Jobs Act, Civati: Il governo partorisce un mostriciattolo. Spetterà ai lavoratori provare ingiustizie subite

Jobs Act, Civati: Il governo partorisce un mostriciattolo. Spetterà ai lavoratori provare ingiustizie subite

L’emendamento che c’è e che non c’è. L’oggetto del contendere, il Jobs Act, articolo 18, possibilità di reintegro per licenziamenti disciplinari, era tutta una finta, fra Pd e soci della maggioranza, con aggregati i berluscones. Lo avevamo previsto, non c’era bisogno di essere indovini. La soluzione è stata trovata e, come dice Pippo Civati, minoranza Pd, andando oltre l’ormai famoso grido di Landini, il segretario generale della Fiom, “è una presa in giro”, in origine “una presa per il culo”, ma pare che questa parola non si possa usare, se non dopo le 22 quando i bambini vanno a letto. “Non si può dire – afferma Civati – che il governo ha partorito  il classico topolino. Ha partorito un mostriciattolo. Non voterò il Jobs Act”.

Un emendamento che non è un emendamento. Non ci sono  precedenti nella storia parlamentare

 Difficile la cronaca di un avvenimento che non ha precedenti nella storia parlamentare. Ci proviamo. All’annuncio  da parte della sottosegretaria al Lavoro, Teresa Bellanova,  dell’emendamento del governo, fuoco e fiamme erano partite dalle scarse e agitate truppe alfaniane, con Sacconi pronto ad aprire un contenzioso nella maggioranza. Il tema era: come cucinare i licenziamenti per motivi disciplinari e  recepire quanto uscito dalla direzione del Pd in merito alla possibilità di reintegro con una formulazione del tutto ambigua che una parte della minoranza aveva preso sul serio. Il capigruppo del Pd, Speranza, di fronte alle minacce di Sacconi smentiva la sottosegretaria: nessun emendamento da parte del governo, sarà  la Commissione Lavoro che deciderà. Ancora fuoco e fiamme, ma la notte porta consiglio, come si dice, e la soluzione è stata trovata. Con una invenzione, una acrobazia parlamentare come mai si era visto nella storia delle aule di Montecitorio. Intanto bisognava risolvere  la questione emendamento o meno del governo. Soluzione trovata: si è preso  un emendamento esistente fra  quelli  in discussione, presentato, se non andiamo errati, dalla deputata Marialuisa  Gnecchi, Pd, lo si è modificato ed è diventato l’emendamento del governo.  Così si è stabilito che la sottosegretaria Teresa Bellanova e il capogruppo del Pd erano in piena sintonia. Ma non è un emendamento, nel senso che non indica con puntualità cosa deve essere inserito nel decreto trattandosi di legge delega.  In gergo parlamentare sembra più una raccomandazione, una indicazione. Di certo qualcosa c’è:  escluso il reintegro  per i licenziamenti economici, resta solo per i licenziamenti discriminatori, cosa prevista già dalle leggi e dalla Costituzione.

La beffa riguarda  i licenziamenti per motivi disciplinari

Ed Il reintegro sarà previsto anche per “specifiche fattispecie di licenziamento disciplinare ingiustificato”. E Sacconi, capogruppo di Ncd,  grida vittoria, esprime “soddisfazione “ e precisa quanto aveva concordato il governo a proposito dell’emendamento. “ Il governo – dice -ha indicato correttamente la formulazione concordata che esplicitamente individua nell’indennizzo economico certo e crescente con l’anzianità di servizio”.  Ancora: “vi è l’intesa che le fattispecie previste per i licenziamenti dovranno essere disegnate in modo così circoscritto e certo da non consentire discrezionalità alcuna al magistrato, in modo che i datori di lavoro abbiano quella prevedibilità dell’applicazione della norma che li può incoraggiare ad utilizzare i contratti a tempo indeterminato. Ora dobbiamo fare presto”. Insomma, il magistrato diventa un semplice passacarte.  Non potrà che prendere atto delle motivazioni date dal padrone.  Oppure deve dimostrare che sono false o inventate. Come?  Dovrà farlo il lavoratore. Poi si raccomanda che la “fattispecie” sia minima, cioè, qualche caso isolato, altrimenti si “inquina” il Jobs Act. Del resto, era stato proprio Renzi a dire con chiarezza che “l’articolo 18 era stato superato”.  La verità la dice il ministro Poletti che  aveva rabbonito Sacconi. “È stato tutto un equivoco” e   ribadisce  che la fiducia verrà chiesta se si renderà necessaria per rispettare i tempi della discussione da  chiudere al massimo  il 26 novembre.  Il 27 va in scena la legge di stabilità.

 Fassina: si indebolisce il potere contrattuale dei lavoratori

Delle minoranze del Pd,  Civati, come abbiamo scritto, si è pronunciato subito.  Fassina, prima dell’annuncio dell’emendamento-beffa, intervistato da Radio Città Futura, aveva espresso perplessità. “ Verrò identificato ancora una volta come gufo, ma avremo un 2015 di stagnazione e di aumento di disoccupazione, con i lavoratori in condizioni peggiori di oggi”. “Mi sembra  che il Jobs Act  finora sia stata un’operazione sostanzialmente propagandistica. Io rimango fermo alle posizioni che avevo quando abbiamo votato in direzione, visto che non c’è un euro destinato ai milioni di precari e ai disoccupati e si va ad indebolire ancora di più il potere contrattuale dei lavoratori. Facendo così, la recessione non finirà”.  Il presidente della Commissione lavoro invece si mostra soddisfatto. Di che? Mistero.

Airaudo, capogruppo Sel: “Ha vinto Sacconi, si precisa quello che voleva”

 Per Sinistra e Libertà, il capogruppo Giorgio Airaudo non ha dubbi, “ha vinto Sacconi – dice – o meglio, si precisa quello che voleva Sacconi. Ora  è esplicito che per i licenziamenti economici non c’è il reintegro e per i disciplinari dobbiamo aspettare la trattativa lobbistica sui decreti attuativi”.

Camusso: “ Faccio fatica a capire di cosa discute il Parlamento: difficile un giudizio positivo”

 Sul versante sindacale interviene Susanna  Camusso: “Faccio fatica a capire di cosa sta discutendo il Parlamento. Come sempre, per poter dare delle valutazioni concrete bisognerebbe vedere dei testi. Mi pare però che ci sia un sostanziale accanimento rispetto all’idea che bisogna ridimensionare sempre di più la funzione dell’articolo 18”. Inoltre, “quella modalità con cui lo si sta definendo fa venire meno l’inversione dell’onere della prova e carica sul lavoratore anche la necessità  di provare di essere stato discriminato. Quindi ci pare difficile dare un giudizio positivo e conferma lo sciopero generale del 5 dicembre”.  Anche dalla Uil, che annuncia lo sciopero generale, viene una valutazione negativa sul Jobs  Act, così come sulla legge di stabilità e sulla “riforma” della pubblica amministrazione.

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