Il Censis ‘legge’ una società stremata

Il Censis ‘legge’ una società stremata

Dopo sei anni di crisi gli italiani aspettano solo il peggio. Le famiglie si barricano dietro un risparmio che cresce, malgrado il crollo dei redditi

Una società stremata da sei anni di crisi e che ormai si aspetta solo il peggio. Le famiglie che si barricano dietro un risparmio che cresce nonostante il crollo dei redditi, ma che non si traduce né in consumi né in investimenti, è “un cash di tutela”. Un capitale umano che vorrebbe essere energia lavorativa ma che rimane al palo. Un patrimonio culturale ingente ma che non produce valore perché è mal gestito o non è gestito affatto. E’ sempre più l’Italia dei social network, utilizzati dal 49% della popolazione e dall’80% degli under 29, ma anche della solitudine segnata dalla diffidenza: solo il 20,4% degli italiani pensa che gran parte della gente sia degna di fiducia, mentre il 79,6% è invece convinto che bisogna stare molto attenti. E infatti domani la paura: il 60% degli italiani ritiene che “a chiunque possa capitare di finire in povertà”.

La luce dell’Italian way of life

Di fronte a tutto questo ci sono anche delle luci, come, ad esempio, l’”Italian way of life” che non conosce crisi. Con 186,1 milioni di presenze turistiche straniere nel 2013 e 20,7 miliardi di euro spesi (+6,8% rispetto al 2012), “siamo la quinta destinazione turistica al mondo”. L’export delle 4 A del made in Italy (alimentari, abbigliamento, arredo-casa e automazione) è aumentato del 30,1% in termini nominali tra il 2009 e il 2013. Sempre più persone parlano la nostra lingua: circa 200 milioni nel mondo. E crescono le reti di aziende italiane in franchising all’estero: 149 reti nel 2013 per un totale di 7.731 punti vendita (+5,3% rispetto al 2011). Ad esercitare un forte appeal sugli stranieri è soprattutto la nostra enogastronomia: “L’Italian food, inteso come rapporto con il territorio, autenticità, qualità, sostenibilità, è uno straordinario ambasciatore del nostro Paese nel mondo globalizzato. Il made in Italy agroalimentare è una delle componenti più dinamiche dell’export: 27,4 miliardi di euro nel 2013, con un aumento del 26,9% rispetto al 2007. L’Italia è il Paese con il più alto numero di alimenti a denominazione o indicazione di origine (266), seguito a distanza da Francia (219) e Spagna (179). Così il nostro Paese sta riuscendo a conquistare, con logica da soft power, cuori, menti e portafogli dei cittadini a livello globale”.

Secondo Censis, l’80% dei giovani usa i social network

Aumenta la solitudine dei singolo, in una società che non crede più nel “fare sistema”. E’ quanto emerge dal 48° Rapporto del Censis sulla situazione sociale del Paese 2014. Il Censis ha quindi sottolineato che l’estraneità dei soggetti alle dinamiche di sistema “risalta nel rapporto con i media digitali personali”: “La fenomenologia del selfie è emblematica della concezione dei media come specchi introflessi in cui riflettersi narcisisticamente – ha affermato il portavoce del Censis, Massimiliano Valerii – piuttosto che strumenti attraverso i quali scoprire il mondo e relazionarsi con l’altro da sé”. Passando ai dati del Rapporto: a fronte del 63,5% di italiani che utilizzano internet, gli utenti dei social network sono il 49% della popolazione e arrivano all’80% tra i più giovani di 14-29 anni. Tra il 2009 e il 2014 gli utenti di Facebook 36-45enni sono aumentati del 153% e gli over 55 del 405%. Gli utenti italiani di Instagram sono circa 4 milioni. Delle 4,7 ore al giorno trascorse mediamente sul web, 2 sono dedicate ai social network. E il numero di chi accede a internet tramite telefono cellulare in un giorno medio (7,4 milioni di persone) è ormai più alto di quanti accedono solo da pc (5,3 milioni) o da entrambi (7,2 milioni). Secondo quanto emerge dall’indagine del Censis, e per bocca del Presidente, Giuseppe De Rita: “la solitudine è oggi una componente strutturale della vita delle persone: il 47% degli italiani dichiara di rimanere solo durante il giorno per una media quotidiana di solitudine pari a 5 ore e 10 minuti. È come se ogni italiano vivesse in media 78 giorni di isolamento in un anno, senza la presenza fisica di alcuna altra persona”. L’attuale realtà italiana si può definire come una “società delle sette giare, cioè contenitori caratterizzati da una ricca potenza interna, mondi in cui le dinamiche più significative avvengono all’interno del loro parallelo sobollire, ma senza processi esterni di scambio e di dialettica”.

