Natale, crisi economica al galoppo. Censis, c’era una volta il Welfare

Natale, crisi economica al galoppo. Censis, c’era una volta il Welfare

Tra pochi giorni arriverà Natale, all’insegna di una crisi economica strutturale e non ciclica. E sono passati dieci giorni da quando il Censis ha presentato il suo 48° Rapporto sullo stato sociale del Paese. Nelle città si vedono le luminarie, si vede la moltitudine di persone che vagano guardando vetrine, così anche nei centri commerciali. Tanta gente in giro, tanto traffico, ma negozi vuoti: i consumi, anche quelli più tradizionali, tipici delle festività natalizie, sono in caduta libera. Anche chi potrebbe spendere, preferisce non farlo, perché c’è incertezza sul domani. Frattanto, il 16 dicembre gli italiani hanno sofferto per un altro, forte salasso dovuto alla scadenza della tassazione su Imu e Tasi, che porterà nelle casse dello Stato qualcosa come 44 miliardi di euro.

Duecento scadenze fiscali riguardano imprese e famiglie

E poi, tra dicembre e gennaio, sono circa 200 le scadenze fiscali che riguardano imprese, famiglie, dipendenti e pensionati. “Il primato delle scadenze se lo aggiudicano imprese, artigiani e professionisti, interessati da 100 appuntamenti col Fisco che diventano 84 per le società di capitali, ben 66 per dipendenti e pensionati, 62 per le società di persone e 53 per gli enti non commerciali. Senza dimenticare quelle relative a tributi comunali e contributi previdenziali”. Lo fa rilevare la Fondazione Studi Consulenti del Lavoro (fonte: corriere.it).

E non arriverà alcun tweet del tipo “italianostaisereno”, anzi! In tempi in cui si dibatte con preoccupazione sulla deflazione nell’economia, il Censis segnala anche il rischio deflazione delle aspettative e di spegnimento dei desideri. E, come esistono le periferie nelle grandi aree urbane, esistono anche le periferie dell’anima.

De Rita, “questa società è sempre più a -sistemica “

Giuseppe De Rita ci ha abituato alle sue metafore, ma quest’anno, nel sentirlo parlare sul 48° Rapporto, si avvertiva una grande amarezza. L’analisi è precisa: “Oggi se si chiede a qualcuno: come va? La risposta più incoraggiante è: resistiamo, senza una prospettiva di futuro. Aumenta così la molecolarità del sistema –aggiunge De Rita- ormai vale il motto “ognuno per sé, Dio per tutti”, e aumenta la solitudine del singolo che non sa più dove andare. La verità è che non si crede più al ‘sistema’, non si ha una visione sistemica, come qualche decennio fa, oggi questa società è sempre più a-sistemica”. Riprende, De Rita, l’intuizione che fu di Zygmunt Bauman: “La società liquida liquefa il sistema, mentre, negli ultimi anni, la verticalizzazione della politica non ha funzionato, come non ha funzionato il federalismo. Siamo in piena crisi dell’approccio sistemico”. La metafora scelta quest’anno è quella delle sette giare (I poteri sovranazionali. La politica nazionale. Le istituzioni. Le minoranze vitali. La gente del quotidiano. Il sommerso.  I media). Sette giare dentro ognuna delle quali c’è un gran fermento, ma le giare non comunicano tra di loro, chiosa De Rita: “Le sette giare sono sette mondi diversi, asimmetrici”.

Deflazione delle aspettative, ruolo marginale della politica

La deflazione delle aspettative è indotta anche dal ruolo marginale della politica. Dice De Rita: “Non sono mai entrato in politica, ho sempre fatto il mio lavoro. Ma oggi affermo che occorre un recupero del ruolo trainante della politica, anche se soffre di un picco negativo di bassa reputazione e fiducia, di rancore diffuso, di anti-politica e di rabbia. Sarò in controtendenza, ma credo che la riaffermazione della politica sia oggi necessaria a patto che non si manifesti sotto forma di autoritarismo. Occorre autorità, ma l’autorità da sola non basta: c’è bisogno invece di politica paziente che muova le aspettative, che capisca gli orientamenti per poterli governare. Se non capisci e rappresenti il Paese, non puoi fare politica, non puoi governare, non puoi cambiare. Vedo nella politica di oggi tre pericoli: 1) una sorta di secessionismo sommerso (non più quello della Lega), ma un secessionismo strisciante, soprattutto in alcune città del Sud; 2) il populismo; 3) autoritarismo che naviga in tutta Europa. Per evitare incarognimento e incrostazione dei tre pericoli, occorre recuperare la cultura della politica, altrimenti la politica da sola non ce la fa”.

