Anche la Camera approva la legge di bilancio. Ma a danno della democrazia parlamentare

Anche la Camera approva la legge di bilancio. Ma a danno della democrazia parlamentare

La Camera ha votato questa sera la legge di Stabilità, che diventa legge dello Stato, con 307 voti favorevoli e 116 contrari. Il testo non ha subito modifiche nel passaggio dal Senato, dove però c’erano stati alcuni incidenti di percorso, molto gravi.

Dopo il voto della notte al Senato sulla fiducia alla legge di stabilità, la sensazione che il Pd e la sua maggioranza abbiano, una volta di più, superato il segno nella totale mancanza di rispetto delle prerogative costituzionali del Parlamento è diventata più forte e più condivisa. La decisione, storica, di dare inizio alle dichiarazioni di voto alle 3 del mattino, e di portare il voto praticamente all’alba di sabato, era la conseguenza di una serie di pasticci che qualcuno, a Palazzo Chigi e al Ministero, aveva combinato sul cosiddetto maxiemendamento. Annunciata la presentazione venerdì, poi slittata al sabato pomeriggio, e infine conclusasi nella tardissima serata di sabato, il maxiemendamento si è rivelato, agli occhi di molti senatori (compresi parecchi della maggioranza, che hanno dovuto votarlo per effetto della fiducia), pieno di buchi, errori marchiani, correzioni da apportare all’ultimo secondo.

Le opposizioni hanno fatto il loro dovere di segnalazione alla presidenza Grasso delle enormi e diffuse incongruenze presenti nel testo, che tuttavia sono state derubricate dalla maggioranza come “errori di drafting”. Ora, drafting è paroletta magica che viene spesso utilizzata quando compaiono su un testo in fase di bozza normali errori ortografici e/o sintattici, proprio per effetto della fretta con cui si elabora il documento. Tuttavia, nel caso del testo di una delle leggi più importanti per il Parlamento, gli errori erano di sostanza, più che di forma grammaticale. Quindi il “drafting” è apparsa come una miserabile scusa, che nascondeva le evidenti tensioni all’interno del governo e della maggioranza. E che sia così, lo dimostra proprio il twitter con cui Renzi ha espresso la felicità del passaggio del testo.

Il premier infatti ha stigmatizzato un tentativo di “assalto alla diligenza”, ma cosa abbia voluto dire, non lo sappiamo. Possiamo interpretarlo, anche alla luce della storia parlamentare. Di solito, è la maggioranza che spinge per introdurre nella legge di bilancio una serie di finanziamenti a pioggia, a enti locali, o a enti pubblici, oppure a soggetti diversi, una serie di mance e mancette di natura per lo più elettorale. Se “assalto” vi è stato, farebbe bene, Renzi, a rivelare pubblicamente chi è il colpevole, in modo trasparente e democratico. D’altro canto, sarebbe coerente con la fama di “rottamatore” che si è costruito prima di salire le scale di Palazzo Chigi. Chi ha tentato di assaltare la diligenza e con quali numeri, e per quali soggetti? Il ritardo con cui è stato presentato il maxiemendamento solleva qualche sospetto, proprio nelle fila del Pd e della maggioranza, perchè altrimenti sarebbe bastato il voto contrario dell’aula.

Emerge poi una seconda grande questione di metodo. La ritroviamo nelle parole con cui il capogruppo del Pd in Senato, Luigi Zanda, ha tentato di troncare il dibattito in aula. Poichè, dunque, il sottosegretario Morando sistemava in tempo reale “gli errori di drafting”, Zanda aveva chiesto al presidente Grasso che si passasse subito alle dichiarazioni di voto e al voto, senza attendere la redazione del testo finale, che sarebbe passato poi alla Camera, il cui voto è fissato per martedì 23 alle ore 18 (con accluso voto di fiducia?).

Così facendo, in realtà, i senatori hanno votato un testo che c’era, ma non c’era, una specie di gioco illusionistico. Più o meno come è successo con il Jobs Act, un testo che delega al governo qualcosa su cui il Parlamento non interviene più e non decide più. Se questo è il metodo politico e parlamentare del “rottamatore”, viene nostalgia della prima Repubblica, quando le leggi di bilancio si discutevano rigorosamente nelle Commissioni, e nessuno avrebbe potuto permettersi di portare direttamente in Aula un testo pieno di orrori, errori, buchi, strafalcioni. Il dibattito nelle Commissioni è il sale della democrazia parlamentare, perchè consente alle opposizioni di verificare la natura delle proposte governative e di verificare la possibilità di introdurre modifiche. Se il dibattito in Commissione salta, salta pure la garanzia democratica di una legge. Ora, le opposizioni si possono giudicare politicamente, si può essere d’accordo con loro, oppure no, ma non si può mettere in discussione, in una democrazia parlamentare il loro diritto di dibattere sui testi legislativi, e di ottenerli ben prima della discussione. Come si può giudicare un testo che viene presentato, viene corretto ed emendato, nell’imminenza del voto di fiducia? Non è una ferita alle prerogative del Parlamento? Non tutto può essere concesso alla maggioranza parlamentare, pena la caduta democratica del Paese.

Per queste ragioni appaiono incredibili le frasi rivolte da Renzi ai senatori della maggioranza. Li ha ringraziati tutti, in particolare Sergio Zavoli, che ha seguito a 91 anni tutta la nottata parlamentare. E meno male, visto che il suo voto è stato decisivo per superare la soglia minima dei 161 voti. E offensive le parole del premier sono sembrate quando si è rivolto all’opposizione, accusata di antipolitica. No, così non va. La lezione, negativa, che proviene dal voto al Senato sulla legge di bilancio è che viviamo in una democrazia minacciata dal totalitarismo della maggioranza. Il Pd è coinvolto? Sì, e ce ne dispiace, perchè manifesta una pericolosa cultura irrispettosa delle prerogative del Parlamento, e di sottigliezze come le regole democratiche. Occorre difendere i valori costituzionali della nostra democrazia proprio quando sono minacciati da una presunta realpolitik. E in questo, nella legittimazione attraverso realpolitik, il “rottamatore” Renzi appare un vero maestro.

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