Carcere/Giustizia: il molto fumo e il poco arrosto del Governo Renzi

Carcere/Giustizia: il molto fumo e il poco arrosto del Governo Renzi

Il presidente del Consiglio, nel corso della sua conferenza di fine anno, sfodera un sorriso a ventiquattro carati. L’eloquio è quello delle grandi occasioni, gli aggettivi enfatici si sprecano, sparge soddisfazione e compiacimento. “La situazione nelle carceri”, dice, “è sostanzialmente risolta, come ha dimostrato il pronunciamento della Corte europea su questo”. Condivido che siano inumani i tempi di un processo così lungo, ma anche su questo si sta intervenendo; aggiunge che i detenuti in attesa di giudizio sono scesi da 11 mila a circa 8 mila. Nel corso del 2014 sarebbero aumentati di circa quattromila, i posti disponibili nelle carceri, ora giunti a 49mila; E ancora, in risposta a una domanda su amnistia e indulto evocati nel messaggio alle Camere dal presidente Giorgio Napolitano, risponde che “il messaggio del presidente era molto ampio, riguarda tanti strumenti, e non solo quelli di clemenza. Va letto nella sua interezza, noi lo abbiamo fatto, e abbiamo risposto con una deflazione del sistema”. Secondo Renzi la crisi del sistema carcerario quest’anno si è ridotto del 20 per cento. Così fosse, e non è detto sia, resta comunque un 80 per cento; ed è questo 80 per cento, evidentemente, la carne del problema.

   Renzi invita a leggere i numeri. Nell’ultimo rapporto Istat si legge che nelle carceri, alla fine del 2013, si contano 62.536 detenuti: il 4,8 per cento in meno rispetto all’anno precedente. Le donne sono il 4,3 per cento, gli stranieri più di un terzo (34,9 per cento). Lavora poco meno di un detenuto su quattro (23,3 per cento), in massima parte (84,3 per cento) alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria. Per quanto riguarda l’indice di affollamento delle carceri (il rapporto tra detenuti presenti e posti letto previsti), il dato è in calo e si attesta a 131,1 da 139,7 del 2012. La situazione è più critica nel nord dove ci sono 142,3 detenuti per 100 posti letto, ma anche nel mezzogiorno a al centro i valori sono ben lontani da quello ottimale.

    Alla fine del 2013 sono 25.332 le misure alternative alla detenzione in corso (affidamento in prova al servizio sociale, semilibertà, detenzione domiciliare, libertà vigilata, libertà controllata, semidetenzione), in aumento del 10,1 per cento rispetto all’anno precedente. Nel 7,9 per cento dei casi queste misure coinvolgono le donne, nel 16,6 per cento persone straniere e nel 13,1 per cento individui con dipendenza da alcool e droghe. Le misure più utilizzate sono l’affidamento in prova al servizio sociale (43,9 per cento) e la detenzione domiciliare (40,2 per cento).

   Il 2014 è segnato da una riduzione consistente del numero di detenuti: circa diecimila in meno in dieci mesi (dati al 30 settembre 2014). Dai 64.047 ristretti di fine novembre 2013 si è arriva a quota 54.195. I posti disponibili nei 202 istituti sono però 49.347: resta un eccesso di circa 5 mila detenuti. Ad ogni modo c’è chi, come la segretaria di Radicali italiani Rita Bernardini mette in discussione questi dati: “Se si vanno a spulciare le cifre pubblicate dallo stesso ministero di Giustizia, si vede che i posti realmente disponibili sono molti meno dei 49.494 dichiarati. Ci sono sezioni ancora non agibili perché da ristrutturare o perché manca il personale. Ma non solo: a Mamone, per esempio, in provincia di Nuoro, ci sono 392 posti disponibili e i detenuti sono 126. Lo stesso a Fossombrone, Ancona, e così via. Insomma, la media si abbassa con questi espedienti ma l’indice di sovraffollamento nella maggior parte dei casi è più alto di quello dichiarato. C’è poi un problema su come si calcolano i 3 metri quadri che ciascun detenuto deve avere a disposizione perché il posto sia considerato regolamentare: la Cassazione ha più volte ribadito che si deve calcolare la superficie calpestabile, al netto degli arredi”.

    Al di là delle cifre, che possono essere utilizzate come una pelle di zigrino, il fatto è che il Governo aveva assicurato che la riforma della giustizia sarebbe stata approvata “entro giugno”; giugno poi è diventato “entro la fine dell’anno”, assicura il ministro della Giustizia Andrea Orlando. Ci siamo, dunque; e la riforma? Una promessa mancata.

   Per quanto riguarda la promessa e annunciata responsabilità civile dei magistrati, è stata approvata al Senato, ma non alla Camera. Doveva esserlo entro fine dicembre (l’Unione europea ha aperto una procedura di infrazione che sarà esecutiva dal 2015, 40 milioni di euro più 36mila al giorno) ma l’iter è  tutt’altro che concluso, e i contenuti della norma per ora sono ingiudicabili.

