sindacato. Il che significa costruire una piattaforma politica di massa, anche guardando alle esperienze di altri paesi europei, e il riferimento è a Syriza e a Podemos. La traduzione in partito, cui è stata sottoposta l’intervista di Landini, è una devastazione e una semplificazione del linguaggio.

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