Lo chock dell’astensionismo colpisce gli emiliani. Le dichiarazioni del giorno dopo

Lo chock dell’astensionismo colpisce gli emiliani. Le dichiarazioni del giorno dopo

L’affluenza al voto delle elezioni regionali in Emilia Romagna e Calabria? “Fatto secondario”, sostiene Matteo Renzi. Eppure, nelle città emiliane pare non tutti siano proprio d’accordo con questa valutazione. In Emilia Romagna si è registrata ieri l’affluenza più bassa dal Dopoguerra, in assoluto, e se si pensa che è accaduto in una regione dove si vota per dovere civico, tradizione e convinzione politica, non è così irrilevante e secondaria l’astensione del 60% degli emiliani. Nei luoghi collettivi, che abbiamo visitato quest’oggi, non si discute delle performance dei partiti o della vittoria di Stefano Bonaccini. Si discute di un dato che ha provocato un visibile shock in moltissimi emiliani e romagnoli. È come quando arriva un pugno nello stomaco, e ci metti qualche secondo ad avvertire il dolore. E così, passata la notte, letti i titoli dei giornali e guardati i notiziari televisivi, gli emiliani sono stati costretti ad ammettere che l’astensione così massiccia è un fenomeno che ha colpito non solo le terre al sud del Garigliano, ma anche a nord della Linea Gotica.

Vladimiro è un pensionato modenese. Fa la fila presso uno degli ambulatori, lindi e ordinati, del Policlinico di Modena. Ha i suoi acciacchi, ma sembra davvero in forma. “Sono stato iscritto al Pci per 40 anni, e alla Cgil da sempre”, ci racconta. “La Casa del popolo, poi la sezione, e il patronato sono sempre state la mia seconda casa. E ho sempre fatto il mio dovere di elettore. Democratico!”. A questo punto, Vladimiro si scalda, anzi manifesta la sua amarezza: “noi si andava casa per casa a fare campagna elettorale, a motivare i cittadini al voto, ma non per noi, per interessi personali, ma perchè si pensava che così si stesse meglio tutti. Le pare che quello che è successo ieri non mi faccia male?”. Vladimiro ci confessa che per la prima volta in vita sua non ha votato: “me jo’ seimper votee. Mo stavolta propria no. L’è mica bel sputar odi su chi lavura”. Accanto a lui, una dozzina di altre persone in attesa della visita medica, annuivano. Qualcuno lanciava sguardi pieni di sconcerto, stupore. Scuoteva la testa, mentre Vladimiro ripeteva come un mantra: “l’è mica bel quel c’han combinè a Roma”. Chiediamo se qualcuno di loro è tesserato al Pd. Rispondono affermativamente in quattro di averla perfino rinnovata nel 2014. “Ma prima del 25 ottobre”, replica una signora. “Perchè noi, da queste parti non siamo abituati a stracciare tessere del partito”. E che la questione del notevole tasso di assenteismo a Modena e dintorni sia un problema politico, lo dimostra anche il sindaco della seconda città emiliana, Gian Carlo Muzzarelli, eletto lo scorso giugno dopo il ballottaggio col candidato grillino. “Profonda preoccupazione per il dato”, ci conferma il sindaco Muzzarelli, “perchè manifesta un problema che qui non avevamo mai vissuto prima”. Questa, conferma il sindaco, è terra che non abdica al diritto e al dovere di partecipare. Per questo, anch’egli è stato colto di sorpresa “dalla distanza che ormai separa anche qui i cittadini dalla classe politica”. Quali ricadute avrà il peso delle astensioni sulle amministrazioni locali non è ancora chiaro. Ma certo, il campanello d’allarme è suonato. E se si pensa che il neoeletto governatore Stefano Bonaccini è di queste parti, la vicenda assume contorni ancora più drammatici.

