La reporter che si finse jihadista e incrociò il braccio destro dell’emiro dell’IS

La reporter che si finse jihadista e incrociò il braccio destro dell’emiro dell’IS

Per un puro caso, sarà nelle librerie francesi da giovedì, il giorno successivo alla strage di Charlie Hebdo, un libro che avrebbe fatto comunque discutere. Si tratta di Dans le peau d’une djihadiste, Nella pelle di una jihadista, scritto dalla giornalista Anna Erelle. Per circa un mese, la giornalista francese si è fatta passare per una giovane desiderosa di partire per il jihad. Minacciata dallo Stato islamico, la giornalista ha deciso di raccontare la sua avventura nel suo libro.

L’anno scorso, racconta Anna Erelle, si è fatta passare su Internet per Melanie, una ventenne desiderosa di partire per il Medio Oriente. Nell’aprile 2014, Anna s’inventa un profilo su Facebook, quello della giovane Melanie, sul quale scrive più volte di voler partire per un campo di addestramento, in Siria o in Irak. Un giorno riceve un messaggio da Abou-Bilel, un militante di 38 anni, che combatte a Raqqa, in Siria. Le chiede se è mussulmana e le propone di andare a trovarlo. “Si direbbe una specie di commerciante”, commenta la giornalista. “Per lui”, prosegue, “Melanie non rappresenta che un profilo tipo. Non ne conosce l’età, né il colore degli occhi, nemmeno la situazione famigliare, e neppure pare interessargli”. Le racconta della purezza dell’Islam e delle ragioni per cui dovrà raggiungerlo. Immediatamente dopo, la relazione tra i due si sposta dalla pagina Facebook su Skype, via webcam. Anna s’ingegna ad apparire una convinta mussulmana: indossa lo hijab, usa espressioni arabe e camuffa la voce. “Ho adottato un linguaggio un po’ gergale e un po’ arabo”, racconta la giornalista. “Facevo volontariamente errori di ortografia e lui non ha mai avuto dubbi”.

A poco a poco, cresce la fiducia tra la giovane “ventenne” e il terrorista. “Abbiamo impiegato del tempo per giungere ad una certa intimità, perché all’inizio non potevo porgli domande troppo incisive. Altrimenti, avrebbe sospettato”. La giornalista resta prudente. Non ha importanza che Bilel sia il braccio destro di Abu Bakr Al-Baghdadi, capo dello Stato islamico. “Bilel”, prosegue nel racconto la giornalista, “aveva tre mandati: reclutava, imponeva le tasse e gestiva i battaglioni di combattenti. Ma era giunto ad uccidere con le proprie mani. Diceva che amava tagliare teste, torturare prigionieri di guerra e assestare il colpo definitivo”. Nel libro vengono mostrate le foto che il terrorista Bilel le ha inviato sullo smartphone: corpi trucidati e decapitati. Dopo alcune settimane di scambi via Internet, “Melanie” apprende che in un’altra vita, l’uomo, originario dell’Algeria, si chiamava Rachid e viveva in Francia, a Roubaix. Aveva lasciato presto gli studi e aveva commesso tanti delitti. Mussulmano, si era convertito al fondamentalismo agli inizi degli anni 2000, e aveva lasciato la Francia per combattere in Irak contro l’invasione americana del 2003. Inoltre, lo jihadista se n’era andato in Afghanistan per migliorare le tecniche di guerriglia, prima di passare in Pakistan e poi in Libia, al momento della caduta di Gheddafi. Nel 2013, lo ritroviamo in Turchia.

Dall’altra parte dello schermo, l’uomo preme su “Melanie” perché lo raggiunga a “Sham”, a Levante, per servire “la causa di Allah”. Tutti gli argomenti sono buoni per convincere la giovane: “Melanie, credo che tu abbia una bella anima, e se tu resti nel contesto di questi kuffar (miscredenti), brucerai all’inferno”. Ad ogni richiesta, il terrorista vanta i meriti dello Stato islamico. “Ho avuto l’impressione di avere avuto dinanzi a me il guru di una setta”, confessa oggi la giornalista. Un giorno arriva la svolta sotto forma di richiesta di matrimonio. E la giornalista continua a stare al gioco per estorcere altre informazioni. La inonda di parole d’amore, e la chiama più volte al giorno. “All’inizio, se ne fregava di Melanie, ma poi ha finito per nutrire dei sentimenti verso di lei”, afferma Anna Erelle. Col jihadista innamorato, Anna è costretta a fare buon viso a cattivo gioco per essere credibile, e per ottenere il permesso di raggiungerlo. “In quei momenti, ho scoperto di avere il talento di un’attrice”.

Nel frattempo, la giornalista assume tante informazioni sull’organizzazione terrorista. Abou Bilel le racconta, infatti, nel dettaglio il “normale corso” di una nuova recluta al suo arrivo in Siria. “Al mattino, corso di lingua, e al pomeriggio, lezioni di tiro”, le spiega il terrorista. “Al termine di due settimane, sarai sufficientemente forte per combattere e per raggiungere il fronte. Dovrai specializzarti, come nel reclutamento nel controspionaggio”. Il terrorista evoca altre missioni nobili: visitare i jihadisti feriti negli ospedali, la consegna dei farmaci dove necessitano. “Questa inchiesta è stata una delle più appassionanti della mia carriera”, confida Anna Erelle, “è stato fantastico essere riuscita a contattare colui che mi avrebbe consentito uno sguardo su Raqqa in tempo reale”.

Dopo un mese di contatti quotidiani, l’inchiesta volge al termine e la giornalista decide di troncare i rapporti col terrorista e di pubblicare il suo articolo. “A Raqqa capirono che non ero Melanie”, e da quel momento per la giornalista sono iniziate le pericolose ripercussioni sulla sua vita privata. “Ogni giorno, subivo minacce di morte e telefonate da sconosciuti”, perchè contro di lei era stata diffusa una fatwa. In un video online, viene diffuso il suo volto, accompagnato da un testo arabo: “fratelli miei attraverso il mondo, se la vedete, uccidetela”. Dopo le minacce, la giornalista è costretta a rifugiarsi dai genitori, e poi da amici. Praticamente, viene costretta a vivere in clandestinità.

Nove mesi dopo la pubblicazione dell’inchiesta, Anna Erelle dice di non vivere più nella paura, ma di stare sempre sul chi vive. Per la sua sicurezza, il suo editore le ha vietato di scrivere altri articoli sul tema e di pubblicare con uno pseudonimo. “Il problema”, conclude la giornalista, “non sono le minacce immediate, ma le rappresaglie. Sei costretta a diffidare sempre di tutti e a convivere con una spada di Damocle sulla testa”. E Bilel? “Penso che sia morto, ma nulla è certo”.

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