Le gaffes del renzismo e le incongruenze della minoranza Pd

Le gaffes del renzismo e le incongruenze della minoranza Pd

Il vicedirettore del Corriere della sera scrive, in un fondo pubblicato sabato 29 novembre, che Renzi e il suo ministro del Lavoro hanno messo in opera, venerdì, una strategia comunicativa da “distrazione di massa”. Dario Di Vico è convinto che il governo, avendo saputo dall’Istat che i dati sulla disoccupazione dell’ultimo trimestre sarebbero stati molto più che drammatici, ha diramato un comunicato sul presunto aumento dei contratti a tempo indeterminato e di apprendistato, indorando in qualche modo la pillola amara, nel tentativo di convincere l’opinione pubblica che, nonostante tutto, “tutto va bene, madama la marchesa”. I punti critici, condivisibili, sollevati da Di Vico sono sostanzialmente due, e ripercorrono i pericoli, o, se si vuole, gli errori istituzionali di quest’ultima sortita del governo Renzi: il primo punto è di aver trattato l’Istat come un pericoloso “concorrente”, e con come l’Authority indipendente che si occupa, con oggettività, dei numeri statistici. Perciò, si chiede, cosa accadrà quando saranno diramati i numeri veri relativi all’andamento del PIL? Quale strategia comunicativa adotterà il governo Renzi? Il secondo punto, è l’imputazione alla vis comunicativa di Renzi di spostare l’attenzione su ciò che funziona, nascondendo però segmenti importanti della realtà sociale. La provocazione di Dario Di Vico si concentra infatti sulla enorme questione delle politiche attive per il lavoro e della Garanzia Giovani, delle quali non esiste traccia in nessun documento governativo. Insomma, anche il Corriere della Sera si accorge dell’inganno e traccia una potente requisitoria contro il governo Renzi.

Questo è l’ultimo in ordine di tempo di una serie di casi analoghi di “distrazione di massa” su questioni socialmente, politicamente, eticamente ed economicamente rilevanti del nostro Paese. Prendiamo ad esempio la vicenda dei famosi 300 miliardi di investimenti previsti dal piano Juncker. In due talk show, in due serate differenti, e con due protagoniste diverse, è andata in scena la stessa favola. Nel primo, la protagonista era l’eurodeputata Picierno, fan di De Mita, ex segretaria dei giovani della Margherita e renziana della terza ora (quella che già in passato ad Agorà, su Raitre, aveva accusato Susanna Camusso di “essere stata eletta con le tessere false”…), che incalzata dalle domande dell’architetto Fuksas sulla questione del calo drammatico delle commesse e della domanda nel mercato interno, rilanciava coi 300 miliardi di Juncker, assumendoli quali panacea per la ripresa e la crescita in Italia e in Europa. Nel secondo talk show, un’altra eurodeputata, Bonafè, molto vicina a Renzi e una delle protagoniste di tante Leopolde, nuovamente stimolata da domande “impertinenti” sulla inefficacia dei provvedimenti del governo a favore della crescita, rilanciava, come un mantra i 300 miliardi di Juncker. Solo che quella sera aveva di fronte a sé un economista che “aveva studiato” il piano Juncker, Mario Seminerio, e che le ha smontato il giochino, rivelando all’opinione pubblica i trucchi contabili e gridando la verità, che oggi tutti conosciamo: i 300 miliardi non esistono, sono il frutto di una evangelica moltiplicazione di denari. Solo che in questo caso manca colui che i miracoli sapeva farli. Qual è la nostra indignazione? Due eurodeputate vanno in tv a spacciare per vero ciò che vero non è, sull’onda di quanto lo stesso premier aveva ripetuto per settimane, a proposito dell’investimento di 300 miliardi per il finanziamento mirato di centinaia di progetti. Volevano far passare nell’opinione pubblica la convinzione che si sarebbe trattato di un investimento con fondi pubblici aggiuntivi, una sorta di piano Marshall (qualcuno lo ricorda il paragone di Renzi?) o di intervento neokeynesiano. Quando Juncker ha presentato il Piano, prima in Commissione e poi al Parlamento Europeo, abbiamo scoperto che il denaro pubblico vero ammonta a miseri 5 miliardi di euro, e che tutto si sarebbe giocato sugli effetti di moltiplicazione per 15 (da dove fosse uscito questo coefficiente non è stato mai spiegato) attraverso procedure di cofinanziamento, privato e pubblico. Insomma, la solita fuffa. Ci saremmo attesi un minimo di resipiscenza da parte di Renzi e i suoi, un mea culpa, un “scusate, non avevamo capito” rivolto all’opinione pubblica nazionale, nuovamente presa in giro. E invece, si passa ad altro, e i 300 miliardi sbandierati come un successo passano in cavalleria. Speriamo che qualche conduttore di talk show se ne ricordi e faccia una domanda “impertinente”.