   Ferie dei magistrati. È l’unica cosa fatta, anche se non si tratta di un intervento specifico in tema di giustizia, piuttosto di un tentativo di riordino della pubblica amministrazione: hanno introdotto un articolo bis per cui le ferie saranno di soli 30 giorni. Qui giova riprendere quanto dichiara l’ex PM di “Mani Pulite Piercamillo Davigo, ora giudice di Cassazione. Davigo sostiene che il provvedimento in realtà le ferie le allunga, che solo i fuori ruolo hanno ridotto le ferie; e che, per astruse ragioni, i vecchi 45 giorni di ferie in realtà sono diventati 75. “Dilettanti allo sbaraglio, c’è da avere paura” dice Davigo riferendosi al governo. “Noi riteniamo che la norma abroghi quelle precedenti”  risponde il Guardasigilli. Chi ha ragione? Ancora non si è capito.

   Intercettazioni. Intercettiamo tre volte la Francia, cinque volte la Germania; 3.372 quelle del Regno Unito; l’Italia è a quota 124.713. Saranno anche giustificate, ad ogni modo comportano una spesa non indifferente. Secondo l’Eurispes 284 milioni di euro solo nel 2010. Di una riforma delle norme relative alle intercettazioni se ne parla da anni. A luglio Renzi assicura che prima di metter mano alla materia vuole sentire l’opinione dei giornalisti; e prima ancora i famosi “saggi” nominati da Napolitano avevano fatto presente la necessità di ridurre l’uso delle intercettazioni che dovevano essere uno strumento di “ricerca della prova” e non del reato. Il tutto si trova ora in un limbo di cui non si ha traccia o notizia.

    Prescrizione. Anche qui, molto fumo e pochissimo arrosto. Più di un giurista avverte che evitare l’estinzione del reato rischia anzitutto di allungare i tempi dei processi, nostro cronico problema. Ad ogni modo, l’unico pacchetto approvato alla Camera il 26 febbraio scorso consiste nel raddoppio dei tempi di prescrizione per i reati ambientali. Ma il Senato e le commissioni latitano.

   Custodia cautelare e indagini preliminari, vale a dire gli aspetti più scandalosi e inefficienti della nostra giustizia: anche qui siamo in alto mare. Le “riforme strutturali” chieste dall’Europa contro il sovraffollamento carcerario non sono neppure state concepite, e tra non molto le corti di giustizia europee ci presenteranno un salatissimo conto da saldare.

   Chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari: rinviata. Il primo aprile è scaduto il termine fissato dalla legge per la chiusura degli Opg. Ma gli Opg esistono ancora: il Governo ha infatti approvato un decreto di proroga per un altro anno, e stabilito la chiusura di tutti gli Opg entro il 31 marzo 2015, pena il commissariamento delle regioni. Al momento sono 750 le persone ancora internate.

   Bambini in carcere. La vicenda del piccolo Giacomo, cresciuto in carcere con la madre condannata per reati gravi, ha riacceso i riflettori sulla situazione dei bambini in carcere e segnato una svolta: lo scorso ottobre la Corte costituzionale ha stabilito che la madre potrà essere ammessa alla detenzione domiciliare speciale. Secondo i giudici, infatti, a prevalere è “l’interesse del bambino”. Secondo i dati del Dap, sono 40 bambini fino a tre anni presenti in carcere, mentre le mamme detenute sono 39.

      C’è poi il capitolo dei suicidi in carcere. Nel 2014 oltre quaranta casi accertati. Avevano un’età media di 40 anni, 37 gli italiani, due le donne. 37 detenuti si sono impiccati, 5 si sono asfissiati con il gas del fornelletto da camping in uso nelle celle, uno si è dissanguato tagliandosi la carotide con una lametta da barba. Le carceri nelle quali si sono registrate più vittime sono Napoli-Poggioreale (4) e Padova Casa di Reclusione (3). Gli ultimi due casi, l notte di Natale. Carlo B., 31 anni, detenuto nel carcere di Trani si impicca con una corda rudimentale alle 7 del mattino. Stava scontando una condanna per detenzione di hashish; sarebbe uscito, per fine pena, a febbraio. Non ce l’ha fatta ad aspettare un paio di mesi. L’altro detenuto si chiamava Massimiliano A., 44 anni; si suicida nel carcere Pagliarelli di Palermo, impiccandosi con un lenzuolo. Era in attesa di appello dopo una condanna in primo grado. Tecnicamente, dunque, ancora innocente.

   In cinque anni (2009-2014) ben 19 detenuti si sono tolti la vita nel periodo delle festività natalizie tra il giorno della vigilia di Natale e il giorno dell’Epifania, con una frequenza doppia rispetto al resto dell’anno. Un rapporto del Centro Studi di Ristretti Orizzonti sulle carceri in Italia documenta che i casi di suicidio accertati negli ultimi 14 anni (2000-2014) sono stati 843. Nello stesso periodo, le morti per altra causa sono state 2.368. Questa la situazione, questi i fatti.

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