Regionali in Emilia e Calabria: catastrofe democratica. C’è un colpevole?

Regionali in Emilia e Calabria: catastrofe democratica. C’è un colpevole?

Quando in una regione come l’Emilia Romagna, dove la partecipazione elettorale è sempre stata considerata la misura della civiltà politica di un popolo, vota poco più di un terzo degli aventi diritto non c’è più alcun alibi che tenga: si tratta di una catastrofe democratica e di un segnale politico rilevantissimo, di cui c’è bisogno di discutere a fondo. Per capirne le ragioni e gli effetti. Alla chiusura dei seggi, in Emilia Romagna aveva votato appena il 37.80 degli aventi diritto, con punte massime a Ravenna, col 41% e Bologna col 40%, e punte minime a Rimini col 33% e Parma col 34%. In Calabria si è toccato il 43.77 come dato complessivo regionale, con punte massime a Catanzaro e a Cosenza col 44%. Il raffronto con l’affluenza al voto delle precedenti regionali è impietoso e illuminante: in Emilia Romagna furono il 70% circa, mentre il Calabria il 60%.

In queste ore, molti commentatori si affannano a spiegare questa vera e propria catastrofe democratica con due motivazioni, che sono facilmente smontabili: la prima è che il rifiuto del voto, soprattutto in Emilia, può derivare da una partita ormai prevista e chiusa, con la vittoria del candidato governatore del Pd, Bonaccini. Rileviamo, molto modestamente, che anche nel 2010 non ci sarebbe stata partita con la rielezione di Errani, eppure votarono in tanti, e in 1.200.000 diedero fiducia al governatore dimesso. Anche in Calabria, paradossalmente, nel 2010 accadde lo stesso, con il governatore uscente Loiero dato per sconfitto da Scopelliti fin dalla designazione da parte del Centrosinistra. La seconda è ancora più risibile, e si riferisce ai casi di malcostume relativi all’uso improprio ed esagerato dei rimborsi dei gruppi consiliari in Emilia, e alla vicenda calabrese dei presunti reati commessi da Scopelliti. Si tratta di banali alibi che non spiegano e non vogliono spiegare il segnale politico che è stato inviato a Roma, e all’Italia, dagli elettori delle due regioni. In particolare, dagli elettori di una regione tradizionalmente più rossa d’Italia, che da sola premiava le forze di sinistra con almeno un milione di voti. Temiamo che la domanda da farsi a partire da questa notte è quanto possa essere legittimato, sul piano democratico, un Consiglio regionale e un presidente eletti dal 38% circa degli aventi diritto. Chiunque sarà eletto porterà le stimmate di una ferita democratica profondissima.

A differenza di altri, noi non cerchiamo alibi, ma una riflessione politica che ci conduca alle origini del malessere collettivo e diffuso: le politiche dissennate di Renzi in materia di riforma del lavoro e di scelte economiche, e soprattutto l’aver voluto sfidare con cocciuta e rischiosa insistenza quel popolo che, riconoscendosi nelle ragioni del sindacato, ha riempito le piazze e ha scioperato. È molto probabile, infatti, che l’astensionismo abbia colpito proprio quel popolo che guarda a sinistra con speranza e fiducia, e ad un certo ha sentito puzza di tradimento da parte del “renzismo”. A maggio, quello stesso popolo, premiò Renzi, oggi lo castiga, con la scelta del non voto. Varrebbe la pena ritrovare un po’ di saggezza e di misura.

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