Stati Uniti, non sarà processato l’agente che uccise Michael Brown

Stati Uniti, non sarà processato l’agente che uccise Michael Brown

Resterà libero e non affronterà processi l’agente di polizia che lo scorso agosto uccise un giovane afroamericano disarmato a Ferguson, nel Missouri. Dopo mesi di consultazione, ieri è arrivata la decisione del Grand Jury -formato da 9 bianchi e 3 neri- riguardo alla morte di Michael Brown, diciottenne caduto sotto i colpi di Darren Wilson, poliziotto bianco. La mancanza di sufficienti prove alla base del rifiuto della giuria di processare Wilson per assassinio, che continuerà a restare in libertà e ha ricoprire il suo ruolo. Ma il fatto rischia di scatenare una delle più grandi potreste razziali degli ultimi anni. Subito la cittadina di Ferguson è stata protagonista di forti tensioni, con almeno una decina di incendi appiccati a negozi e autovetture, mentre molti manifestanti lanciavano pietre all’indirizzo del veicolo che conteneva proprio Wilson. Finora sono 29 gli arresti operati, ma la situazione resta difficile, con spari che da ore riempiono l’aria.

Situazione fuori controllo a University City, altro sobborgo di St. Louis, distante appena una decina di chilometri da Ferguson, dove un poliziotto è stato ferito a colpi di pistola mentre Jon Belmar, il capo della polizia della contea, ha segnalato edifici in fiamme e ha affermato che contro la polizia sono stati esplosi almeno 150 colpi di arma da fuoco. È stato devastato anche il negozio in cui, secondo quanto risulta da un video di sorveglianza, il deceduto Brown aveva rubato una scatola di sigari, fatto che lo aveva portato ad essere ricercato dalle forze dell’ordine e che ha portato alla sua morte.

Anche in altre città degli Stati Uniti si sono svolte proteste e manifestazioni, per fortuna più pacifiche rispetto a quella che ha colpito Ferguson. Davanti la Casa Bianca, ad esempio, a Washington, dispersasi dopo l’uso di fumo -secondo alcuni lacrimogeni- da parte delle forze dell’ordine. Ha subito preso la parola il Presidente Obama, che ha dichiarato: “Siamo una nazione fondata sul rispetto della legge, accettiamo la decisione del Grand Jury. Mi unisco ai genitori di Michael Brown che esortano chiunque protesti a farlo pacificamente; suo padre ha lanciato un appello con queste parole: fare del male agli altri non è la risposta; la morte di Michael deve rendere la nostra comunità migliore”. La sua attenzione si è poi spostata sulla polizia, con l’augurio che questa “dimostri moderazione, lavori con la comunità locale, non contro; sappia distinguere i pochi violenti dai tanti che vogliono fare ascoltare la propria voce. La sfida più grande è la profonda diffidenza tra la polizia e le comunità di colore, eredità della discriminazione razziale”.

Profondamente delusa dalla decisione del Grand Jury la famiglia Brown, che negli ultimi mesi è diventata portavoce di una protesta crescente, che ha assunto i contorni di una rivalsa da parte della popolazione di colore, sfiduciata e avvilita dal fatto che, in alcuni luoghi, la giustizia è ben lontana dall’essere libera da preconcetti. La mamma di Michael, prendendo però le distanze dalle frange più violente, ha sostenuto i manifestanti pacifici, auspicandosi un cambiamento vero e concreto.

Ora si attendono con ansia gli sviluppi di una situazione destinata a non chiudersi qui, mentre la paura di ulteriori scontri e incidenti prevede tutti, dalle alte sfere fino alla popolazione locale di Ferguson, dove da mesi è persistente il presidio di FBI e Guardia Nazionale per evitare guerriglie violente. La decisione annunciata dal giudice Robert McCulloch è destinata a far discutere ancora a lungo.

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