Grazie Presidente. E auguri

Grazie Presidente. E auguri

Con l’eleganza retorica che da sempre è il suo tratto distintivo, anche politico, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha confermato nel tradizionale messaggio di fine anno la sua volontà di dare le dimissioni. Ed ha affidato alle forze politiche e sociali e ai singoli cittadini il compito di far avanzare l’Italia, in una fase storica difficile, travagliata, complessa. L’età è un fardello che prima o poi diventa insopportabile, soprattutto quando si guida un’Istituzione importante, delicata e costituzionalmente rilevante come la presidenza della Repubblica, e non ci si può permettere di far finta che la lucidità intellettuale possa sopperire ai danni che il tempo procura sul corpo. Questa consapevolezza di sé, e dei propri limiti, manifestata da Napolitano, è diventata comune denominatore di ciascuno dei 10 milioni di spettatori del messaggio di fine anno. Ha fatto irruzione nelle case degli italiani all’ora del consueto cenone di San Silvestro. Ed è diventato improvvisamente il tema politico centrale di queste prime settimane del 2015. Non possiamo che essere grati al presidente Napolitano per aver pronunciato un discorso di verità, senza giri di parole, senza ipocrisie, e senza inutili formalismi.

“Non posso più sottovalutare i segni dell’affaticamento. Ho toccato con mano i limiti dell’età”, ha detto proprio nell’incipit del messaggio, il presidente. Il limite dell’umano irrompe nel gioco, quasi mai così limpidamente vero, della politica nazionale. Pur essendo un atto eminentemente politico, le dimissioni di Napolitano hanno una legittimazione prepolitica, umanissima, che non lascia più spazio né al solito chiacchiericcio da comari (il commento di Matteo Salvini ne è la testimonianza), né alle solite e rituali dichiarazioni postmessaggio. La chiave per comprendere l’intero messaggio di fine anno 2014, l’ultimo della sua vicenda presidenziale, è tutta qui. E forse non è estraneo a questa decisione, il suo sempre più stringente rapporto con papa Francesco, che il presidente cita ormai sempre più spesso. Perchè il passaggio vero, ma non detto, resta sempre quell’avvicinarsi dell’ultimo respiro che tuttavia ti lega sempre di più alla vita, che non vorresti mai lasciare, perchè la tua mente ancora lucida sente il tradimento del corpo, affaticato, limitato, spesso ammalato.

Napolitano ha reso pubblica questa consapevolezza, che lo accomuna ad ogni uomo, la cui età è tale da vivere immerso in questa dolorosa contraddizione. E si cercano altri medici, quelli che sanno parlare alla mente e all’anima, appunto. Con questo fardello, Napolitano ha poi affrontato alcuni temi centrali dell’agenda politica nazionale, senza però mancare di approfondire il senso del suo secondo mandato, quello che fu costretto ad accettare perchè la situazione politica, all’indomani delle elezioni politiche del 2013, si era fatta molto difficile, e l’Italia era davvero sull’orlo della bancarotta. Sul cambiamento di rotta di quella Italia, Giorgio Napolitano ha misurato i suoi 20 mesi di presidenza riconfermata, giungendo ad un sostanziale giudizio positivo, soprattutto in materia di equilibri politici e di riforme avviate. E tuttavia, anche dinanzi a questi progressi, non ha esitato a ricordare che la crisi economica ancora morde ferocemente, per “il dilagare della disoccupazione giovanile e la perdita di posti di lavoro”, perchè “dalla crisi mondiale non siamo ancora riusciti a risollevarci”, e soprattutto, ha aggiunto il presidente, occorre guardare ai modelli positivi, “esemplari”, stigmatizzando collettivamente “il sottosuolo di marciume da bonificare”. Lo ha sempre detto Napolitano, fin dal maggio del 2006, quando venne eletto per la prima volta: esiste un’Italia straordinaria, costituita da milioni di persone eccellenti, altruiste, disponibili all’altro, e un’altra Italia, marcia, corrotta, ladra. Da che parte si sta? È questa la domanda che Napolitano ha sempre posto agli italiani, e alla quale lui personalmente ha sempre risposto. Napolitano chiude i suoi nove anni di presidenza con il richiamo ipnagogico ai modelli “esemplari”, che dovrebbero valere per costruire una “nuova Italia”, il suo cruccio di sempre.

Il giudizio su Napolitano spetta ovviamente “agli storici e ai critici”, come egli stesso ha detto nel messaggio di fine anno. A me tuttavia, spetta segnalare che davvero la storia, il cammino, le scelte di Giorgio Napolitano non possono essere liquidate con battute, sia pure ad effetto, alla Grillo, né con la banalità del giudizio politico alla Salvini. È vero, negli ultimi mesi del suo mandato, in alcuni casi non è risultato del tutto convincente su alcuni passaggi, non solo legislativi e politici. Ma ciò che sempre ha rassicurato anche i critici più intelligenti è il suo straordinario senso dello Stato, l’ossequio della Costituzione, il rispetto per le Istituzioni repubblicane. Qualcuno, sbagliando, lo ha definito re Giorgio, ma un giorno, ai nostri figli e nipoti, qualche bravo storiografo racconterà che come ha vissuto lui il suo compito costituzionale di rappresentare l’unità della nazione, non l’ha fatto nessun altro. Grazie presidente. E auguri.

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