Renzi: un comizio superficiale, dinanzi al Parlamento europeo assente. Intanto, copia Juncker sui favori fiscali alle multinazionali

Renzi: un comizio superficiale, dinanzi al Parlamento europeo assente. Intanto, copia Juncker sui favori fiscali alle multinazionali

Abbiamo cercato sul Web le reazioni internazionali al discorso di chiusura di Matteo Renzi davanti al Parlamento Europeo riunito in Assemblea plenaria a Strasburgo. Almeno in Rete, abbiamo pescato una sola notizia, e neppure un commento. La notizia è apparsa sul quotidiano francese Le Figaro, che titola tuttavia: “Dimissioni immenti del presidente italiano Giorgio Napolitano”. Nella notizia, dieci righe, si scrive che ad annunciarlo è stato il premier Renzi nel discorso finale della presidenza italiana del semestre europeo, e si citano le sue parole che chiedevano l’applauso del Parlamento europeo in onore di Napolitano. Tutto qui, per ora. Probabilmente, i commenti potremo leggerli domani sulle edizioni cartacee. O almeno, davvero, lo speriamo. Anche se dobbiamo amaramente constatare, e l’amarezza è data dal fatto che Renzi rappresenta tutti gli italiani nelle istituzioni internazionali, che il suo discorso non è stato memorabile. Anzi, è apparso confuso, intellettualmente perfino scorretto, e in alcuni passaggi abbastanza oscuro. E politicamente scarsamente impegnativo. Detto questo, però, non ci uniremo al coro leghista e grillesco, che mentre scriviamo, si è levato contro “il vuoto” del discorso di Renzi. Il nostro è un modesto punto di vista critico nei confronti di un discorso tenuto dinanzi alla massima Assemblea legislativa europea dal nostro premier. Come si dice in questi casi, ci piace dialogare con Renzi, cogliendo almeno un paio di questioni culturali che egli ha sollevato, ma senza davvero fare lo sforzo di problematizzarli. Esamineremo due questioni che hanno acquistato soprattutto in queste ore, e dopo la vicenda parigina del massacro di 17 persone, un enorme peso simbolico, e probabilmente avrebbero dovuto essere affrontate diversamente da Renzi.

