Thomas Piketty rifiuta la Legion d’onore

Thomas Piketty rifiuta la Legion d’onore

L’economista francese Thomas Piketty, noto in tutto il mondo per aver scritto il Capitale del XXI secolo (1 milione di copie vendute in poche settimane solo negli Usa), ha rifiutato la nomina al grado di cavaliere della Legion d’onore francese. “Rifiuto questa nomina”, ha commentato Piketty, “perchè non credo che spetti al governo decidere chi sia o non sia persona onorevole”, anzi ha aggiunto che “lo Stato farebbe bene a consacrarsi al rilancio della crescita in Francia e in Europa”, piuttosto che distribuire onorificenze.

Nel Capitale del XXI secolo, Piketty ha dimostrato, o quanto meno ha tentato di farlo, la tendenza spontanea del mercato a una sempre maggiore concentrazione di ricchezze in poche mani, e la richiesta di più Stato per riequilibrare le disuguaglianze economiche e sociali che si sviluppano con tale concentrazione oligopolista. Piketty è stato molto vicino al Partito socialista francese. Ora, è il più critico delle politiche economiche di Hollande e di Manuel Valls. Egli accusa l’attuale Partito socialista francese di aver tradito le promesse elettorali, soprattutto in materia di riforma fiscale, nel senso di una maggiore e più razionale progressività delle imposte, uno dei cavalli di battaglia di Piketty: “far pagare di più a chi ha di più, e meno a chi possiede meno”.

Come Piketty, altri geniali protagonisti della vita culturale francese hanno rifiutato l’onorificenza. Claude Monet, Geroges Bernanos, Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Albert Camus, Leo Ferrè, George Brassens, Pierre Curie, che disse “non ne vedo la necessità”, George Sand, che a sua volta giustificò con queste parole il rifiuto “vorrei evitare di avere l’aria di una vecchia vivandiera militare”. Infine, nel 2012, la ricercatrice Annie Thebaud-Mony, specialista di tumori professionali, aveva rifiutato l’onorificenza per denunciare “l’impunità dei responsabili dei gruppi industriali, protagonisti di crimini contro la salute”. Bel coraggio, non c’è che dire.

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