La Direzione del Pd: melassa culturale e decisioni pericolose

La Direzione del Pd: melassa culturale e decisioni pericolose

La Direzione del Pd del primo dicembre

La Direzione nazionale di un partito è un organismo politico che ha la funzione di discutere e deliberare indirizzi e scelte proposti dal segretario e dalla segreteria. In un partito aperto, plurale e democratico, essa si configura come la massima istanza rappresentantiva, differente dalla segreteria, ovviamente troppo funzionale alle politiche del segretario, e dall’Assemblea, organismo troppo pletorico per decidere. Se però la Direzione diventa strumento di mera e banale ratifica di decisioni che sono già state assunte prima ancora che essa abbia inizio, senza nemmeno tener conto del dibattito, anzi stringendo il dibattito e contenendolo in meno di 120 minuti, vuol dire che in quel partito c’è un problema di agibilità democratica. Perchè? Perchè subisce la prima delle condizioni politiche imposte dal “renzismo” (ed era inevitabile che fosse così), ovvero la concentrazione di molte funzioni e di molti poteri in una sola persona. Renzi è nello stesso tempo segretario del partito al potere, e dunque dovrebbe controllare, e premier, e dunque dovrebbe essere controllato, e in qualche modo colui che impone l’agenda al Parlamento. Gli manca solo la funzione giudiziaria, e potrebbe far coincidere in lui ciò su cui per almeno tre secoli l’Occidente ha fondato le sue Costituzioni: la divisione dei poteri in legislativo, esecutivo e giudiziario. In ogni caso, la concentrazione del potere legislativo ed esecutivo – e politico, diremmo anche, poiché capo del maggior partito al governo – toglie autorevolezza a qualunque organismo democratico, e dunque ad ogni reale, autentico dibattito politico.

Il buco nero della democrazia materiale

Per quanto vincente, il Partito democratico si è infilato in questo buco nero della democrazia materiale, e ne paga le conseguenze proprio in termini di evidente e necessaria chiusura di ogni spazio concesso alla dialettica democratica. La Direzione nazionale di lunedì primo dicembre è la dimostrazione plastica, se mai ve ne fosse stato ancora bisogno, di come si sia trasformato il Partito democratico. Eppure, le poste in gioco erano notevoli: occorreva dibattere e decidere intorno alle riforme istituzionali ed elettorali, a poco più di una settimana dal voto regionale in Emilia Romagna e Calabria, che ha fatto discutere per il record negativo mai registrato di astensionismo. Diciamo subito che la Direzione ha deciso di “delegare” sulle riforme e di “accelerare” sui tempi. Il dibattito politico? Pochi e contenuti interventi, sostanzialmente inutili perchè non ne hanno condizionato l’esito. Si potrebbe dire che questo è il gioco dialettico tra maggioranza e minoranze. Ma allora, se così fosse, è la maggioranza uscita dal Congresso che fa valere la sua forza numerica tutte le volte, sostenendo, appunto, quella pericolosa combinazione di poteri. In sostanza, la maggioranza ratifica, la minoranza batte i pugni, e le decisioni sono sempre esterne all’organismo eminentemente politico della Direzione.

La pericolosa melassa culturale

È questa la ragione sostanziale per cui Renzi può concedersi di dire tutto quel che vuole in Direzione, confermando quel sincretismo ideologico, un po’ manierato, così ben rappresentato dal Pantheon che egli stesso citò nella lettera a Repubblica di qualche giorno fa: da Kennedy a Mandela a La Pira a Gandhi. L’incipit della sua relazione alla Direzione nazionale del primo dicembre era perfino la citazione – del tutto fuori luogo, ma davvero in quel contesto si può dire di tutto – della notissima XI Tesi su Feuerbach di Karl Marx, la quale recita: “I filosofi hanno finora solo diversamente interpretato il mondo: ora si tratta di trasformarlo”. La Tesi venne scritta da Marx nel 1845, quando il grande pensatore aveva appena 27 anni, ed è la fase finale di quell’operazione teorica di superamento del materialismo ingenuo, incarnato dal pensiero di Feuerbach, per giungere alla fondazione – come giustamente osservò Gramsci, quasi un secolo dopo – della “filosofia della praxis”. La XI tesi marxiana non era la liquidazione della filosofia tout court, ma il tentativo di porre le basi per rifondarla secondo un’altra prospettiva. Al di là della filologia, denunciamo l’uso strumentale che invece Renzi ne ha fatto – senza peraltro scatenare almeno l’ilarità di uno solo dei presenti – presentandola finanche come fonte di legittimazione della sua attività di governo, nella facile, banale equazione “i filosofi frenano, interpretano” (leggi, coloro che non sono d’accordo con me) – “io trasformo”. Si dirà che era uno scherzo retorico. Non proprio. In realtà, in questo esempio, apparentemente minimo, è celata tutta intera l’ideologia “renziana”, che è costituita da una melassa culturale, che non può permettersi di toccare mai un approfondimento, pena il proprio disvelamento. La melassa culturale piega qualunque tesi, qualunque notizia, qualunque commento, ogni pensiero alle esigenze del momento, confidando nell’assenza generale di pensiero critico.

La superficialità delle analisi sull’astensionismo

Altro esempio? Il giudizio che egli ha offerto alla Direzione sui risultati delle elezioni regionali. “Abbiamo vinto”, ha detto, “ed è questo che conta. L’astensionismo è un problema, ma contava soprattutto vincere”. Sarebbe bastato porre la domanda giusta e tutto il castello d’argilla del “renzismo” sarebbe crollato: se in una regione come l’Emilia Romagna vota il 37% degli aventi diritto, si pone o no un problema democratico? E il segretario del Partito democratico, che ha vinto le elezioni, anzi proprio perchè le ha vinte, non deve individuare cause ed effetti, anche sul governo della Regione? Invece, questo interrogativo, fondamentale perchè riguarda il senso stesso della politica, è rimasto sullo sfondo. Perchè? Perchè la Direzione avrebbe dovuto inevitabilmente misurarsi sulla presa d’atto della trasformazione del Pd in macchina elettorale, che questa volta si è inceppata perchè gli emiliani e i romagnoli hanno lanciato un messaggio chiarissimo: questa volta non votiamo perchè non ci sentiamo rispettati nella nostra dignità di cittadini democratici. E invece, non solo si è sentita un’analisi terribilmente e pericolosamente superficiale di quel voto, da parte del segretario, ma si è sentita, dal presidente del Pd Orfini, la miserabile chiacchiera sulla fine del modello emiliano, sotterrato dalla crisi. Orfini ha motivato la fine del modello perfino col riferimento al successo in Emilia delle prime falangi grilline. Sull’Emilia, noi abbiamo già scritto molto e continueremo a scriverne. Ma ci spaventa il fatto che il più grande partito del Paese racconti a se stesso delle balle clamorose, da ripetere in ogni talk show. Com’è accaduto con i famosi 300 miliardi del piano Juncker, lanciati da Renzi e rilanciati dagli alfieri del renzismo in ogni talk, fino a quando non si è scoperto il bluff della loro sostanziale inesistenza.

La Direzione del Pd ha dunque ratificato, con l’assenza delle minoranze, la delega alle riforme e l’accelerazione sulla legge elettorale. Questa decisione, così com’è avvenuto con la frettolosa approvazione della riforma del mercato del lavoro, non promette nulla di buono. Possiamo sperare solo che si risvegli il senso critico di quel po’ di sinistra che è rimasto in Parlamento, altrimento la melassa del “renzismo” si affermerà nuovamente.

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