“Lama renziano nel 1978”, uno scoop del Foglio usato da Renzi. Infangato il nome del segretario generale Cgil

“Lama renziano nel 1978”, uno scoop del Foglio usato da Renzi. Infangato il nome del segretario generale Cgil

Grande titolo di apertura di Repubblica: Renzi avverte Berlusconi “Non tratto ora sul Colle. Prima si vota l’Italicum”.  Renzi a “In mezz’ora” risponde a una domanda di Lucia Annunziata proprio su questo problema  e dice: “Ora non sono in grado precisare”. Nuova domanda: “Il tema della successione del Capo dello Stato non bloccherà il processo delle riforme?”. “Penso di no – dice il premier -mandare avanti le riforme è l’unico modo per andare avanti” . Ancora, la riforma della legge elettorale “entro Natale andrà in Aula, inizierà l’iter ma non ci sarà il voto finale”. E poi con il tono forte che usa nei momenti cruciali: “Berlusconi sta al tavolo ma non dà le carte. Faccio di tutto per farlo stare al tavolo”. Non  può mancare l’attacco alle minoranze, alla Cgil, a tutti coloro che gli fanno ombra. Ora gli è stato “offerto” uno scoop  che lui ritiene formidabile e che  sta rivendendo con tono furbesco, tipo “ora ve lo dico io”. Risponde a Repubblica che a  proposito del Jobs Act e dell’’abolizione dell’articolo 18 gli aveva fatto notare che “non tutti pensano che sia proprio una riforma di sinistra”.  Risposta trionfante: “Per molti è una coperta di Linus. Bisognerebbe rileggersi un intervento di Luciano Lama del’78. Allora cambierebbero idea”.

L’intervista di Scalfari a Luciano Lama

Siamo andati alla ricerca di questo intervento. C’è tornato a mente che poteva trattarsi di una intervista a Eugenio Scalfari  pubblicata il 24  gennaio del 1978. Lo “scoop” l’ha fatto una giornalista del Foglio, Annalisa Chirico, articolo pubblicato il 26 novembre. Titolo: “Un Lama renziano nel 1978 e l’arretratezza sindacale di Camusso”. Sommario: “Il knock out definitivo al ‘camussismo’ lo assesta Luciano Lama”. È un colpo mortale che non lascia scampo. La prova regina naviga su Twitter grazie al cinguettio impertinente di Fabrizio Rondolino. Perché Susanna Camusso è fuori dal tempo? Te lo spiega un’icona del sindacalismo pragmatico e responsabile, il leader della Cgil più amato e rispettato (insieme a Giuseppe Di Vittorio). Una squallida operazione in realtà.

Gli anni di piombo, l’uccisione di  Aldo Moro

Sciocchezze più grandi non si potevano scrivere. E ci spiace che il cinguettio parta da Rondolino, prima giornalista dell’Unità, poi nello staff di D’Alema, insieme a Velardi, alla presidenza del Consiglio. La coppia è spesso usata e le piace farsi usare dai talk show quando ci vuole qualcuno che parli male della sinistra. Ma così va il mondo. Il fatto più grave è che il presidente del Consiglio faccia propri gli argomenti, si fa per dire, di un giornale di destra. Non solo: fa mostra di non conoscere la storia d’Italia, gli anni  di piombo, quelli delle Brigate rosse, certo non paragonabili all’oggi, la storia del movimento sindacale, le sue battaglie per salvare il nostro Paese. Ancora più grave che non conosca quello che definisce l’intervento di Lama. Quel giorno, quello della intervista, ero con lui, cronista  di cose economiche e sindacali. Lama, il segretario generale della Cgil, viveva ore non facili. Chi ha avuto modo di conoscerlo e di lavorare con lui si accorgeva dal suo volto quando qualcosa lo preoccupava. Allora Cgil, Cisl, Uil avevano dato vita alla Federazione unitaria e, per la prima volta, insieme il direttivo aveva elaborato un programma per affrontare la crisi, di fronte al dilagare della disoccupazione, al terrorismo che  trovava la sua linfa  nel degrado di una società che appariva senza prospettive. Davvero incredibile che Renzi ignori che il 16 marzo del 1978 veniva rapito Aldo Moro, ucciso quasi due mesi dopo dai brigatisti.

