Napolitano, Renzi, la politica e la parola dimenticata: disuguaglianza

Napolitano, Renzi, la politica e la parola dimenticata: disuguaglianza

Nella notte, mentre chi poteva terminava il cenone con cotechino, lenticchie, dolci delle feste, i botti rompevano il silenzio gelido, i fuochi d’artificio squarciavano il silenzio provocando, come al solito, feriti anche gravi, televisioni e giornali online aprivano il nuovo anno con commenti, interviste, talk show improvvisati per commentare il discorso di Giorgio  Napolitano che se ne va. Qualche ora di silenzio e già alle prime luci dell’alba di nuovo commenti, interviste. Circa dieci milioni di telespettatori hanno assistito alla diretta televisiva. Pochi, tanti? La disputa fra le opposte fazioni è in corso. Diciamo che chi voleva lo ha ascoltato. Ovviamente, la gran parte dei commentatori si è soffermata su due problemi: il messaggio che Napolitano ha voluto lanciare in vista della elezione del nuovo Presidente della Repubblica che dovrebbe proseguire nella politica che lui ha portato avanti, un Presidente, dunque nella pienezza dei poteri. L’avvertimento è in primo luogo a Matteo Renzi, di cui ha nuovamente  lodato l’azione di governo per avere avviato le riforme. Si sa che il premier e segretario del Pd preferirebbe un presidente “ re travicello” ampliando i poteri del capo del governo, un  uomo solo al comando e non due con poteri paritari. Secondo problema, in pieno politichese, i rapporti fra le forze politiche, in realtà il rapporto con Berlusconi.

Uno dei fattori di fondo della crisi politica, economica, sociale

A noi interessa invece partire da cosa non ha detto Napolitano, da una parola che non ha mai pronunciato: disuguaglianza. Certo non spettava al Presidente della Repubblica, per di più in un discorso di commiato, tenere una lezione di economia politica. Ma la disuguaglianza è uno dei fattori di fondo della crisi politica, economica e sociale che il nostro Paese sta vivendo più di ogni altro in Europa. È la risposta che Napolitano  non si dà quando afferma: “Credo sia diffuso e dominante l’assillo per le condizioni della nostra economia, per l’arretramento dell’attività produttiva e dei consumi, per il calo del reddito nazionale e del reddito delle famiglie, per l’emergere di gravi fenomeni di degrado ambientale, e soprattutto – questione chiave – per il dilagare della disoccupazione giovanile e per la perdita di posti di lavoro. Dalla crisi mondiale in cui siamo precipitati almeno dal 2009, nemmeno nell’anno che oggi si chiude siamo riusciti a risollevarci. Parlo dell’Europa e in particolare dell’Italia.”

Debolezze e distorsioni della  struttura  dello Stato

E sempre partendo dalla parola disuguaglianza si danno risposte ad un altro dei “tormenti” del Capo dello Stato quando parla di “debolezze e  distorsioni antiche della nostra struttura economico-sociale e del nostro Stato ed afferma che “si può essere presi da un senso di sgomento al pensiero dei cambiamenti che sarebbero necessari per aprirci un futuro migliore, e si può cedere al tempo stesso alla sfiducia nella politica, bollandola in modo indiscriminato come inadeguata, inetta, degenerata in particolarismi di potere e di privilegio.”

Mazzucato:  il 10% dei ricchi italiani guadagna tre volte di più del restante 90%

Un articolo molto interessante di Mariana Mazzucato docente di Economia dell’Innovazione all’università del Sussex afferma che la crisi finanziaria globale che, cominciata nel 2008 e i cui strascichi si fanno ancora sentire, è stata provocata da due fattori, il “primo, l’aumento della disuguaglianza”, il secondo, la presenza di un settore finanziario deregolamentato, cresciuto più della produzione industriale. Mazzucato fa notare che il  10% più ricco della popolazione italiana guadagna tre volte del restante novanta per cento. Il reddito dei più poveri continua a regredire. I salari medi negli ultimi due decenni sono diminuiti dello 0,1% ogni anno. E non è vero che va male per tutti. La quota dei profitti  sul totale dei redditi in Italia raggiunge il record del 45% rispetto alla media europea del 40%. I profitti continuano a crescere rispetto ai salari.

Il governo Renzi ostaggio delle richieste delle imprese

L’articolo affronta poi il problema di una industria sempre più finanziarizzata a scapito dei necessari investimenti produttivi. Parla del “governo Renzi, ostaggio delle richieste delle imprese” e parla di governi, prende ad esempio quello italiano, che portano avanti “un attacco generalizzato contro i diritti dei lavoratori”. L’articolo di Mazzucato è collocato in prima pagina, nello spazio degli editoriali. Non si sa se per caso o volutamente si trova subito sotto il titolo di apertura sul discorso di Napolitano.

Bobbio: la questione sociale, la distinzione fra destra e sinistra

Da una “dimenticanza” del Presidente della Repubblica e di tanti altri partiamo per fare del 2015 l’anno della uguaglianza richiamando Norberto Bobbio che su questo problema ha scritto pagine mirabili in cui sottolinea che “il grande problema della diseguaglianza tra gli uomini e i popoli di questo mondo è rimasto in tutta la sua gravità e insopportabilità (perché non dire, anche, nella sua minacciosa pericolosità per coloro che si ritengono soddisfatti?)”.  E proseguiva: “Di fronte a questa realtà, la distinzione fra la destra e la sinistra, per la quale l’ideale dell’eguaglianza è sempre stato la stella polare cui ha guardato e continua a guardare, è nettissima. Basta spostare lo sguardo dalla questione sociale all’interno dei singoli stati, da cui nacque la sinistra nel secolo scorso, alla questione sociale internazionale, per rendersi conto che la sinistra non solo non ha compiuto il proprio cammino ma lo ha appena cominciato”.  Già,  la sinistra. Forse  Renzi non conosce bene Bobbio, forse lo ha dimenticato, forse fa finta di niente. Ma questo per l’Italia, per l’Europa, è il problema. In primo luogo per il Partito del socialismo europeo di cui facciamo parte. Anche per questo ringraziamo Napolitano per la dimenticanza, certo non voluta nel momento in cui ha richiamato i valori  della nostra Costituzione, per l’oggi e per il futuro.

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