Noterelle semiserie sul Renzi Show di fine anno

Noterelle semiserie sul Renzi Show di fine anno

Una conferenza stampa durata un’ora e mezzo, quella di Matteo Renzi, il 29 dicembre, si è trasformata nello show di un mattatore della parola, nell’affabulazione continua di un racconto ascoltato decine di volte, in un comizietto da piazza di provincia. Ci si attendeva molto da Renzi, segretario del più grande partito italiano e premier dal 22 febbraio. Almeno un minimo di analisi politica della fase, qualche elemento politicamente più rilevante di riflessione sull’andamento della crisi economica, qualche spolverata di pensiero sul semestre europeo di presidenza italiana. Invece, chiunque l’abbia ascoltato, si è ritrovato con la stessa minestra retorica più volte riscaldata nel corso di questi mesi. Come se anche la conferenza stampa di fine anno fosse una partecipazione da Bruno Vespa, o a Ballarò, o da Floris, dove tutto gli è consentito, con la più o meno placida accondiscendenza del conduttore.

La conferenza stampa di fine anno, in altri paesi democratici, soprattutto in quelli di tradizione anglosassone, rappresenta uno scoglio durissimo per ogni leader, perchè a confronto con una stampa libera e duramente critica, che pretende parole chiare sul consuntivo dell’azione di governo. E ogni leader sa bene che all’indomani potrebbe subire la giusta dose di critiche da parte dell’opinione pubblica. Nell’Italia di Renzi, evidentemente, si può fare della retorica facile, della battuta al vetriolo, della tattica verbosa, una virtù. È stato il solito Renzi, insomma, in versione Babbo Natale, in attesa che giunga la Befana. Eppure l’agenda politica, economica e sociale italiana, europea e planetaria, è stracolma di appuntamenti decisivi e importanti, sui quali non si può più scherzare, né tentare avventure. Allora, delle due l’una: o Renzi non ha alcun rispetto per la stampa libera e democratica (nel corso della conferenza stampa, abbiamo notato quella che si chiama, appunto, una excusatio non petita proprio sul ruolo della stampa, quando ha glissato sulla eterna e irrisolta questione del conflitto d’interessi e degli incroci proprietari), oppure in lui prevale il tratto populistico e neoautoritario per il quale l’opinione pubblica si conquista non si convince.

Dopo aver assistito alla sua prima conferenza stampa di fine anno, propendo per questa seconda soluzione. Da dove si trae questa convinzione? Dalla risposta alla domanda più temibile che gli è stata posta da una giornalista del Tg2, Ida Colucci: la questione della crescita e gli ultimi dati molto positivi dell’economia americana. Il nostro prode ha cercato di cavarsela sostenendo che le difficoltà italiane sono in realtà condivise in tutta Europa, che “vive una fase di stagnazione”, come ha ripetuto, citando gli zero virgola, più o meno, delle economie nazionali. Nulla sulle cause della “stagnazione”, nulla sulle politiche di austerità, ma soprattutto nulla, neppure una citazione en passant, sul piano Juncker da 310 miliardi, che fino a poche settimane fa sembrava la panacea dell’Europa. Sbandierato da Renzi come l’asso nella manica per la crescita dell’Europa in tanti talk show nostrani, il piano Juncker è stato giustamente riposto nel cassetto delle “assurdità”. E poi, quella impertinente della giornalista del Wall Street Journal, Giada Zampano, che si è permessa di chiedere come e quando sono state realizzate le riforme annunciate e promesse da Renzi. Credete che Renzi abbia risposto come fa un decente premier europeo di fronte alla stampa libera e democratica? Macchè, diciamo che si è garbatamente imbufalito, perché la signora giornalista gli ha scoperto il gioco.

E pensate che abbia detto qualcosa sulla realizzazione di qualche razionale piano industriale, che favorisca crescita, produzione e lavoro? Macchè, nulla di nulla. E tuttavia, ha sostenuto Renzi, scattando sull’orgoglio nazionale (o nazionalista) “non siamo come la Grecia. Abbiamo una grande industria manifatturiera. Vogliamo essere come la Germania, anzi più della Germania”. Ma per essere come la Germania forse occorrerebbe un altro allenatore, uno che la coppa del mondo te la fa vincere davvero, con altri schemi di gioco. Invece, l’allenatore Renzi (non scherzo, è lui che si è paragonato all’Al Pacino del film Ogni maledetta domenica) qualche goal l’ha fatto, ma nella porta sbagliata, quella dei lavoratori privati italiani, sottoposti ad una riforma del mercato del lavoro che li vede subalterni sempre più agli interessi dei padroni.

