Le vittime dell’attentato alla Sinagoga di Gerusalemme e gli scenari futuri

Le vittime dell’attentato alla Sinagoga di Gerusalemme e gli scenari futuri

Sono state identificate le quattro vittime israeliane, barbaramente trucidate da un attacco scriteriato di due palestinesi nella Sinagoga di Kheilat Bnei Torah a Gerusalemme ovest, ad appena 5 chilometri dal Memoriale dell’Olocausto di Yad Vashem. L’attacco in sé ha una portata simbolica elevatissima, e forse non a caso, è stato attuato a poche ore di distanza dalla diffusione, da parte del cosiddetto Stato islamico, del video in cui si riprende l’esecuzione di un operatore umanitario americano e di quindici soldati siriani. Non sappiamo se tra i due eventi ci sia un legame, ma il messaggio all’Occidente e a Israele ci sembra chiaro e forte, da parte dell’Islam più radicale, fanatico, e violento. Consapevole appunto delle dimensioni non solo umane ma soprattutto simboliche dell’attacco contro la Sinagoga, è lo stesso presidente palestinese Mahud Abbas che reagisce con forza contro questi attentati, nel corso di una riunione urgente del Consiglio dei ministri a Ramallah. “Mentre condanniamo questo attentato”, ha detto Abbas, “condanniamo anche l’aggressione alla Moschea di Al-Aqsa e contro altri luoghi sacri”. Essi violano tutti i principi religiosi e “non servono al comune interesse che cerchiamo di promuovere – con l’istituzione di uno stato palestinese accanto a uno stato d’Israele”, ha concluso il presidente palestinese. Dunque, è evidente anche per i capi di al-Fatah che all’interno delle forze di Hamas si nascondano forze sovversive che si battono contro una pace fondata sul progetto di due popoli e due stati. Alla posizione di Abbas e di Fatah si contrappone infatti una serie di comunicati, firmati da luogotenenti di Hamas e da alcuni capi delle comunità arabe di Gaza, con i quali non solo si rivendica l’attentato della Sinagoga, ma addirittura si saluta l’evento tragico come “una risposta appropriata e funzionale ai crimini dell’occupazione”. Se mai ve ne fosse stato bisogno, è la dimostrazione della frattura tra le due fazioni palestinesi che oggi governano Gaza e la West Bank. Una frattura che non promette nulla di buono.

Le quattro vittime israeliane, dunque. Si tratta di 3 ebrei americani e di un britannico. Uno di loro, Moshe Twersky era il Rabbino capo della scuola religiosa interna alla Sinagoga, la Yeshiva Toras Moshe. Era un rabbino notissimo nella comunità Haredi di lingua inglese e le sue lezioni erano frequentatissime. La scuola Yeshiva Toras Moshe di lingua inglese è stata fondata nel 1982 e il rabbino capo Twersky era il genero di uno dei suoi fondatori, Abba Berman, e nipote del Rabbino Joseph Soloveitchi. Lascia la moglie e cinque figli. Un’altra vittima è Aryeh Kupinski, di 49 anni. Due anni fa aveva perso la figlia di nove anni, uccisa nel sonno. La terza vittima è Avraham Shmuel Goldberg, 68 anni, emigrato dalla Gran Bretagna nel 1993. Lascia la moglie e sei figli. Goldberg lavorava nel campo dell’editoria, ed era una personalità molto nota a Londra. Al punto che il Foreign Office britannico ha diffuso un comunicato di condoglianze per la sua morte. La quarta vittima è Kalman Zeev Levine, 55 anni. Nato in America ed emigrato in Israele, Levine pregava regolarmente nella Sinagoga di Kehilat Bnei Torah, che era molto vicina a casa sua. Si tratta dunque di tre cittadini con passaporto americano, rientrati in Israele e di un cittadino con passaporto britannico, anch’egli ormai residente in Israele. La nazionalità non è sfuggita nemmeno al vicepresidente americano John Kerry, che ha qualificato l’attentato come “terrore puro”, e ha comunicato al presidente israeliano che anche l’FBI aprirà un’indagine autonoma sull’attentato, proprio perchè tre degli uccisi erano anche cittadini americani.

La questione della sicurezza delle Sinagoghe ha aperto dunque un enorme dibattito in queste ore a Gerusalemme. Il Rabbino capo degli ebrei sefarditi ha chiesto l’utilizzo di guardie di sicurezza attorno ad ogni Sinagoga, “proprio come si fa per ogni altro luogo pubblico”. Mentre il Rabbino capo degli ebrei ashkenazi ha contrastato questa richiesta, sostenendo che “in tutto il paese ci sono sinagoghe affollate da fedeli che praticano la vita ebraica della Torah, la preghiera e la carità. Non si deve permettere che si fermino a causa di terroristi assetati di sangue”.

Sul piano delle reazioni in Israele, Amos Harel, editorialista di Haaretz, scrive che la scelta della sinagoga non è stata casuale: “l’obiettivo era esplicitamente religioso, e l’attacco si fondava su un conflitto religioso”. Inoltre, se si esamina la dinamica dell’attentato, si può concludere che esso è stato preparato nei minimi dettagli, ivi compreso l’omicidio degli stessi attentatori palestinesi da parte della polizia. Insomma, conclude l’editorialista, l’ondata di terrorismo, che colpisce una o due volte a settimana, provocando decine di vittime, da una parte e dall’altra, tende a far fallire il processo di pace e i colloqui tra palestinesi e israeliani e può mettere una pietra tombale sui progetti di ricostruzione della Striscia di Gaza. In entrambi i fronti esistono i fondamentalisti violenti che puntano all’eliminazione dell’altro. Facile dirlo, difficile farlo, ma in questi casi aumenta la responsabilità internazionale di mantenere la razionalità in entrambi i campi, quello israeliano – che reclama vendetta – e quello palestinese – con la fazione di Hamas sempre più spinta ai margini di una trasformazione fondamentalista e antiebraica.

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