Il librone verde: 562 pagine zeppe di dati e analisi

Il tradizionale librone verde del Censis, che contiene il Rapporto annuale, quest’anno è di 562 pagine zeppe di dati e analisi su tutti gli aspetti della società italiana, dall’economia alle reti, dalle infrastrutture ai servizi. Una miniera che non basta un anno per esplorarla. Quest’anno tra i temi dolenti trattati, particolarmente critica è l’analisi sul Welfare, al punto di lanciare un forte allarme sul rischio di scissione tra il Welfare e i giovani. Scrive il Censis: “La radice della fragilità della condizione giovanile è occupazionale. In meno di dieci anni sono scomparsi oltre 2,6 milioni di occupati giovani, con un costo della perdita che ammonta a 142 miliardi di euro in termini di mancata produttività. Alle difficoltà reddituali si affianca una fragilità delle condizioni patrimoniali in relazione alle altre generazioni. La ricchezza familiare netta delle famiglie con capofamiglia giovane risulta pari a 106.766 euro (-25,8% rispetto al 1991), laddove le famiglie con capofamiglia un baby-boomer di età compresa tra 35 e 64 anni hanno visto un incremento del 40,5% e quelle con capofamiglia un anziano addirittura del 117,8%. Dei circa 4,7 milioni di giovani che vivono per conto proprio, oltre un milione non riesce ad arrivare a fine mese. Si stimano in 2,4 milioni i giovani che ricevono regolarmente o di tanto in tanto un aiuto economico dai propri genitori. L’aiuto regolare genera un flusso di risorse pari a oltre 5 miliardi di euro annui. In questo contesto, il rapporto dei giovani con il welfare sta diventando più problematico, perché il 40,2% dichiara che negli ultimi dodici mesi ha verificato che ci sono prestazioni di welfare (sanitarie, per istruzione, di altro tipo) che prima aveva gratuitamente e per le quali ora deve pagare un contributo, il 57,5% registra prestazioni per le quali è aumentato il contributo che già pagava in passato e l’11,7% richiama prestazioni che prima aveva gratuitamente o con un contributo e che ora deve invece pagare per intero”.

L’analisi sulla spesa sanitaria:cresce quella privata

E, sempre a proposito di Welfare, illuminante è l’analisi del Censis sulla Sanità: “La spesa sanitaria privata è cresciuta da 29.578 milioni di euro nel 2007 a 31.408 milioni nel 2013, con una dinamica incrementale interrotta solo nell’ultimo anno, per la convergenza di spese di altro tipo sui bilanci di tante famiglie. Nel nuovo contesto si registra non solo un aggravamento di disuguaglianze antiche, ma anche l’insorgenza di nuove disparità. Il 50% degli italiani è convinto che le manovre sulla sanità, la spending review e i Piani di rientro delle Regioni abbiano aumentato le disuguaglianze. Non a caso, il 48% degli italiani indica tra i fattori più importanti, in caso di malattia, il denaro che si possiede per curarsi. E l’86,7% ritiene che, nonostante i suoi difetti, il Servizio sanitario nazionale è comunque fondamentale per garantire salute e benessere a tutti”.

Qui non c’entra la contrapposizione semplicistica tra ottimismo e pessimismo. Qui si tratta di rimettersi in cammino per costruire le condizioni perché si torni a parlare e a fare la Politica con la P maiuscola, dopo anni nei quali i momenti decisionali importanti sono stati presi dall’economia e dalla finanza più spregiudicata, mentre segnali inquietanti di sfarinamento della società ci hanno fatto perdere un valore importante, quello della coesione sociale. Ecco perché De Rita oggi parla di “una società sempre più informe e sghemba anche nei pensieri”.

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