Il punto politico sull’inchiesta “Mafia Capitale” (2)

Il punto politico sull’inchiesta “Mafia Capitale” (2)

72 ore dopo il blitz

A più di 72 ore dall’inizio dell’operazione “Mafia Capitale”, coordinata dal procuratore capo della Repubblica di Roma, Giuseppe Pignatone, il fuoco della polemica politica e soprattutto mediatica ha lasciato i lidi della destra neofascista romana e si è concentrato sul ministro del lavoro, Giuliano Poletti, e sul sindaco di Roma, Ignazio Marino, commettendo un gigantesco errore di visione prospettica della ignobile vicenda mafiosa. Non va mai dimenticato che l’innesco della bomba corruttiva e associativa è stato è stato tirato da un gruppo di persone situate al confine, quasi invisibile, che separa un pezzo della destra romana e la criminalità organizzata della ex banda della Magliana. I due nomi sui quali gli inquirenti hanno concentrato le attenzioni investigative più importanti sono quelli di Massimo Carminati e di Giovanni Di Carlo. Infatti, mentre continua la lettura delle 1200 pagine dell’ordinanza, si aprono scenari ancora più inquietanti dei legami che la parte criminale aveva intrecciato non solo con gli ambienti politici e amministrativi della capitale, ma anche dello sport e dello spettacolo. E altro ancora ci riserverà la cronaca nei prossimi giorni. Restiamo agli effetti politici. Non va dunque dimenticato che in cima alla lista del cosiddetto “libro nero” delle tangenti pagate da Salvatore Buzzi, capo della cooperativa 29 Giugno, c’era quasi tutta intera la squadra nominata dall’allora sindaco Gianni Alemanno, nelle società partecipate. La “rete” costituita da questo gruppo ha una storia che affonda le radici nella destra romana degli anni Settanta, negli anni di piombo. Oggi hanno indossato abito, camicia e cravatta, ma “l’odore dei soldi” li ha conquistati molto più dell’ideologia da “ordine nuovo”. Questa è la storia solida dell’affaire romano che ha conquistato le prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Nella “rete” sono finiti esponenti del Pd romano, e questa è invece la parte più triste della storia, quella del presunto condizionamento della libertà di espressione di voto, del presunto inquinamento delle primarie della capitale. Qualcun altro è stato attratto “dall’odore dei soldi”, ed è giusto che paghi. Come si dice, la giustizia farà il suo corso.

Giuliano Poletti ingiustamente attaccato…

In questa solida cornice si è svliuppato in queste ore il caso che mediaticamente ha coinvolto, per le stesse ragioni, il ministro del lavoro Poletti, ma per un evento relativo alla sua presidenza di Legacoop, e il sindaco Marino, per una iniziativa della sua campagna elettorale. Entrambi sono stati fotografati mentre erano in compagnia di Salvatore Buzzi. La “questione Poletti” è stata sollevata da Roberto Saviano su Repubblica, dove, al termine di una dura requisitoria, ne ha chiesto le dimissioni. La “questione Marino” è stata invece generata da un cortocircuito mediatico iniziato con la presenza del sindaco di Roma alla trasmissione “Ottoemezzo”, di Lilli Gruber, e finito con le foto distribuite ai giornali dalla coo sociale 29 giugno. Andiamo con ordine. La foto che “inchioderebbe” Poletti è del 2010, ed è stata pubblicata dall’Espresso. Al tavolo di un ristorante romano, Poletti era in compagnia di Buzzi, di Angiolo Marroni (non toccato dall’ordinanza della Procura), garante dei detenuti del Lazio, di Umberto Marroni (neppure lui toccato dall’ordinanza della Procura), all’epoca capogruppo Pd nel Consiglio comunale capitolino, ed altre persone oggi invece incriminate. Cosa contesta Saviano al ministro Poletti, a quattro anni di distanza? Ovvio, la sua capacità divinatoria relativamente al signor Buzzi, che tuttavia a quell’epoca guidava una coop sociale considerata un fiore all’occhiello nell’impegno alla reintegrazione sociale degli ex detenuti. Poletti non poteva non sapere e dunque dovrebbe dimettersi? Ma andiamo! Con tutto il rispetto per Saviano, questa tesi non appare convincente, né appaiono convincenti le richieste di dimissioni giunte dal centrodestra (ma guarda un po’). Con Giuliano Poletti non abbiamo condiviso le scelte sul decreto lavoro e sul Jobs Act. Ma questa è dialettica politica. Come persona cristallina, integra e assolutamente ineccepibile, non vi sono dubbi di sorta. E apprezziamo la lettera che il ministro ha inviato a Repubblica proprio in replica alla provocazione di Saviano. Non solo nella parte in cui ovviamente si difende da attacchi che appaiono sempre più pretestuosi, ma soprattutto nell’ultima parte in cui difende e tutela i valori della cooperazione, la sua tradizione, il suo messaggio. Milioni di persone vivono oggi, in Italia, la diffusa realtà cooperativa, che rappresenta, ricordiamolo, il 7% del PIL nazionale. Giudicare l’intera galassia cooperativa e la sua missione per un evento di cronaca, e per una foto, sia pure importanti, e drammatici, non fa che gli interessi di coloro che invece intendono chiudere per sempre l’esperienza cooperativa italiana. Ed è un male che attraverso Saviano, Repubblica se ne faccia anch’essa alfiere. Indirizziamo perciò a Giuliano Poletti la nostra solidarietà, confermando però la nostra distanza critica dalle sue scelte politiche.

…come Ignazio Marino

Su Ignazio Marino s’è fatta la stessa “caciara” come dicono a Roma. Intervistato da Lilli Gruber, il sindaco aveva affermato che il tal Buzzi non lo conosceva, e non aveva mai parlato con lui. L’indomani, apriti cielo, i giornali e le tv smentiscono la memoria di Marino. La coop 29 giugno fa avere loro le foto che ritraggono Marino nel corso di una iniziativa elettorale che ebbe luogo proprio in uno dei centri gestiti da quella coop. E Marino conversa con Buzzi. Non solo, emerge anche che la stessa coop ha contribuito alla campagna elettorale di Marino con un contribuito di 30.000 euro, regolarmente certificati. La situazione è analoga a quella che ha portato al processo mediatico contro Poletti: si attribuisce a Marino la capacità divinatoria. E si giudica per lo stesso motivo: non poteva non sapere. Strano che tutto ciò, ovvero processo mediatico e condanna, venga proprio da coloro che a corrente alternata diventano i paladini del garantismo. Anche al sindaco di Roma, Ignazio Marino, va la nostra solidarietà.

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