Regionali: luci e ombre di un importante appuntamento politico. L’astensione più alta di sempre in Emilia

Regionali: luci e ombre di un importante appuntamento politico. L’astensione più alta di sempre in Emilia

Alle ore 19, il dato dell’affluenza al voto diffuso dal Viminale è controverso: pressoché drammatico in Emilia Romagna dove si registra il 30.85%, in controtendenza in Calabria, al 34.63.  L’Emilia perde quasi il 10% dei votanti nel raffronto con quattro anni fa alla stessa ora, mentre la Calabria guadagna il 6% nello stesso raffronto. 

Ormai anche le pietre sanno che la consultazione elettorale di domenica 23 novembre, per la scelta di governatori e consigli regionali di Emilia Romagna e Calabria, ha acquisito un notevole valore politico. Soprattutto nell’ultima settimana di campagna elettorale, i partiti hanno avvertito i campanelli d’allarme che provenivano dalle due regioni, e si sono lasciati coinvolgere direttamente. Renzi ha chiuso a Parma e Bologna e in mezza Calabria la campagna elettorale per il Partito democratico. Matteo Salvini, leader della Lega Nord, batte l’Emilia Romagna da molto più tempo, suscitando, in qualche caso e con molta astuzia, l’interesse mediatico più per casi di cronaca legati a contestazioni e polemiche, che per il messaggio politico. Lo stesso Berlusconi, ha chiuso con interventi telefonici – è ancora immobilizzato dalla uveite – le campagne elettorali di Forza Italia. Così come ha fatto Angelino Alfano. Diverse e costanti le iniziative di Nichi Vendola in Emilia Romagna e Calabria a sostegno dei candidati di Sel, le cui liste appoggiano in entrambe le regioni i candidati governatori del Pd. Insomma, l’aumento del coinvolgimento dei leader negli ultimi giorni fa dunque ritenere che essi annettono a questo appuntamento un valore non solamente simbolico, ma la possibilità di verificare un trend che si è aperto con le elezioni europee del 25 maggio scorso. Ovviamente, alcuni sono mobilitati per seguire l’onda (il Pd su tutti), altri si mobilitano per farle cambiare direzione (soprattutto la Lega e il Movimento 5 Stelle).

La posta in gioco

Emilia Romagna e Calabria vanno al voto oggi per effetto dell’applicazione della legge Severino, che ha imposto le dimissioni ai due governatori uscenti, Vasco Errani in Emilia, condannato a un anno in Appello per favoreggiamento in un’inchiesta che ha coinvolto una coop presieduta da suo fratello, e Giuseppe Scopelliti, condannato in primo grado per una serie di reati commessi nell’esercizio delle sue funzioni. Gli aventi diritto al voto sono 1.900.000 in Calabria, e quasi 3milioni e mezzo in Emilia Romagna. Alle regionali del 2010, l’affluenza fu del 59,27% in Calabria e del 68,07% in Emilia Romagna. Si tratta di cifre che i commentatori guarderanno con attenzione, soprattutto nel raffronto con i votanti del 23 novembre, proprio perchè una delle chiavi interpretative di questo voto è legata al tasso di astensionismo. Inoltre, si parte da due altri dati significativi, considerati come soglie politicamente rilevanti: Errani fu eletto col 52.07% dei voti, pari a circa 1.200.000 voti, distribuiti tra Pd (857.000 voti pari al 40%), lista Di Pietro (163.000 voti, pari al 6.45%), Federazione della Sinistra (59.000 voti, pari al 2.79%), Sel (37.698 voti, pari all’1,79%), e pensionati (5.325 voti, pari allo 0.25%). L’attuale candidato del Centrosinistra emiliano, Stefano Bonaccini – consigliere regionale e segretario regionale Pd uscente, nonché responsabile Enti Locali della segreteria nazionale di Renzi – sa bene che la soglia dei voti Pd del 2010 è stata letteralmente stracciata alle Europee del maggio 2014, quando da solo il Pd raggiunse 1.200.000 voti (gli stessi che ottenne l’intera coalizione di Errani). Perciò, la prima valutazione politica, all’indomani dei risultati, sarà considerare queste due cifre, che in realtà confermano una sostanziale mutazione genetica del Pd ormai scarsamente coalizionale e partito pigliatutto. Al di sotto degli 857.000 voti del 2010, si potrebbe già parlare di una sonora lezione degli emiliani al Pd; sopra quel dato e fino al milione e 200mila del maggio, si potrà parlare di una sostanziale tenuta, o conferma, oltre quel dato, si tratterà della seconda grande vittoria conseguita da Renzi in una regione altamente strategica per gli equilibri non solo geostrategici, ma economici del Paese, e del Pd.

