Lavoro: Renzi e Poletti cercano di chiudere la stalla, ma con la fine dell’art. 18 i buoi sono fuori da un pezzo

Lavoro: Renzi e Poletti cercano di chiudere la stalla, ma con la fine dell’art. 18 i buoi sono fuori da un pezzo

Nel Consiglio dei ministri celebrato a Palazzo Chigi alla vigilia di Natale, sono stati approvati alcuni dei decreti attuativi previsti dall’approvazione del Jobs Act, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 15 dicembre. Sembra che vi sia stata maretta nel governo, soprattutto per la netta contrapposizione di Alfano e Sacconi su alcune questioni relative proprio alle norme sul licenziamento per giusta causa e alla possibilità del reintegro. Già la convocazione del Consiglio dei ministri numero 43 era slittata di due ore, come recita lo scarno comunicato stampa di palazzo Chigi, e dalle 10 è cominciato praticamente all’ora di pranzo. È terminato dopo non meno di tre ore, a dimostrazione del vero e proprio braccio di ferro che probabilmente si è consumato a Palazzo Chigi. In chiusura un Renzi raggiante ha tenuto la Conferenza stampa di rito. “Due i decreti approvati”, dice Renzi alla stampa, che prima aveva chiesto a “Filippo” (Taddei, responsabile Economia e lavoro del Pd) di consegnare i testi ai giornalisti, “il primo dei quali è il decreto sulle assunzioni a tutele crescenti. È un passaggio molto importante. L’Italia entra in una fase di straordinaria disponibilità al cambiamento e di apertura”. Ed ha proseguito, dopo aver enunciato i titoli del prossimo decreto fiscale: “Il contratto a tutele crescenti è una realtà. Credo che sia un passo in avanti molto importante. Si rovescia l’onere della prova ed è un passaggio storico per il sistema italiano”. Una giornalista ficcanaso gli ha chiesto cosa volesse dire esattamente “rovesciamento dell’onere della prova”, ma su questa domanda il premier ha brillantemente glissato. Era il segnale che questa giornata non poteva essere che di “gloria” per il governo. Al bando le critiche, siamo a Natale.

Renzi aveva esaltato in questo modo l’operazione scrittura dei decreti delegati: “Si semplifica il regime di flessibilità e contemporaneamente si danno delle garanzie maggiori attraverso il decreto ASPI, vale a dire l’estensione a 24 mesi della tutela per chi ha perso il posto di lavoro. Il meccanismo è semplice: ‘tu perdi il lavoro, ma non sei un numerino che va a far la fila con il codice fiscale di fronte all’ufficio provinciale, non sei più un ingranaggio del sistema burocratico, sei una persona che ha diritto di essere preso in carico dalle strutture dello stato”. E fin qui può anche essere che l’Italia assomigli un po’ alla Germania, in fatto di tutele e di garanzie. Infatti, dice sempre Renzi al lavoratore licenziato: “Hai un assegno con cui vai a fare i corsi di formazione, e se non li fai, o se non accetti il lavoro che ti viene dato, vieni espulso dal processo di tutela”. Verrebbe da dire: bene, bravo, bis. Tuttavia, vorremmo sommessamente ricordare a Renzi, che in Germania le politiche attive del lavoro sono una cosa seria, e le agenzie per il lavoro sono gestite da un esercito di 150mila dipendenti, mentre in Italia, le politiche attive non sono mai state fatte nascere, e i dipendenti delle agenzie (ormai tutte private) per il lavoro sono appena 2mila, e tutti precarizzati. Come sia possibile in Italia predicare tutela mentre manca il sale delle politiche attive, Renzi non lo dice. Siamo a Natale, lasciamo perdere le critiche.

Non ancora contento della superficialità con la quale ha affrontato il tema delle politiche attive, Renzi va all’attacco delle tutele crescenti. Ed ecco la mossa: “Sul contratto a tutele crescenti, la cosa interessante è che varrà anche per sindacati e partiti, che fino ad oggi erano esclusi da questo regime”. O abbiamo capito male noi, oppure qui c’è proprio qualcosa che non va: forse si riferiva invece alla estensione della cassa integrazione. Abbiamo riavvolto il nastro della registrazione (presa dal sito del Governo), e abbiamo visto confermato ciò che avevamo udito. Renzi vanta l’estensione al personale del sindacato e dei partiti le tutele crescenti, senza dire come quando perché. Ma lasciamo stare, su, siamo a Natale, le critiche partono dal 29 dicembre.

E sul passaggio caro all’ex ministro Sacconi del Ncd, quello sull’opting out, ovvero la possibilità di aggirare il reintegro in caso di licenziamento ingiusto, Renzi ha trovato la “giusta misura”: “abbiamo scelto di non intervenire sull’opting out, per evitare un eccesso di delega”. Dunque, una scelta motivata da un problema procedurale e non politico. Leggiamo tra le righe: il dissidio con Alfano e Sacconi c’è stato, ma l’abbiamo superato grazie alle procedure parlamentari. Il governo finge di non scegliere, delegando alle Commissioni parlamentari la scelta sull’opting out. Anche su questo punto, è Natale ragazzi, meglio rinviare.

Infine, ecco la ciliegina sulla torta del Consiglio dei ministri di oggi: “Il passo in avanti è che nessuno ha più alibi per non investire in Italia perché non c’è più l’articolo 18, nessun lavoratore può dire che lo stato si disinteressi di lui. È una rivoluzione copernicana, solo l’ideologia o la malafede può impedire di sottolineare come in 10 mesi sia stato fatto un grande passo avanti per dare più tutele e più libertà”. Ecco l’enfasi che ancora mancava. Abolire l’articolo 18, procedere con tutele e garanzie al buio, offrire panacee inesistenti a chi perde il lavoro perché questa è l’Italia e non la Germania, è la rivoluzione copernicana. Che dire? Un segnale (falso) alla minoranza del Pd che con i decreti delegati si sono fatte concessioni e aperture, in vista della tenuta del Pd per l’elezione del Presidente della Repubblica dell’era postNapolitano? Sarebbe davvero come chiudere le stalle quando i buoi sono scappati via tutti. I buoi, si sa, sono i buoni effetti dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, che, nella rivoluzione copernicana di Renzi, non esistono più.

Libiamo, brindiamo, è Natale, ragazzi, mettiamo da parte ilarità, sghignazzi, e critiche. La situazione è grave, ma non è seria. Chi lo disse?

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