Ci spostiamo in un’altra città dalla straordinaria storia democratica, Reggio Emilia. Anche qui, il dato delle astensioni è vissuto come una specie di incubo. Qui, alle Politiche del 2013 votarono l’83 per cento degli aventi diritto; alle Regionali del 2010, il 70% e alle Europee di maggio il 72%. Come sia accaduto che domenica 23 novembre abbia votato appena il 36%, nessuno ancora riesce a spiegarselo adeguatamente. Il professor Alessandro Bonazzi, chimico, figlio di uno dei più grandi sindaci di questa città, Renzo, non ha votato e ha le idee chiare sulle ragioni di questa scelta. Una vita nel Pci, poi l’attraversamento del Pds, Ds e infine la tessera al Pd. “Questo di Renzi non è più il mio partito, è diventato un’altra cosa, che politicamente non mi appartiene. È lontano da me”, ci dice. Sulla frana delle astensioni, invece, ci offre una chiave di lettura precisa: “gli emiliani sono gente seria e consapevole. E non si comportano in modo capriccioso. Il messaggio è chiaro, ed è diretto a Matteo Renzi e a tutto il gruppo dirigente del Pd: questa volta non votiamo perchè non c’era un’offerta politica diversa a sinistra. Ma la prossima, stai attento, noi siamo di sinistra”. A differenza del professor Bonazzi, il signor Vittorio, iscritto al Pd dalla prima ora, ha votato il suo partito, ed ha espresso la preferenza per una delle nipoti di Prodi, Silvia, neoeletta consigliere regionale. Il suo ragionamento accomuna tutti coloro che invece sono andati al voto “turandosi il naso”, come avrebbe detto Indro Montanelli, e scegliendo i candidati ritenuti “più presentabili”. Vittorio usa parole critiche verso l’attuale segreteria nazionale del Pd, ma avrebbe considerato il “non voto” come un tradimento, verso la sua coscienza politica, prima che verso il suo partito.

Bruno Papignani, leader regionale della Fiom non usa mezzi termini, e invita Bonaccini a governare per un solo anno e poi andare a nuove elezioni, perchè, dice, “col 49%, raggiunto sul 37% degli elettori non hai legittimità politica. E l’astensione è un fatto politico, non tecnico”. Sull’astensionismo operaio, Papignani ha le sue opinioni: “il numero dei compagni che ieri non ha votato è davvero notevole, consistente. Mi risulta che sono pochi quelli che hanno scelto di votare”. E conclude che “la gente si è rotta le balle, anche di Renzi. Il vero vincitore di ieri è un partito razzista e xenofobo, che con la cultura emiliana c’entra poco o nulla, la Lega”.

Gianni Rinaldini, ex segretario nazionale FIOM-CGIL, è di Reggio Emilia, dove ritorna quando non è in giro per l’Italia. Ci offre la sua interpretazione sull’astensionismo emiliano, chiedendosi in particolare come sia stato possibile che proprio la sua città, Reggio Emilia, abbia conquistato il record negativo, in assoluto in Italia, di partecipazione al voto dal Dopoguerra. “Ci sono almeno tre ragioni forti che hanno spinto un popolo come il nostro a non votare. La prima è relativa alla caduta identitaria dei partiti politici. L’identità politica, la militanza in un partito, oltre che nelle associazioni di volontariato, da queste parti sono considerati valori di civiltà. Quando il partito disperde, o rende confusa, la propria identità, ecco che si presenta una forte disaffezione”. La seconda ragione, invece, per Gianni Rinaldini, “risiede nella perdita di credibilità delle amministrazioni locali. Ormai, la Regione, e spesso anche il Comune, è considerata come una macchina che spreme denaro ai cittadini, piuttosto che razionalizzare i servizi e preparare gli interventi. La Regione, come istituzione politica, non fa più parte della comunità degli emiliani, ma anche di molti altri italiani”. E infine, la questione politicamente più spinosa e rilevante, “la forte spinta alla personalizzazione della politica data da Matteo Renzi. In fin dei conti, chi è Bonaccini, per gli emiliani? Non vorrei dire un signor Nessuno, ma occorre ammettere che ad esempio, la presenza mediatica di Salvini e della Lega, si è fatta pesantissima nelle ultime settimane di campagna elettorale. Ed ha giocato, e parecchio, in favore del suo candidato governatore”. In ogni caso, conclude Rinaldini, “il segnale del distanziamento fortissimo tra cittadini e politica è stato lanciato. Come sarà accolto dipende dalla qualità della riflessione dei partiti politici”.

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