Duello all’Ok Corral nell’Assemblea Pd del 14 dicembre

Duello all’Ok Corral nell’Assemblea Pd del 14 dicembre

Dopo l’approvazione in Commissione Affari Costituzionali alla Camera di due emendamenti proposti da un deputato della minoranza sulla riforma del Senato e sulla cancellazione dei senatori a vita proposti dal presidente della Repubblica, nel Partito Democratico si è scatenata la bagarre. Sostanzialmente, ogni volta che la minoranza del partito interviene per modificare, spesso in meglio, e dunque per correggere le vere e proprie cretinate proposte dal governo e dalla maggioranza (ingrossata da parlamentari yesmen e yeswomen) ecco che scatta, con l’immediatezza del tweet, il fuoco di sbarramento. Ad accendere la miccia questa volta è stato il sottosegretario Graziano Delrio, che ci è noto come uomo mite e di correttezza esemplare, il quale ha confessato ad un cronista dell’Agenzia Agi che “se la minoranza del Pd vuole andare al voto lo dica. Basta segnali di vecchia politica”, delegittimando in tal modo chiunque avesse intenzione di apportare singificative modifiche al merito dei provvedimenti. A Delrio ha replicato Massimo D’Alema: “le riforme costituzionali sono materia squisitamente parlamentare e i senatori e i deputati hanno diritto e dovere di migliorare testi che restano contraddittori e mal congegnati, nonostante malgrado il notevole impegno della relatrice”. In un tweet la velenosa, e antipolitica, risposta della vicesegretaria del Pd e governatrice del Friuli, Debora Serracchiani: “Eccoli di nuovo in azione: la premiata ditta Bindi-D’Alema all’opera, ma non riusciranno a fermare le riforme”. L’insulto come metodo, dunque. E non finisce qui. Un altro sottosegretario, Angelo Rughetti, in un altro tweet scrive: Partito della palude si è rimesso in moto. Va bene tutto purché non cambi nulla! Ha governato per anni, non ha chiesto scusa e dà lezioni”. E poi l’ex presidente del Consiglio regionale emiliano, Matteo Richetti, coinvolto nell’affare giudiziario dei rimborsi facili e per questo costretto a non partecipare alle primarie per l’elezione del governatore di quella regione, reagisce così: “Minacce? Della materia ne sa qualcosa”, in riferimento al consiglio di D’Alema di non minacciare i parlamentari “dissidenti”. Chiude con decisione lo stesso segretario-premier Renzi con una dichiarazione al vetriolo da Ankara, dov’era in visita di Stato: “Il voto in commissione alla Camera è stato considerato come un segnale politico. Di segnali politici ne parleremo in modo chiaro in Assemblea. La riforma costituzionale andrà in Aula a gennaio e rispetterà i termini previsti”.

Sulla sponda della minoranza, Vannino Chiti con un comunicato secco e meditato, e Gianni Cuperlo, in un’intervista a Repubblica, non risparmiano a loro volta critiche e attacchi. Il senatore Chiti, il quale, ricordiamolo, conduce da mesi una battaglia per emendare la riforma del Senato e quella elettorale proposte dalla Boschi, scrive: “Il Parlamento ha il dovere di approvare una buona legge elettorale, che restituisca ai cittadini italiani la possibilità di scegliere i parlamentari e di determinare le maggioranze di governo. La legge elettorale ha questo scopo: non ha certo il compito di condizionare lo svolgimento delle elezioni politiche in una data o in un’altra”, e che “fino ad ora sono stati esponenti che si dichiarano di assoluta fede renziana ad invocare il voto”. Nell’intervista a Repubblica, dal canto suo, Gianni Cuperlo dice provocatoriamente di essere disponibile a rimettere il suo mandato da parlamentare nelle mani di Renzi, visto che quest’ultimo ha una concezione proprietaria del seggio. E finalmente ammette: “il governo cade se perde la sua maggioranza e io non lavoro per questo. Né per nuove elezioni. Lavoro perché si facciano buone riforme, sull`economia, sui diritti, sulla Costituzione e la legge elettorale. Descrivere tutto questo come un sabotaggio è sbagliato».

Quella che andrà in scena domenica, dunque, si annuncia come un’Assemblea infuocata, una sorta di sfida all’Ok Corral, dove finalmente dovrebbero affrontarsi “renziani” e “non renziani”, su questioni di metodo politico, cioè se sia o no legittimata una minoranza a presentare proposte emendative, e di merito dei provvedimenti. L’Assemblea sarà costretta a votare un documento “scritto di suo pugno” dal segretario-premier, in cui però verranno dettate le condizioni per restare nel partito, sempre meno democratico.

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