Un terzo caso importante riguarda invece l’approvazione alla Camera del Jobs Act di riforma del mercato del lavoro. Qui davvero si è fatto un capolavoro, che però ha coinvolto una parte della minoranza di sinistra del Pd, e ce ne duole. Insomma, nello stesso momento in cui il presidente della Commissione Lavoro della Camera, Cesare Damiano, esaltava come un progresso gli emendamenti alla prima formulazione del testo, il premier Renzi vantava, dinanzi ad una platea di industriali, il merito di aver abolito articolo 18, e con esso l’intero Statuto dei Lavoratori, “ferrovecchio” del 1970. Qui il capolavoro comunicativo ha raggiunto livelli top: si è concentrata l’attenzione sulla riforma della riforma dei licenziamenti disciplinari, e si sono occultati i punti nodali della questione: nessuna soluzione ai contratti d’ingresso, il forzato dualismo tra lavoratori, il demansionamento e il controllo a distanza. Anche qui, la strategia comunicativa del “renzismo” ha colto un temporaneo successo: piegare la realtà a uso e consumo del premier. Solo che la realtà è dura e non si piega, e prima o poi il nodo sociale emergerà.

E qui veniamo alla posizione, pressochè incomprensibile, di parte della Sinistra del Pd. Detto del comportamento di alcuni parlamentari nella vicenda del Jobs Act, cogliamo qualche incongruenza, ad esempio, nella posizione di Bersani, il quale alla riunione della sua area, a Milano, smantella ideologia e politiche del premier e del Pd, coglie la drammaticità dell’astensionismo elettorale emiliano, e poi vota per disciplina di partito. Ma anche Gianni Cuperlo tentenna. In una intervista a Repubblica sostiene di non voler fare la sinistra in un partito di centro che guarda a destra. Bene. E dunque? Da notare che l’intervista viene pubblicata il giorno dopo gli insulti che lo stesso Cuperlo ha ricevuto da parte del presidente del Pd, Orfini, che mette la parola fine a qualunque legittimo dissenso interno. E dunque? Che fare? E non è finita qui. Lo stesso venerdì, mentre Renzi metteva in atto l’imbroglio dei numeri sul lavoro, Stefano Fassina annunciava durante un’assemblea del gruppo Pd alla Camera, il voto favorevole della minoranza alla Legge di stabilità, perchè sono stati accolti due punti su sette nei tre maxiemendamenti. Briciole, lenticchie, minuzie, in cambio di un voto di fiducia, questo sì, decisivo.

Detto che attendiamo dal presidente Pd Orfini la stessa foga nel bacchettare le eurodeputate del Pd quando in tv dicono sciocchezze, gettando nel ridicolo quel partito, foga che egli manifesta quando stigmatizza la Cgil, vorremmo tuttavia sollevare la questione della soggettività e della identità della minoranza di sinistra. Quando il governo bara sui numeri, quando personalità eminenti del Pd dicono sciocchezze in televisione, quando il presidente del Pd si arrischia a lanciare vere e proprie fatwe talebane contro il dissenso, cui prodest immaginare che il destino del Pd non sia segnato e che sia ancora riformabile o scalabile?

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