In Calabria, la questione è sostanzialmente differente. Vinse la destra con Scopelliti, nel 2010, e sonoramente, col 57% dei voti, con un Pdl ancora solido e forte del 27%, mentre il Centrosinistra ricandidò il governatore uscente Agazio Loiero, e non andò oltre il 32%, col Pd al 15%. Va sottolineato che alle Europee del 2014 in Calabria ci fu un calo dei votanti enorme, al punto che non venne raggiunta nemmeno la maggioranza degli elettori (44% appena), il Pd divenne il primo partito con 267mila voti, il M5S si confermò secondo partito, e il non voto decretò la sonora sconfitta del Centrodestra. A differenza dell’Emilia Romagna, in Calabria il risultato è aperto e incerto, nonostante il lieve vantaggio che viene attribuito a Mario Oliverio, candidato bersaniano del Centrosinistra. Anche in Calabria, però, la questione della partecipazione al voto è in cima ad ogni valutazione politica.

Altri due piccoli particolari da non trascurare. Per effetto di due leggi regionali differenti, in Emilia Romagna si potranno esprimere fino a due preferenze con la logica della parità di genere, al fine di portare più donne possibile in Consiglio regionale. In Calabria, la preferenza è unica, ed è evidente che il numero delle donne elette sarà minimo, se non pari a zero. Altra differenza politica di rilievo: in Emilia Romagna è ammesso il voto disgiunto tra candidato governatore e partiti, con l’effetto, già sperimentato in Piemonte, di un consenso più elevato per il governatore rispetto alla somma dei voti della coalizione che lo sostiene. La Calabria ha invece optato per l’automatismo e il voto congiunto con il divieto del voto disgiunto. La preoccupazione calabrese era quella di evitare la possibile individuazione di pacchetti di voto, sia nel caso di cordate elettorali all’interno dello stesso partito, sia nel voto disgiunto.

Il rischio dello scontro aperto coi sindacati da parte del Pd

Un candidato autorevole del Partito democratico in Emilia Romagna ci racconta del suo mese di campagna elettorale in questo modo: fino al 24 ottobre tutto sembrava filare liscio, i circoli si preparavano alla campagna elettorale, grande fiducia nel partito. Il 25 ottobre, almeno tra gli elettori emiliani del Pd, è accaduto qualcosa: hanno sofferto, e moltissimo, della frattura che si è aperta tra la piazza romana di san Giovanni, e la Leopolda fiorentina. Per gente profondamente legata alla vita di partito, all’onestà politica dei suoi dirigenti, alla costante attenzione verso il territorio dei ceti dirigenti, quella frattura è rimasta incomprensibile. Fino a limitare l’impegno di tantissimi volontari in questa campagna elettorale. Io stesso ho verificato che in moltissime zone emiliane il Centrosinistra ha organizzato pochi comizi o nessuno, gli incontri nei circoli si contano sulle dita di una mano, e soprattutto è toccato ai candidati farsi una campagna elettorale sotto traccia, underground, tra volantini, santini e qualche manifesto. In verità, va anche ricordato che il gelo coi propri elettori il Centrosinistra lo ha verificato anche alle primarie per la scelta del candidato governatore, quando si presentarono ai gazebo appena 58.000 votanti, meno della metà degli iscritti al Pd nel 2013. In parte tutto è ciò dovuto alla scarsità di risorse finanziarie in cui versa anche il Pd, sia per effetto del dimezzamento dei tesserati, sia per effetto del taglio al finanziamento pubblico. E in parte è dovuto alla personalizzazione della politica che Renzi pratica da tempo, come racconta un emiliano doc come il professor Carlo Galli. Artefice dei mutamenti della politica e del Pd, Matteo Renzi potrebbe incappare in qualche problema nel voto emiliano del 23 novembre. E neppure sembra aver giovato lo scontro con la Fiom di Landini, fin dalle manganellate agli operai dell’AST di Terni. Attenzione: l’Emilia ha la memoria dei suoi operai morti per colpa delle cariche della Polizia, dagli episodi di Modena del 1950, ai 7 morti di Reggio Emilia del 1960. Ho intervistato in queste ore alcuni militanti Pd – quelli che tengono aperti i circoli – e davvero mi raccontano di ferite laceranti dettate da un governo di centrosinistra che permette le cariche della polizia sugli operai. Non so come si comporteranno alle Regionali, ma ho l’impressione che anche loro sceglieranno l’astensione, confermando la tendenza ad una silenziosa scissione. Staremo a vedere.

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