Il funzionario di PricewaterhouseCoopers che ha rivelato al mondo Luxleaks rischia il carcere

Il funzionario di PricewaterhouseCoopers che ha rivelato al mondo Luxleaks rischia il carcere

L’indagine sul funzionario francese, che ha permesso al Consorzio dei giornalisti investigativi di fare luce sugli affari di centinaia di aziende multinazionali in Lussemburgo, frodando il fisco di molti paesi europei, è nata da una querela depositata presso il Tribunale penale del Lussemburgo. Il funzionario, che vive in Francia, e la cui identità non è stata ancora rivelata, è stato convocato per rogatoria ed accusato di violazione di segreto professionale e furto.

Lo scandalo Luxleaks ha colpito duramente l’attuale presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, il quale era primo ministro lussemburghese quando furono siglati gli accordi per i benefici fiscali alle aziende coinvolte. E non è a caso che il presentatore della querela contro il funzionario francese sia PricewaterhouseCoopers, della quale società il funzionario era dipendente, che aveva presentato una denuncia nel 2012 per aver scoperto la violazione di documenti nel corso di un reportage televisivo di France2. In seguito alla denuncia di PricewaterhouseCoopers, era stato aperto un fascicolo presso la Procura del Lussemburgo. L’inchiesta era stata rilanciata a novembre, dopo la rivelazione di Luxleaks da parte del Consorzio dei giornalisti investigativi.

Nel comunicato della Procura lussemburghese si legge: “nel quadro di questa informazione giudiziaria, si è proceduto in data odierna a mettere sotto indagine una persona accusata di furto, violazione del segreto professionale, violazione dei segreti d’ufficio, riciclaggio e accesso fraudolento a un sistema di trattamento automatico di dati sensibili”. È stata perciò chiesta una rogatoria internazionale in Francia. Per i dirigenti di PricewaterhouseCoopers, il furto è avvenuto nel settembre del 2010, da parte di un ex funzionario, che aveva copiato dati confidenziali, senza autorizzazione. Un’inchiesta interna aveva permesso di risalire all’autore.

Lo scandalo Luxleaks era scoppiato nel novembre di quest’anno, pochi giorni dopo l’approvazione della Commisione Juncker da parte del Parlamento Europeo. Erano stati diffusi i dati di un documento di 28000 pagine ottenuto dal Consorzio internazionale dei giornalisti investigativi, di una quarantina di giornali internazionali, che avevano rivelato al mondo gli accordi fiscali vantaggiosi che il Lussemburgo di Juncker aveva siglato con centinaia di multinazionali, tra le quali la Apple, Amazon, Ikea, Heinz, Verizom, Aig, Fiat, Finmeccanica, San Paolo e Unicredit. Una seconda tranche dei documenti era stata rivelata la settimana scorsa, alla vigilia del giuramento di Juncker e della Commissione. Molti media hanno pubblicato nuove informazioni su Skype, Walt Disney e Koch Industries.

I patti fiscali (“tax rulings”) che permettono a un’impresa di chiedere ad un paese in anticipo come sarà trattata la sua posizione fiscale, al fine di ottenere una ottimizzazione fiscale, sono stati conclusi tra il 2003 e il 2011, e hanno fatto perdere a molti paesi d’origine la cifra record di 1.200 miliardi di dollari di tasse non pagate. Juncker, che non cessa mai di promettere, da più di un mese, di rafforzare la lotta contro l’evasione e la frode fiscale, ha affermato mercoledì che “l’armonizazzione fiscale è una necessità assoluta”, proprio per non essere più “sottomessi alla sola volontà dei gruppi che pensano di sfuggire al pagamento delle imposte”. In queste settimane, Juncker ha detto e promesso molte cose: dal piano da 310 miliardi, che si è rivelato una bufala vera e propria, alla posizione sbagliata assunta in queste ore nella Conferenza sul clima in corso a Lima, fino alla verità sulla sua posizione nell’affaire Luxleaks. Sta perdendo fiducia nel campo che lo ha eletto, quello dei popolari, con la Merkel che non gli risparmia dure critiche. E curiosamente, e paradossalmente, nonostante le sue uscite maldestre, è proprio il gruppo socialista, a guida dell’italiano Pittella (Pd), che sembra tenerlo ancora in considerazione. Forse si pensa che un presidente di Commissione azzoppato sia più facilmente addomesticabile?

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