Anno giudiziario: Italia devastata da mafia, criminalità organizzata, corruzione, malapolitica

Anno giudiziario: Italia devastata da mafia, criminalità organizzata, corruzione, malapolitica

Nelle aule dei Palazzi di giustizia l’inaugurazione da parte delle Corti d’Appello dell’anno giudiziario scorrono come un fiume in piena le relazioni dei magistrati. Raccontano di una Italia devastata da mafia, ‘ndrangheta, criminalità organizzata, corruzione dilagante, la mala politica. Non c’è più distinzione, il Nord, come il Centro, il Sud, le Isole, collegamenti internazionali, violenza  di natura eversiva e fondamentalista: i capi delle Procure parlano chiaro, senza peli sulla lingua, mandano un messaggio, meglio un grido d’allarme, alle istituzioni, al governo, alle forze politiche.

 Dal ministro Orlando solo annunci. Proteste dei precari

 Flebile, quasi inesistente, la risposta del ministro Orlando che, parlando a Genova, ha  annunciato, tanto per non venir meno ad una ormai nota “pratica” del premier, che entro il 2015 si pensa di arrivare ad almeno 2000 reclutamenti. Ma, a Milano protestavano i precari che attendono ancora di essere assunti, con la Cgil funzione pubblica che si batte per la regolarizzazione dei contratti. Orlando ha ricordato che il governo ha posto con forza il tema della giustizia civile “perché essa rappresenta il terreno di contatto quotidiano tra il cittadino e l’amministrazione della giustizia e la sua inefficienza contribuisce al crollo del senso di legalità e alla sfiducia nel sistema giudiziario”. A suo avviso le organizzazioni criminali non sono “più forti di prima ma piuttosto è più debole l’organismo che attaccano. La criminalità organizzata si è espansa, ha cambiato forme e metodi mimetizzandosi nei contesti in cui si sviluppa. Si confonde – ha concluso Orlando – e si sovrappone alle reti collusive che avvolgono le pubbliche amministrazioni”. In realtà, dal quadro delineato dagli interventi delle Corti di Appello appare un rafforzamento della criminalità mentre da parte dello Stato non è arrivata  risposta adeguata.

 L’avvocato generale di Milano: le riforme annunciate peccano di distonia, sono irragionevoli

L’avvocato generale di Milano, Laura Bertolè Viale, commentando gli interventi del governo in materia di giustizia, ha sottolineato che non poche riforme oggi in fase di approvazione peccano di distonia, cioè sono irragionevoli Intervenuta al posto del procuratore generale Manlio Minale (assente per ragioni di salute), ha criticato la riforma del fisco, ribattezzata ‘salva Berlusconi’, e bloccata in gran fretta dal premier Matteo Renzi, le riforme del Codice penale, del Codice di procedura penale e dell’ordinamento penitenziario, presentate dall’esecutivo alla Camera lo scorso 15 gennaio. In riferimento alla previsione di modifica della prescrizione, Bertolè Viale ha affermato che “ancora una volta i propositi iniziali si sono ridotti in un ben misero condensato”. Parole di fuoco che danno il segno dello stato di profondo disagio, del malessere, delle difficoltà e dei pericoli cui vanno incontro ogni giorno.

 Il Presidente Canzio: il lavoro dei giudici in un clima di delegittimazione, talora di dileggio

 Il presidente della Corte d’Appello di Milano, Canzio, ha elogiato il lavoro dei giudici italiani che “pure in condizione di stressante impegno lavorativo e talora in un clima ingiustificato di delegittimazione o addirittura dileggio, dimostrano spirito di sacrificio, senso del dovere, equilibrio, riservatezza”. Al premier Renzi che in quanto a dileggio non è mai stato secondo a nessuno, basta ricordare il continuo ritornello delle ferie dei magistrati, devono essere fischiare le orecchie. Canzio ha parlato di organizzazioni mafiose, sempre più potenti, e terrorismo islamico, le minacce che incombono su Expo 2015 a meno di 100 giorni dall’inaugurazione. Ed è proprio nel contrasto a criminalità organizzata e fondamentalismo che la magistratura milanese dovrà spendere le maggior parte delle sue energie.

Al Nord la presenza mafiosa si configura come una occupazione

 “La presenza mafiosa al Nord – ha detto Canzio – deve essere ormai letta in termini non già di mera infiltrazione, quanto piuttosto di interazione-occupazione”. Quanto alla ‘ndrangheta, in particolare, sarebbe ormai “come una metastasi” nel territorio lombardo. Non ha sottaciuto critiche per quanto riguarda l’audizione di Napolitano nel processo trattativa Stato-mafia. “È mia ferma e personale opinione – ha detto – che questa dura prova si poteva risparmiare al capo dello Stato, alla magistratura stessa e alla Repubblica Italiana”. Ha poi citato sentenze che hanno fatto scalpore come quelle dei processi Eternit e Ruby: “L’opinione pubblica ha espresso sentimenti di diffusa indignazione per le recenti decisioni di proscioglimento, pronunciate in taluni casi dalle Corti di appello e dalla Corte di cassazione, come Cucchi, Berlusconi, gli scienziati e il sisma aquilano, Eternit”. Ha espresso comprensione per “l’umano sconcerto per i pur gravi eventi contestati e rimasti impuniti”.