Per essere come la Germania – andrebbe detto a Renzi, ma temo che lo sappia già – occorre un piano serio per le politiche attive per il lavoro, altrimenti si allargano le maglie della licenziabilità secondo i desideri di Confindustria, ma si rischia di non produrre un solo posto in più di lavoro e di non ricollocare nessun lavoratore licenziato (l’Agenzia per il lavoro tedesca ha un esercito di 150.000 dipendenti, quella italiana non supera i 3000). Dunque, il risultato è: zero denari da Juncker, zero politiche industriali, zero nuovi posti di lavoro, un esercito di licenziati difficilmente ricollocabili. Però, Renzi ci ha deliziati sul riformismo del suo governo elencando disegni e proposte di legge: riforme costituzionali, istituzionali, della Giustizia, della Magistratura, del pubblico impiego, della scuola, “in dieci mesi abbiamo cambiato verso allo Stato”, ha detto con enfasi.

Però, se avesse letto il Corriere della sera, avrebbe scoperto da Alesina e Giavazzi che “le amnesie e le illusioni di fine anno” sono il segno di questa conferenza stampa. Alle parole di Renzi, i due economisti contrappongono le scelte concrete, e sbagliate e inefficaci, contenute nella legge di Stabilità appena approvata. Perchè sbagliate e inefficaci? Perchè sono ambigue, e non seguono quelle politiche keynesiane (negli Usa hanno avuto successo, ma Renzi non lo dice) necessarie per lo sviluppo. Perchè il piano Juncker è un “progetto aleatorio e dalla tempistica incerta”, come giustamente dicono Alesina e Giavazzi. E perchè con “imprese faraoniche come le Olimpiadi o l’Expo si continuano a premiare quegli imprenditori che vivono non di idee o di innovazione, ma di contatti con i ministeri e di partecipazione alla corruzione” – sempre secondo il durissimo articolo di Alesina e Giavazzi, che in realtà dovrebbero segnalare la distanza tra la borghesia milanese e il governo Renzi.

Il giudizio è dunque fallimentare. Ma non lo si può dire apertamente, meglio concentrarsi sui due temi che “affascinano” l’opinione pubblica zoticona: il prossimo inquilino del Quirinale e l’applicazione delle norme sulla licenziabilità anche ai dipendenti pubblici. Qui rilevo il capolavoro di Repubblica, e delle affabulazioni renziane in conferenza stampa. Il premier ha fatto finta di essere “contrariato” dalla raffica di domande sul Quirinale, ma in realtà ci ha giocato con un’affabulazione da Oscar, sapendo che in realtà la partita del Colle gli avrebbe evitato l’imbarazzo di rispondere a domande ben più profonde e serie, come appunto lo sono quelle poste da noi, da Alesina e Giavazzi, dalla Cgil, e da tutto il sindacato, e anche dal mondo dei precari. E Repubblica lo ha prontamente seguito, almeno nella edizione online, nel tentativo di nascondere i temi centrali del Paese che Renzi non ha voluto affrontare.

Quel che è emerso, infine, è questa immagine pubblica di Renzi che confonde il ruolo politico del segretario del Pd e quello istituzionale del capo dell’esecutivo. Le parole davvero più scioccanti di Renzi infatti sono state quelle a consuntivo: “se vinciamo vince l’Italia, se perdiamo, perdo io”. Sembra uno slogan efficace, in realtà è esattamente il quadro del renzismo, il disperato appello dell’avventuriero di molti romanzi, che sa di non potercela fare. Una sola domanda: se perdiamo, caro Renzi, non perde l’Italia intera, a prescindere dal suo destino personale? Governare non è scommettere, è uso della razionalità politica, come spesso ripete Jurgen Habermas. Possiamo sperare che la Befana le porti in dono uno dei capolavori del grande e illuminato teorico tedesco della Democrazia?

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