“Birdman”, il disperato bisogno di essere amati

“Birdman”, il disperato bisogno di essere amati
La grande affermazione alla notte degli Oscar di “Birdman” di Alejandro Inarritu rivela che il grande fascino nei confronti del mondo o meglio dell’industria dello spettacolo è ancora molto forte e attrattivo. Il mestiere dell’attore con tutte le complicazioni psicologiche e psicanalitiche è al centro dell’ultimo film del regista messicano. Il dramma di molti artisti della recitazione è la difficoltà di far convivere la vita fuori dal palcoscenico con quella sotto i riflettori della ribalta. Inoltre nel film è evidenziato un altro aspetto patologico degli attori: il disperato e infantile bisogno di avere conferme, di piacere, di essere amati. Una sorta di narcisismo infantile, un ego malato. Tutti i protagonisti del film, da Michael Keaton (un attore con un passato luminoso in pellicole di cassetta che tenta di dimostrare prima a se stesso e poi al pubblico che lui è un grande artista), a Edward Norton (uno spavaldo e spregiudicato 40enne di successo che vorrebbe nascondere le sue profonde fragilità fuori dal palco) a Noemi Watts (insicura e indecisa sia come attrice che come compagna dell’istrionico Norton) ad Andrea Riseborough che nel film interpreta la nevrotica compagna di Keaton, chiedono a rotazione conferme sul proprio presunto talento artistico. Il ritratto più angoscioso e realistico, perno del film, è ovviamente quello del protagonista, Riggan Thompson, star decaduta che vuole giocare l’ultima carta della sua vita: mettere in scena uno spettacolo teatrale “What we talk about when talk about love” del grande scrittore Raymond Carver. Cimentandosi con questo protagonista della letteratura americana del ‘900, Michael Keaton disegna con straordinaria partecipazione emotiva e psicologica un 60enne alla deriva, allo sbando con tante illusioni, rimorsi, grandi dolori con la ex moglie (Amy Ryan) e incomunicabilità la figlia (Emma Stone). A gravare su Michael Keaton ci sono la sensazione di aver fallito la carriera di attore e una disastrosa situazione economica e familiare. Riggan in quattro giorni di programmazione, tre dei quali sono anteprime, dovrà fronteggiare il nuovo attore del cast, Mike Shiner (un convincente ed espressivo Edward Norton), che tenterà di usarlo come trampolino per la sua carriera. Shiner, infatti, rappresenta la figura dell’attore ideale, anche se nel mondo reale continua a recitare con tutti e quando si trova sul palcoscenico fa tutto meno che fingere. Le anteprime si rivelano molto problematiche a causa della tensione creatasi tra i componenti del cast, sfociando in episodi imbarazzanti e liti furiose. Riggan deve fare inoltre i conti anche con la figlia Sam, ex tossicodipendente, con la quale ha un rapporto disastroso poiché lei lo accusa di non essere mai stato presente nella sua vita. Il problema più grande però, riguarda il tentativo di mettere a tacere il suo ego, rappresentato in questo caso dal suo personaggio Birdman, la cui voce, che Riggan sente nella sua testa, tenta di dissuaderlo dal continuare con il teatro e lo spinge a ritornare a fare blockbuster. Per questo dramma psicanalitico a metà strada tra “All that jazz” di Bob Fosse e il cinema ‘esistenziale’ di Bergman e Scorsese, il messicano Alejandro Inarritu, cambia completamente il suo stile e il suo approccio cinematografico e visivo. “Birdman” apparentemente non sembra quasi una sua opera. Mancano i grandi spazi di “Babel” e “21 grammi”, è assente la povertà e il degrado di “Amores perros” e “Biutiful”. Il nuovo film di Inarrito è claustrofobico (la pellicola è girata interamente all’interno dello storico teatro Saint-James vicino a Time Square), con una fotografia cupa e volutamente ‘dark’. Straordinario e innovativo è il commento sonoro del film scelto da Inarritu: l’eccellente e poliedrico batterista jazz Antonio Sanchez che con le sue sincopate figure percussive racconta le nevrosi, le crisi e le furiose liti che coinvolgono tutti i protagonisti di questo sconvolgente dramma psicologico.

 

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