La diplomazia palestinese al lavoro. Buoni risultati internazionali. Ma l’Italia dov’è?

La diplomazia palestinese al lavoro. Buoni risultati internazionali. Ma l’Italia dov’è?

La diplomazia palestinese protagonista di alcuni passaggi importanti sul piano internazionale, per il futuro di pace in quella parte di Medio Oriente. Dopo aver ottenuto il riconoscimento simbolico da parte di alcuni stati europei, dalla Svezia alla Francia alla Gran Bretagna (il Parlamento italiano non sembra essere interessato alla sorte dei palestinesi), il popolo palestinese ha ottenuto anche il “sostegno” al riconoscimento dello Stato di Palestina da parte del Parlamento Europeo, in una risoluzione di compromesso promossa dai principali partiti di destra e di sinistra, dai democristiani ai comunisti. Il testo della risoluzione è stato adottato con 498 voti a favore, 88 contrari e 11 astensioni. L’iniziativa è stata lanciata dai socialdemocratici, e la risoluzione originaria, che chiedeva agli Stati membri di riconoscere lo Stato di Palestina senza però mettere particolari condizioni vincolanti, si è poi evoluta verso una formula più neutra, che ha ottenuto il sostegno decisivo del PPE, gruppo più numeroso della destra europea a Strasburgo.

“Il Parlamento europeo sostiene il principio di un riconoscimento dello Stato di Palestina e la soluzione fondata su due Stati ed afferma che occorre rilanciare parallelamente i colloqui di pace”, afferma la risoluzione. Il Parlamento europeo si unisce, dunque, alle analoghe iniziative, con un testo sufficientemente condiviso, prese da Svezia, Gran Bretagna, Francia, Spagna, Portogallo e Irlanda. Il testo spagnolo, tuttavia, contiene anche un particolare vincolo geopolitico, perchè condiziona il riconoscimento dello Stato di Palestina all’emergere di una soluzione negoziata con Israele. Nella tarda serata di mercoledì, dopo il voto all’Assemblea di Strasburgo, è giunta la notizia che anche il Parlamento del Lussemburgo ha chiesto al governo di riconoscere lo Stato di Palestina in modo formale, “nella frontiera del 1967”.

Poche ore dopo, ma solo per effetto del fuso orario, a New York, al Consiglio di Sicurezza Onu, la Giordania, unico membro arabo, ha presentato ufficialmente un progetto di risoluzione, che impone nel giro di un anno, il ritiro israeliano dalle zone occupate, per poter rilanciare il processo di pace israelo-palestinese. Il testo di risoluzione giordana “afferma l’urgenza di pervenire ad una pace globale giusta e durevole”, entro 12 mesi dall’adozione della risoluzione. Il modello proposto resta quello della coesistenza pacifica “di due stati indipendenti, democratici e prosperi: Israele e lo Stato di Palestina, responsabili e vicini”, con Gerusalemme come “capitale condivisa”. Il testo, inoltre, prevede “il ritiro completo e per tappe delle forze di sicurezza israeliane, che metta fine all’occupazione iniziata nel 1967 in un lasso di tempo ragionevole, che non vada oltre il 2017”. I palestinesi sanno bene che presentando, con la mediazione giordana, questo testo, avrebbero urtato contro l’opposizione USA, che invece puntano a soluzioni di pace dirette tra israeliani e palestinesi, e non certo su soluzioni unilaterali dell’ONU. Per questa ragione, l’ambasciatore palestinese all’ONU ha subito temperato la proposta, affermando che “nessuno chiude la porta a negoziati, con chiunque, anche con gli americani, per modificare il testo”. Lo stesso segretario di stato americano, John Kerry, aveva assicurato i palestinesi che non vi sarebbe stato alcun problema ad appoggiare la risoluzione giordana a condizione che il testo non contribuisse ad alimentare le tensioni con Israele. In queste ore, dunque, la diplomazia palestinese sta muovendosi per tentare di pervenire ad un testo consensuale per l’adozione certa in Consiglio di Sicurezza, sotto la pressione europea e dei paesi arabi. Francesi e britannici, membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, erano già da settimane al lavoro per un testo di risoluzione condiviso che superasse il rischio del veto americano.

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