La società delle sette giare che non interscambiano i contenuti

Le sette giare sono: “i poteri sovranazionali, la politica nazionale, le sedi istituzionali, le minoranze vitali, la gente del quotidiano, il sommerso, il mondo della comunicazione”. Le sette giare non sono comunicanti. Siamo una società che “non crede più nel fare sistema”. Ecco perché, ha spiegato De Rita, “in questa Italia del ‘bado solo a me stesso’, per riconnettere questi sette mondi, la politica deve orientare la società, riprendendo la sua funzione di promotore dell’interesse collettivo”. Per De Rita, “siamo sempre più condizionati dal circuito sovranazionale, senza che mai corrisponda alle aspettative collettive. La finanza internazionale si regola e ci regola attraverso lo strumento del mercato con procedure che vivono di vita propria, senza innervare una reale dialettica con le realtà nazionali. E le autorità comunitarie, con i vincoli cui sono sottoposti gli Stati (direttive, controlli, parametri, patti di stabilità, fiscal compact), comportano una crescente cessione di sovranità (quasi una sudditanza), che spinge a un crescente egoismo nazionale e a un continuo confronto duro sui relativi interessi. Non riuscendo a modificare i circuiti di potere sovraordinato, la politica è riconfinata nell’ambito nazionale, con la reazione di rilanciare il primato della politica”, che però rischia di “restare senza efficacia collettiva, a causa della perdita di sovranità verso l’alto e non avendo potere reale verso il basso. La politica rischia di restare confinata al gioco della sola politica”. Le istituzioni, invece, “vivono in una dinamica tutta loro: abbiamo grandi enti pubblici vuoti di competenze il cui funzionamento è appaltato a società esterne di consulenza o di informatica, personale pubblico (anche giudiziario) che sente la tentazione di fare politica o passa a occupare altri ruoli (di garanzia o di gestione operativa), un costante rimpallo delle responsabilità fra le diverse sedi di potere, rincorse infinite fra decisioni e ricorsi conseguenti”. Per quanto riguarda la giara delle “minoranze vitali”, secondo il presidente del Censis, “i medio-piccoli imprenditori concentrati sull’export e sulla presenza internazionale nel manifatturiero, ma anche nell’agroalimentare, nel turismo, nel digitale, nel terziario di qualità, costituiscono un insieme variegato che si è rivelato molto competitivo. Tendono però a non fare gruppo. I vari protagonisti si sentono poco assistiti dal sistema pubblico, così aumenta il loro congenito individualismo e si riducono le loro appartenenze associative e di rappresentanza”. La gente del quotidiano, è anch’essa “un mondo che vive di sé stesso. Qui non c’è mobilità verticale, né perseguita singolarmente, né espressa in aggregazioni intermedie (sindacali, professionali, sociali). C’è una sospensione delle aspettative. È un terreno dove possono incubarsi crescenti diseguaglianze e imprevedibili tensioni sociali. Emerge solo la voglia dei nuovi diritti nella sfera individuale, con rivendicazioni soggettive, che però riguardano una minoranza attivista incapace di indurre grandi trasformazioni sociali”. E ancora, il sommerso “consente a famiglie e imprese di reggere, è il riferimento adattativo di milioni di italiani. Abbiamo un adattamento alla mediocrità”. Infine, di fronte al problema del “capitale inagito del Paese”, il presidente del Censis, Giuseppe De Rita, ha richiamato le parole del frate francescano Bernardino da Feltre: “Moneta potest esse considerata vel rei vel, si movimentata est, capitale”: “La ripresa c’e’ – ha concluso – se si muove il capitale e si torna ad avere aspettative”.
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