La “svolta” dell’Eur, 1978. La Federazione Cgil, Cisl, Uil chiede sacrifici ai lavoratori per salvare il Paese

Un programma che chiedeva ai lavoratori di fare dei sacrifici, la “svolta dell’Eur” venne definita dal luogo in cui si era riunita la Federazione Cgil, Cisl, Uil. Lama nell’intervista dice che “la politica salariale nei prossimi anni dovrà essere molto contenuta, i miglioramenti che si potranno chiedere dovranno essere scaglionati nell’arco dei tre anni di durata dei contratti collettivi, l’intero meccanismo della Cassa integrazione dovrà essere rivisto da cima a fondo. Noi non possiamo più obbligare le aziende a trattenere alle loro dipendenze un numero di lavoratori che esorbita le loro possibilità produttive, né possiamo continuare a pretendere che la Cassa integrazione assista in via permanente i lavoratori eccedenti. Nel nostro documento si stabilisce che la Cassa assista i lavoratori per un anno e non oltre, salvo casi eccezionalissimi che debbono essere decisi di volta in volta dalle commissioni regionali di collocamento delle quali fanno parte, oltre al sindacato, anche i datori di lavoro, le regioni, i comuni capoluogo”. Insomma: mobilità effettiva della manodopera e fine del sistema del lavoro assistito.

Non abbandoniamo i licenziati al loro destino

Ancora: “Naturalmente non abbandoniamo i licenziati al loro destino. La nostra proposta è che i licenziati siano iscritti in speciali liste di collocamento ed abbiano priorità assoluta per il reimpiego. In città come Torino, Milano, Bologna, dove il ‘turnover’ è elevato, il reimpiego dei licenziati non dovrebbe presentare insormontabili difficoltà. Naturalmente occorre che gli uffici di collocamento diventino un’istituzione completamente diversa da ciò che sono ora: siano l’organo che gestisce in entrata e in uscita il mercato del lavoro”.  Attendiamo ancora che questa “agenzia”  funzioni realmente.

Nessun riferimento dell’allora segretario generale Cgil allo Statuto dei lavoratori e all’art.18

Nelle parole di Lama non c’è mai alcun riferimento allo Statuto dei lavoratori, all’articolo 18. Strumentalizzare l’intervista non è degno di un presidente del Consiglio, tantomeno di un segretario del Pd, che fa parte del  Partito del socialismo europeo. Dovrebbe leggere la parte dell’intervista in cui Lama afferma : “L’Italia ha avuto un’intensa fase di sviluppo per tutto il periodo 1950-1963. A mio avviso può averne un’altra. Ripeto: è proprio per collaborare a quest’obiettivo e utilizzarlo per riassorbire la disoccupazione che noi chiamiamo la classe operaia ad un programma di sacrifici. Naturalmente, tutte le categorie e tutti i gruppi sociali debbono fare altrettanto”.

Il sindacato propone un grande programma di solidarietà nazionale

Gli chiede Scalfari: “Cioè vuol dire che il sindacato propone un grande programma di solidarietà nazionale?”. Lama: “È esattamente questo che proponiamo”. Ancora Scalfari: “È vero che il governo Andreotti l’avete fatto cadere voi, o per esser più precisi, i metalmeccanici con la manifestazione del 2 dicembre a Roma e con la minaccia dello sciopero generale?”. Legga bene Renzi: “La pressione del movimento sindacale – dice Lama – ha certo avuto peso. Per esempio alcuni partiti più legati alla classe operaia hanno avvertito la pressione ed hanno accelerato i tempi del chiarimento. I partiti non organizzano ‘anime morte’ ma uomini vivi. Niente di strano che alcuni di essi sentano in modo speciale i loro rapporto coi lavoratori ed altri, per esempio, i loro rapporti coi proprietari di case. I partiti rappresentano ceti sociali”. A Lama era costato molto chiedere ai lavoratori sacrifici che non intaccavano però i loro diritti fondamentali, la dignità dentro e fuori i posti di lavoro.

Il sacrificio di Guido Rossa, operaio comunista, ucciso delle Br

Molto anche in termini di vite umane. Era passato neppure un anno da quando le Brigate rosse, stella a cinque punte, fecero trovare un’auto in una strada di Genova, via Fracchia. L’auto era una Fiat 850, sull’auto un uomo con la barba, la testa reclinata sul volante. Guido Rossa, operaio comunista, morì così, a quarantacinque anni, qualche colpo di pistola e via. Per lui stava cominciando una giornata come tante altre, in officina, in tuta, a sistemare macchine e attrezzi. A nessuno è consentito infangare il nome di Luciano Lama, tanto meno al presidente del Consiglio. Il minimo che possa fare è chiedere scusa. Non chiediamo ovviamente di farlo a Rondolino, cinguettante, e alla giornalista del Foglio.

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