Una storia di segni: le incisioni di Tullio Pericoli

Una storia di segni: le incisioni di Tullio Pericoli

Tullio Pericoli – le sue grafiche sono da alcuni giorni in mostra a Pisa –  afferma che un volto è come un paesaggio e porta i segni di tutte le ere geologiche che lo hanno interessato: l’artista  che crea un ritratto deve passeggiarci dentro, attraversarlo, scandagliarlo. Si crea quindi un rapporto profondo, una relazione a due che mette un gioco anche l’artista stesso. Certamente all’inizio tiene presente le esigenze del soggetto, e questo vale particolarmente quando il ritratto avviene per committenza; atteggiamento, attributi, vesti devono comunicare, a seconda dei contesti, potere, forza, saggezza, ricchezza. Poi però l’indagine dell’artista prende il sopravvento e oltrepassa i confini dell’animo  mostrando il quale però svela anche qualcosa di sé e del suo modo di vedere la persona che si è messa nelle sue mani; Le famose signore di Leonardo sono una dichiarazione di libertà della mente, le perfette figure di Memling, in questo periodo visibili alle Scuderie del Quirimale, perentoriamente affermano che l’arte non ha mai avuto bisogno dell’avallo della scienza per condurre un’indagine psicologica. D’altra parte se è facilmente comprensibile che una donna desiderasse essere ritratta da Boldini che le rendeva tutte meravigliosamente affascinanti, ci si spiega con difficoltà, a meno che non lo si consideri solo come l’acquisizione di uno status symbol, come alcuni vip  siano stati disposti a trasformarsi in un prodotto della civiltà dei consumi sotto le mani di Andy Warhol.

Il fotografo, di solito, ha meno tempo a disposizione ma si mettono in gioco le stesse dinamiche relazionali; la tecnica che usa gli consente anzi talvolta di cogliere quell’attimo di cedimento in cui il soggetto lascia cadere  la maschera.

Il meccanismo si distorce nell’autoritratto: al di là delle situazioni in cui l’artista  si esercita su se stesso per l’impossibilità pratica di procurarsi un modello o per spingersi un po’ più in là nella sua ricerca  come non potrebbe potuto fare per un committente esterno,  almeno all’inizio si tratta del desiderio di comunicare qualcosa in più di sé, salvo poi imbattersi lui stesso nello scontro fra ciò che siamo, ciò che crediamo di essere e ciò che vorremmo essere per gli altri. Spesso quindi di un artista parlano di più le opere che un autoritratto, anche se esistono notevoli eccezioni.

Questo misterioso capitolo che potrebbe essere ben approfondito visitando la collezione di autoritratti del Corridoio Vasariano a Firenze, si arricchisce di un risvolto contemporaneo con la mania dei selfie, autoritratti digitali di cui siamo inondati. Ci si fotografa in ogni possibile atteggiamento e si fotografa tutto ciò che ci riguarda: qualcuno si preoccupa di apparire al meglio e assume improbabili pose, qualcun altro si fotografa al peggio, condividendo con gli altri la propria vita o almeno quella porzione di essa che vogliamo ci rappresenti. La pratica può essere agevolata anche dall’uso di prolungamenti meccanici che si trovano ormai comunemente in commercio. La parte artistica evapora in funzione di una totale rilevanza sociale: io esisto e sono  così, ci dovete credere e se non ci credete ve ne do una prova, sembrano dire le persone Appare quindi come un diario non segreto, condiviso invece con gli altri quasi ad avere una rassicurazione  nella infinita lotta contro l’anonimato e il nulla. Funziona fino a che non ci si accorge che la solitudine è in agguato davanti a una tastiera e non si possono affidare le scelte personali a un mi piace per procurarsi il quale si è costretti a comunicare ritratti spesso ben poco somiglianti a noi stessi.

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