Jobs Act passa con la fiducia. Esultano Alfano e Sacconi

Jobs Act passa con la fiducia. Esultano Alfano e Sacconi

Con la fiducia ottenuta in terza lettura al Senato, 166 favorevoli, 122 contrari e un astenuto, il Jobs Act è legge dello Stato. Non possiamo fare a meno di constatare che ben 31 senatori mancavano all’appello, a dimostrazione che questa volta, su un tema così delicato, qualcuno ha preferito smarcarsi con qualche mal di pancia, piuttosto che sostenere apertamente una posizione critica nei confronti della nuova legislazione sul lavoro. Lo stato di fibrillazione è certamente interno al Partito democratico, ma probabilmente attraversa altri gruppi politici. Fatto è che, purtroppo, si è dato via libera al testo licenziato dalla Camera, senza tener conto di alcun dibattito pubblico o parlamentare, di alcuna offerta di ripensamento, delle proteste di milioni di lavoratori, precari e disoccupati. Con cocciutaggine, e con la complicità di parte della sinistra del Pd, la riforma del lavoro targata Renzi-Poletti è ora una realtà della legislazione italiana. Ci chiediamo a cosa serva dirsi di sinistra se poi, “per senso di responsabilità” verso un governo che ampiamente realizza politiche di destra, gli si vota la fiducia. Non a caso, questa sera esulta la destra di Alfano e di Sacconi, i veri vincitori di questa partita. E non a caso, ieri sera a la7, proprio il ministro dell’Interno ha rivendicato il Jobs Act come riforma autenticamente di destra. La delusione è notevole, la frattura tra soggetti istituzionali e sociali si approfondisce. E lo sciopero del 12 dicembre si avvicina ormai come una delle scadenze più importanti della vita politica del Paese.

Il senatore Pd Miguel Gotor lo ha detto esplicitamente, parlando a nome del gruppetto dei 27 colleghi che fanno capo ad un’area di minoranza del partito o duramente critici nei confronti della legge di riforma del mercato del lavoro, sulla quale il governo ha posto la questione di fiducia. “La maggioranza al Senato si tiene su 7 o 8 voti. Non ci possiamo permettere di far cadere il governo che, in un momento di crisi come questo, non ha alternative. Qui al Senato ciascun voto è determinante e dunque non è possibile permettersi il lusso di posizioni politiche come se non avessero conseguenze” e aggiunge che il voto favorevole è “per senso di responsabilità verso il Paese”. “Votare diversamente sarebbe un salto nel buio” – dice Gotor – il quale però sottolinea come, con la riforma in corso di approvazione, si vada verso “un mercato del lavoro duale con tutele al ribasso”.

Il senatore Federico Fornero aggiunge: “Renzi deve prendere atto che un consistente numero di senatori vogliono ragionare con la propria testa, senza passare per i cavernicoli di turno, perché noi ci confrontiamo sul merito e non ideologicamente”. Del gruppo dei 27 senatori critici del cosiddetto Jobs Act fanno parte anche Luigi Manconi, Maurizio Migliavacca, Vannino Chiti e Claudio Martini che promettono di vigilare sui decreti attuativi della delega nella speranza – è questo il timore – “che la riforma degli ammortizzatori non finisca nel cassetto”.

Questa mattina il ministro Poletti ha posto la questione di fiducia sul provvedimento sottolineando come il testo sia significativamente cambiato e migliorato rispetto a quello originario. E come il governo assegni un’importanza essenziale a questo tema per “produrre il cambiamento” pur riconoscendo come “si tratti di un passaggio difficile e pieno di tensioni”. Tensioni interne al Palamento e ai partiti, scossi dal disagio crescente e dall’insofferenza per vicende come quelle rivelate dall’inchiesta sulla mafia della Capitale, di cui i cortei di oggi che hanno paralizzato il centro di Roma sono la plastica rappresentazione.

Intanto, nelle immediate adiacenze di Palazzo Madama si sono susseguiti per tutta la giornata scontri e tafferugli in strada. Le forze dell’ordine hanno caricato i manifestanti, alcuni rimasti contusi, per contrastare i tentativi di forzatura del cordone di sicurezza predisposto attorno a Palazzo Madama.

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