Passa il Jobs act, ma il Pd perde i pezzi

Passa il Jobs act, ma il Pd perde i pezzi

Dopo un lungo dibattito nell’Aula di Montecitorio, dove il Partito Democratico ha registrato la prima clamorosa spaccatura tra componenti, è stato approvato, con 316 voti favorevoli e 6 contrari, il Jobs act, il provvedimento legislativo che ridisegna le tutele dei lavoratori e le norme che regolano i contratti.  Il Pd, malgrado l’appello del Presidente Orfini, non è riuscito ad arrivare compatto al voto, con le componenti  legate a Civati e Fassina, che hanno deciso di andare contro il provvedimento legislativo, abbandonando l’Aula, insieme a Movimento 5 Stelle, Forza Italia e Lega. Ora la battaglia si sposta al Senato, dove i numeri sono decisamente meno agevoli per Renzi. Criticità che non potrà contare nel soccorso di parlamentari dell’opposizione, soprattutto di Forza Italia, che oggi alla Camera ha mostrato una netta inversione di tendenza rispetto al clima dialogante degli ultimi mesi, un primo segnale su quanto possa rischiare anche il cosiddetto ‘Patto del Nazareno’.

L’ala dura della minoranza Pd si è divisa fra chi ha votato contro e chi, la maggior parte, non ha partecipato al voto, insieme all’opposizione: i deputati di Sel, Movimento 5 Stelle, Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia hanno infatti lasciato l’emiciclo di Montecitorio prima del voto, nel tentativo (non riuscito) di far mancare il numero legale. Secondo quanto risulta dai tabulati del voto in Aula, 29 deputati del Partito democratico (su un gruppo di 307 componenti) non hanno votato il Jobs Act, 2 hanno detto no al testo, altri 2 si sono astenuti. I no sono quelli di Giuseppe Civati e Luca Pastorino. Astenuti i civatiani Paolo Gandolfi e Giuseppe Guerini.  Altri 11 deputati del Pd non erano presenti in Aula per giustificati motivi (fra questi anche Enrico Letta).

Il gruppo dei 29 – tra i quali, Gianni Cuperlo, Rosy Bindi, Alfredo D’Attorre, Stefano Fassina e Francesco Boccia – ha firmato un documento per spiegare le ragioni del dissenso. Subito dopo il voto i deputati critici sul Jobs Act hanno ‘battezzato’ ufficialmente la nascita della corrente dissidente in una conferenza stampa a Montecitorio. “Siamo accomunati da senso di responsabilità – ha spiegato Gianni Cuperlo – ma abbiamo messo al centro il merito. Paura di andare contro lo Statuto del Pd? Confidiamo nelle nuove regole sul licenziamento disciplinare…”. E Fassina ha aggiunto: “Le parole di Renzi non aiutano la pace sociale, ma alimentano tensioni sovversive e corporative”. Mentre D’Attorre ha sottolineato che “dentro il Pd c’è un’area di critica molto vasta e il voto in Emilia lo conferma”.

Quanto agli altri partiti, hanno votato no rimanendo in Aula anche Francesco Saverio Romano di Forza Italia, Claudio Fava (ex Sel, ora Misto), Mauro Pili (ex Pdl, ora Misto), e Mario Sberna (Per l’Italia).

A coronamento di questa giornata densa di avvenimenti, Matteo Renzi ha ringraziato i deputati ‘fedeli’ su Twitter: “Grazie ai deputati che hanno approvato il Jobs Act senza voto di sfiducia. Adesso avanti sulle riforme. Questa è la volta buona”.

La spaccatura nel Pd. Dopo una mattinata convulsa, la minoranza dem è stata a lungo indecisa sul da farsi. La scelta era fra astensione e voto contrario. Gianni Cuperlo ha rimarcato la posizione della ‘fronda’ dei 29: “Non ci sono le condizioni per il sì. Il punto a cui si è arrivati – ha sottolineato – non è soddisfacente. Il problema non è come licenziare, ma come assumere”. E Fassina: “Non voteremo per questa delega. Non saremo un gruppo sparuto, ma un numero politicamente impegnativo. E non temiamo conseguenze disciplinari”. Civati, invece, ha chiarito sin dall’inizio la sua intenzione di votare contro.  A nulla è valso l’appello in extremis di Matteo Orfini a votare compatti per il sì: “Abbiamo raggiunto una larghissima unità sul testo – ha detto il presidente del Pd –  spero che per rispetto della discussione fatta, dei cambiamenti apportati, del lavoro di ascolto reciproco e della nostra comunità, si voglia fare tutti un ultimo sforzo in Aula”.  Mentre Pier Luigi Bersani ha invitato a non drammatizzare il dissenso e ha dichiarato di votare a favore per senso di disciplina: “Siamo davanti a dei miglioramenti indiscutibili, di cui bisogna ringraziare i membri della commissione. C’è però un imprinting iniziale di queste norme – ha spiegato – che non convince. Il mio è il caso di uno che per la parte che condivide, voterà con convinzione. Per quella che non condivide, e continua a non condividere, voterà per disciplina, come si conviene a uno che ha fatto il segretario per quattro anni e che vuole ribadire che i legni storti si raddrizzeranno solo nel Pd, da nessuna altra parte”.

 

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