La questione dell’identità europea

Renzi ne ha fatto la questione centrale di tutto il suo ragionamento, usandola soprattutto come chiave di lettura interpretativa dei recenti fatti francesi e della “Marcia dei Repubblicani” di domenica. Capiamo la sua preoccupazione: far uscire il confronto con l’Islam dalle secche di una concezione troppo securitaria, ovvero, dal facile dualismo sicurezza-libertà che è stato posto al centro del dibattito pubblico europeo in questi giorni. Renzi ha pensato che la soluzione dell’immancabile conflitto tra maggiore sicurezza e minore libertà potesse appunto essere il rilancio della questione identitaria del continente. Ne ha fatto dunque una questione di civiltà, e poi di confronto interno alle forze politiche. Ma qui si è fermato, con qualche presunzione di troppo, come quando ha sostenuto che il contrario di identità è l’ideologia della disgregazione da un lato, e quella della sindrome da fortezza assediata dall’altro. Ed ha aggiunto che egli è orgoglioso di essere europeo, italiano, fiorentino, al punto da citare il Canto XXVI dell’Inferno di Dante, quello in cui è protagonista Ulisse (padre di Telemaco, su cui aveva invece centrato il discorso di investitura a luglio) con la frase più celebre al mondo, che pure gli studenti di prima media citano a memoria, senza sbagliare (e Renzi l’ha sbagliata): “fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza”. Renzi ha sostituito quella “a viver” con “per viver”. Sarebbe troppo lungo qui disquisire sulla differenza notevole tra quelle due preposizioni semplici, a e per. Diciamo solo che quando Dante usa la preposizione “a” vuol significare che l’umanità è adatta alla virtù e alla conoscenza, come la migliore tra le creazioni, altrimenti si diventa “bruti”, che è l’opposto della civilizzazione, e non “per” che invece esprime un finalismo che lo stesso Dante aborriva. Ma il punto vero non è questo. Se Renzi voleva sostenere che parte dell’identità europea è nella costruzione della Ragione, allora Dante è davvero fuori luogo. Avrebbe dovuto citare l’Illuminismo e il secolo XVIII, e lo sforzo compiuto nel corso di due secoli e mezzo per distinguere “razionalmente” il diritto dalla religione, distinzione che è a fondamento delle società aperte e degli stati laici e costituzionali del XX secolo, quelle sì conquiste “europee”. Avrebbe dovuto, insomma, avventurarsi su un terreno, forse per lui difficile e scosceso, per il quale si giunge all’identità europea come costituita dalla idea moderna di laicità, come metodo democratico, dalla quale discendono le forme del pluralismo e della democrazia. Senza l’invenzione illuminista e moderna della laicità, non esiste identità europea. Non basta fare riferimento alla Ragione (sia pure dantesca), occorre anche rilevare come l’Europa abbia sviluppato, con moltissime sofferenze di tante generazioni, nel corso del XX secolo la traduzione politica della Ragione. Avrebbe dovuto giustificare, inoltre, il ritardo con cui la Chiesa cattolica, ad esempio, è pervenuta alla distinzione tra Diritto e Religione, tra reato e peccato, una conquista molto recente. Ecco perchè l’identità europea ha una sua forza obbiettiva che pesa su tutto il Pianeta, come avrebbe detto un celebre filosofo tedesco, Edmund Husserl, che ovviamente Renzi non pare abbia letto (scusate se anche noi ci permettiamo il lusso di qualche citazione colta), e come avrebbero in seguito suggerito Adorno e Horkheimer nella loro Dialettica dell’Illuminismo (il cui protagonista, non a caso, è proprio il mito di Ulisse). L’identità europea è tema straordinariamente importante e di strettissima attualità per ridurlo, come ha fatto Renzi, ad argomento di superficiale comizio, sia pure in un’aula importante come quella del Parlamento europeo di Strasburgo. Sarebbe stato più congeniale per Renzi limitarsi a fare il punto contabile, il consuntivo, della sua presidenza UE.

La questione Juncker. Ora si scopre che proprio Renzi vorrebbe copiare le agevolazioni fiscali per multinazioni & co

Il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker è un peso per l’Europa, enorme. Per effetto di ciò che di lui si è scoperto quand’era premier in Lussemburgo e quando trattava con centinaia di multinazionali planetarie forti riduzioni fiscali. Ora si scopre che Renzi vorrebbe introdurre anche in Italia il cosiddetto meccanismo del “ruling”, ovvero la possibilità di concertare e concordare con le grandi aziende multinazionali eventuali riduzioni fiscali a parecchi zeri. La novità è contenuta nello scandaloso “Investment compact”, il provvedimento che dovrebbe spingere le imprese a investire in Italia. Ed è un peso perché ha illuso e poi deluso proprio Renzi quando a maggio ha annunciato il piano d’investimenti per 300 miliardi, e a ottobre si è rimangiato tutto presentando una strategia di finanziamento degli investimenti che davvero fa ridere. Ebbene, invece di stigmatizzare questo Juncker, Renzi ha peccato di amnesia, dimenticando tutto ed esaltandone doti sconosciute. Se Renzi ha pensato così di tenere sotto scacco il presidente della Commissione europea per finalità non proprio chiarissime, ha sbagliato tutto, e ha fatto male i calcoli. Vedrete, da politico navigato quale è, Juncker mostrerà anche a Renzi che non è facilmente ingabbiabile, e che lui prende ordini solo da Berlino. E vedrete che quando a marzo la Commissione Europea guidata da Juncker dovrà valutare sul serio la nostra legge di stabilità, non rispetterà il patto segreto stipulato con Renzi, ma seguirà esattamente gli interessi economici dei tedeschi imposti dalla Merkel, con la complicità della SPD. In sostanza, se il successo della presidenza Renzi del semestre europeo è quel misero 0.3% di riduzione del deficit concordato con Juncker, allora davvero dobbiamo augurare buona fortuna all’Italia, e buona sorte agli italiani.

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