Il ragazzo invisibile: per crescere non bastano i superpoteri

Il ragazzo invisibile: per crescere non bastano i superpoteri

Ci ha fatto sognare, puntando sull’esotismo di film come Marrakech Express e Mediterraneo. Ha omaggiato il teatro, amore di una vita, con Turnè. Era solo l’inizio di una carriera straordinaria, costellata di piccole grandi perle. Ed ora, dopo aver abbracciato più e più generi cinematografici, Gabriele Salvatores decide di darsi alla fantascienza. Come sempre però, il regista napoletano esplora universi apparentemente lontani, seguendo comunque una certa linearità d’intenti.  Il ragazzo invisibile infatti è un film sui supereroi, una pellicola per ragazzi che parla ai ragazzi. Lo fa però considerando come focus d’indagine il rapporto degli adolescenti col mondo,  riallacciandosi quindi a due suoi lavori precedenti, Io non ho paura e Come Dio comanda (entrambi tratti dagli omonimi romanzi di Niccolò Ammaniti). Salvatores compie un salto nel vuoto, tentando di smascherare il semplice lato fumettistico del genere, per potersi avvicinare a domande ben più profonde, esistenziali, che fanno eco a quella fantascienza sociologica tipicamente sessantottina, che prese piede in Italia agli inizi degli anni ’70. L’esperimento è assolutamente ben riuscito, la sceneggiatura, coerente ed organica, sviluppa alcune  riflessioni già presenti nel recente documentario Italy in a day, e si appresta ad osservare il rapporto tra genitori e figli nella società contemporanea, non disdegnando una certa lettura allarmistica delle relazioni odierne. E allora col passare dei minuti, apparirà chiaro allo spettatore che l’alone favolistico che avvolge una Trieste fredda ed umida, non è altro che uno stratagemma comodo per stemperare interrogativi in realtà ben più complicati da risolvere. Se “Fare un film di genere è difficile, basta una scena sbagliata e il tutto crolla come un castello di carta”, per ammissione dello stesso produttore della pellicola, Salvatores non solo è stato capace di attenersi agli stilemi fantascientifici, ma è riuscito anche a riempire, al livello contenutistico, un genere che tal volta vive di semplice autoreferenzialità. Gli effetti speciali sono ridotti all’osso, e ciò consente di addentrarsi in un mondo utopico,  guardando il tutto con un occhio sorpeso e, allo stesso tempo, sospeso in una realtà assolutamente tangibile. Del resto Michele, il ragazzino protagonista della pellicola, è un adolescente come tanti, che ha difficoltà nel confrontarsi con una realtà più grande di lui. Vive i piccoli drammi del diventare adulti, ed in fondo, nel suo processo di crescita, la sua capacità di diventare invisibile, è un dono assolutamente trascurabile.

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