Gli affari d’oro di Buzzi e Carminati

Gli affari d’oro di Buzzi e Carminati
“Buzzi con la giunta Alemanno, e con gli amministratori pubblici che ne erano espressione, ha fatto affari d’oro, anche grazie al ruolo svolto da Massimo Carminati che con quei personaggi aveva dimestichezza perché provenienti dalla sua stessa area politica”. E’ quanto scritto dai giudici del tribunale del Riesame nelle 140 pagine di motivazioni alla decisione di respingere la richiesta di revoca della misura cautelare nei confronti di Salvatore Buzzi, finito in manette nell’ambito dell’inchiesta Mafia Capitale.
“Il fatturato delle cooperative”, scrive il collegio in riferimento alle onlus gestite dall’indagato, braccio destro di Carminati, “è più che raddoppiato in poco più di due anni, passando da circa 25 milioni a circa 60 milioni di euro”. Sulla circostanza, sempre stando a quanto sottolineato dal Riesame, sarebbe emblematica l’affermazione di Buzzi che, parlando con un altro indagato, dice “se vince il centro sinistra siamo rovinati”. Poi la conferma sulle infiltrazioni all’interno dell’Ama che sarebbero tali che “il fenomeno corruttivo ha raggiunto la massima espressione inquinando tutte le gare d’appalto”. A scriverlo sono i giudici del tribunale del Riesame di Roma nelle 140 pagine di motivazioni con cui hanno disposto la scarcerazione di Giovanni Fiscon, ex direttore generale di Ama, sottoposto a regime di arresti domiciliari. Con lo stesso provvedimento, i magistrati hanno invece confermato il carcere per Salvatore Buzzi, sottolineando che l’Ama, “piuttosto che improntare la propria attività a criteri di imparzialità e buon andamento della Pa, ha intrattenuto con le cooperative di Buzzi rapporti basati sulla corruzione”. In merito ai rapporti tra Buzzi e Fiscon, il tribunale afferma che i frenetici scambi di sms tra i due e gli incontri, denotano l’esistenza di interrelazioni e contatti del tutto anomali nel corso di una procedura di aggiudicazione di un appalto”. Sul solo Fiscon, inoltre, il parere del riesame è che “sussistono dubbi in ordine al riconoscimento dell’aggravante della mafiosa con riferimento del quale non emergono indizi univoci in ordine alla coscienza di agevolare l’associazione”. Riccardo Mancini, ex ad dell’Ente Eur, arrestato nell’ambito dell’inchiesta Mafia Capitale, è “funzionario corrotto, ma non sembra possa essere affermato che faccia parte dell’associazione criminale”. E’ questa, una delle motivazioni con cui il tribunale del Riesame di Roma ha disposto la modifica della misura cautelare disposta nei suoi confronti, passando dal carcere agli arresti domiciliari. L’ex Ad, scrivono i magistrati nelle 140 pagine del provvedimento con il quale hanno accolto la richiesta di revoca della misura cautelare in carcere presentata dal legale dell’indagato, è “un personaggio di elevato spessore e può senz’altro essere affermato che il suo modo di interpretare la funzione pubblica non abbia nulla a che vedere con i principi di fedeltà, di imparzialità e buon andamento della pubblica amministrazione”. “Peraltro – motiva ancora il Riesame – deve essere evidenziato che dagli atti emergono elementi contraddittori che non permettono di affermare, con il dovuto grado di probabilità, che egli sia un associato ex articolo 416 bis”. Secondo la ricostruzione fatta dai giudici, Mancini avrebbe in più occasioni dimostrato di volersi opporre all’associazione, “tanto da venir minacciato ed addirittura picchiato”.
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