 “Roma Capitale”: un sistema di complicità tra politica e criminalità, strutturato, capillare, invasivo

 Da Milano a Roma con il procuratore generale presso la Corte d’Appello, Antonio Marini. La situazione si è aggravata,  “ esempio emblematico- ha detto – è rappresentato dall’inchiesta Mafia Capitale dalla quale è emerso un sistema di complicità tra politica e criminalità, ampiamente strutturato, capillare e invasivo”. L’inchiesta sul clan Carminati ha messo in luce il crescente intreccio tra mafia e corruzione, che costituiscono i due mali endemici della nostra società. Ha svelato l’esistenza di un’organizzazione di tipo mafioso capace di intimidire e corrompere politici di ogni schieramento. “Non v’è dubbio – ha proseguito Marini – che tali vicende finiscono per alimentare la sfiducia nella capacità della politica, inquinata sempre più da pratiche corruttive, a risolvere il grave fenomeno della corruzione nel nostro Paese”.

La corruzione ha assunto una dimensione intollerabile

Per Marini, la corruzione “ha assunto ormai una dimensione intollerabile. Per combatterla serve una vera e propria rivoluzione culturale. Un’ampia parte del Paese vive nell’illegalità e ciò spiega anche l’origine del degrado politico, economico e sociale. La corruzione ha superato il livello di guardia per la sua intensità e pervasività, riguardando ormai tutti i settori della società. Resta però sostanzialmente impunita anche a causa della prescrizione che normalmente falcidia proprio i reati di questo tipo. Un’ampia parte del Paese vive nella illegalità. E ciò spiega anche l’origine del degrado politico, economico e sociale. Si tratta di fenomeni – ha continuato – che non si possono combattere soltanto da un punto di vista giudiziario, ma occorre una vera e propria rivoluzione culturale”.

Infiltrazioni nel gioco del calcio. Rapporti con la tifoseria degli ultras

Ha poi parlato di infiltrazioni nel calcio, di rapporti con la criminalità organizzata diventati sempre più stretti e connotati di ambiguità, soprattutto quelli con la tifoseria degli ultras .”Un fatto grave e sconcertante” che “dimostra – ha detto – come la violenza ultras dentro e fuori degli stadi non è solo questione di ordine pubblico”. Ancora il terrorismo, il fenomeno dei foreign fighters. “Non sottovalutare il pericolo del terrorismo di matrice jihadista – ha sottolineato – e tenere alta la guida.” Ancora la crescita di omicidi colposi, l’aumento di procedimenti per prostituzione minorile, violenze sessuali, maltrattamenti contro familiari e conviventi, atti persecutori, boom di reati contro la libertà sessuale.

Il tribunale romano a rischio paralisi. Il  vuoto nell’organico

Infine, un dato significativo: diminuiscono le rapine ma cresce l’usura. La ciliegina sulla torta: il Tribunale di Roma “a rischio paralisi”. Il vuoto in organico è pari al 23 per cento. Un dato inoppugnabile che descrive lo stato più di tante parole, la situazione in cui si trova ad operare  chi “serve” la giustizia. Da “cittadino”, il presidente  Bresciano ha detto di dolersi per l’Italia “all’ultimo posto per l’efficienza della giustizia e al primo nelle classifiche sulla corruzione”.

Il “racconto” della giustizia da Torino a Palermo, Napoli, Catanzaro, Messina

Da Torino a Palermo, Napoli, Catanzaro, Messina, e in tutte le altre sedi in cui si è inaugurato l’anno giudiziario il “racconto” della giustizia si compone di tanti problemi. Dal capoluogo piemontese il presidente della Corte d’Appello, Maddalena, parla della “barbarie del terrorismo islamico che si deve combattere con le nostre armi. Senza trasformare il nostro stato in uno stato di polizia, secondo regole democratiche che impongono di passare attraverso il  sistema giudiziario”. A Palermo, Ivano Marino, presidente reggente della Corte d’appello rileva che “Cosa nostra continua ad essere un’organizzazione potente, fortemente strutturata nel territorio, riconosciuta per autorevolezza da vasti strati della popolazione, dotata ancora di risorse economiche sconfinate ed intatte e dunque in grado di esercitare un forte controllo sociale e svolgere opera di proselitismo”.

 In assenza del welfare vero il ritorno a quello mafioso

Sottolinea i risultati raggiunti nel contrasto alla mafia, parla del rischio di incolumità dei giudici, polemizza con quello che chiama “protagonismo” dei magistrati, chiede alla società civile “una partecipazione più attenta nella difesa del sistema giudiziario”. Sempre a Palermo, il pg Scarpinato denuncia: “In assenza del welfare vero molti tornano al welfare mafioso”. Sulla corruzione pubblica e privata si sofferma il presidente Bonajuto sostenendo che “funge da moltiplicatore dei fenomeni criminali operando da collante tra una imprenditoria spregiudicata e violenta, una certa amministrazione impregnata di familismo crescente sottobosco di una mala politica priva di ogni riferimento valoriale”. Da Catanzaro il Pg, Introcaso, descrive una  ‘ndrangheta che diventa fenomeno nazionale, europeo, parla di scambi armi-droga, di una dotazione di armi micidiali. Di “centralizzazione delle famiglie da microcosmi locali a cellule interdipendenti e collegate al vertice da strutture sovraordinate con adeguate risorse”. Al ritardo dei processi fa riferimento il presidente Zumbo, Messina, problema fra i più gravi del Paese e “offesa alla stessa immagine delle istituzioni”.

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