Dal 2001 irrompe sulla scena il mitico Sacconi (e soci…)

Dal 2001 irrompe sulla scena il mitico Sacconi (e soci…)

(Seconda parte) –

Iniziò così la legislatura interamente berlusconiana, supportata – almeno per gran parte della durata – dalla Confindustria di D’Amato, e prodiga di profferte di patti per l’Italia a quella parte del sindacato che si prestò a relazioni privilegiate con la parte politica vincente, perseguendo con ciò l’obiettivo di acquisire una egemonia sostanziale nel fronte sindacale ormai lacerato. Ovviamente nessuna di queste “storiche intese” fu mai sottoposta a verifica democratica fra i lavoratori interessati. Tessitore di queste relazioni improprie e pericolose: Sacconi; da sottosegretario prima, da ministro poi.

Dal complesso dei molteplici interventi governativi di quella fase si evidenziano ancora oggi, nitidamente, alcuni profili di particolare valenza strategica:

  • si nega ogni gerarchia fra le diverse tipologie contrattuali previste dall’ordinamento; vale a dire che l’attivazione di una qualunque delle innumerevoli tipologie contrattuali temporanee – precarie (la cui gamma venne irragionevolmente e insensatamente ampliata) veniva sottratta al vincolo della sussistenza di “causali oggettive” da verificare in sede negoziale e, quindi, consegnata alla decisione unilaterale del datore.
  • Con ciò si produsse una novità sostanziale e gravissima: l’intervento legislativo, anziché essere di sostegno e garanzia all’esercizio dell’autonomia collettiva, invadeva e occupava autoritariamente quel territorio (d’altronde si teorizzò esplicitamente la volontà di produrre una progressiva individualizzazione del rapporto di lavoro e la sua omologazione ad ogni altro ordinario negozio privato).
  • Una miscela fortemente ideologica di liberismo e autoritarismo che ostacolava ogni progetto di “governance” efficace e flessibile del mercato del lavoro sul territorio e complicava enormemente la possibilità per i governi locali di dispiegare politiche attive mirate, condivise dalle parti sociali.

In quella fase e in quelle strategie affondano le radici di quel coacervo di inefficienze ed iniquità che anche nel senso comune si avverte ormai come insopportabile: la precarizzazione progressiva della condizione lavorativa, non solo delle giovani generazioni.

Il motore di tale progressivo degrado è stato tutto politico. La strumentazione operativa è stata fornita dalla rinuncia all’autonomia da parte di molte fra le rappresentanze sociali, illuse di poterne avere un ritorno in termini di rapporto privilegiato con il potere politico e con le controparti. Il prezzo è stato la rottura dell’autonomia della rappresentanza sociale e della sua autorevolezza.

La CGIL e la sinistra di governo

Tuttavia non si può negare che in tutta la travagliata fase che qui si sta rappresentando (dall’inizio degli anni 2000 in poi) qualcuno si è opposto. Inequivocabilmente e anche clamorosamente. La CGIL. Non per il vizio irrefrenabile della conservazione, ma, all’opposto, per riprendere un percorso autenticamente riformatore che si era dimostrato proficuo e possibile solo qualche anno prima, ma poi era stato cinicamente travolto da convenienze di breve periodo e di tutt’altro genere, insensibili alle esigenze reali del sistema “lavoristico” italiano. In non pochi casi anche per sostanziale incompetenza della materia da parte di chi spavaldamente la maneggiava.

Non mi pare superfluo, in questa sede, ricordare simbolicamente il movimento che sfociò nella iniziativa della sola CGIL il 23 marzo 2002 al Circo Massimo; la più grande manifestazione di massa della storia della Repubblica.

La formidabile credibilità che la CGIL aveva accumulato e poteva esibire poggiava su due strategie coerentemente perseguite:

– l’opposizione senza incertezze alla deriva del berlusconismo inteso anche come inquinamento che dalla politica si stava estendendo alla società in tutte le sue articolazioni, deformava le relazioni fra le rappresentanze sociali, insidiava la coesione sociale alimentando conflitti e rotture;

– la determinazione nel riproporre, pur in quel contesto difficile, una pervicace volontà riformatrice, non meramente liberalizzatrice. Sulle politiche del lavoro e non solo.

Se dovessi, ancor oggi, trovare una definizione appropriata per descrivere lo spirito che condusse al 23 marzo 2002, lo definirei una formidabile dimostrazione di cosa debba intendersi per sinistra di governo.

Lo affermo con la massima determinazione, smentendo con cognizione di causa una rappresentazione corrente: il 23 marzo come massima manifestazione di volontà esclusivamente oppositiva. La grande resistenza, simbolica ma inevitabilmente perdente.

Ci fu indubbiamente, in quella iniziativa, l’opposizione alle strategie che il berlusconismo vincente stava attuando, alle manovre, non più sotterranee anche se non ancora del tutto conclamate, per dividere il fronte sindacale (il cosiddetto “patto per l’Italia” fu siglato con il governo da CISL e UIL dopo circa quattro mesi, ma tutto era già visibile ad occhio nudo. Anche gli incontri notturni e “clandestini” nella sede di Confindustria).

Ci fu la volontà di resistenza alle provocazioni di varia natura in atto (il prof. Biagi fu trucidato dalle BR solo qualche giorno prima, tre anni dopo l’assassinio di D’Antona).

Cgil. 5 milioni di firme su quattro leggi di iniziativa popolare

Ma ci fu anche, in quelle stesse settimane, da parte della CGIL, la presentazione di quattro progetti di legge di iniziativa popolare, sostenuti da oltre cinque milioni di firme. Cinque milioni reali, verificati. Mi limito, in questa sede, a ricordare i temi affrontati dai quattro progetti:

– per un sistema riordinato e razionalizzato di tutele applicabile ai cosiddetti lavoratori atipici e parasubordinati (oggi diremmo ai precari);

– per un sistema universale e sostenibile di ammortizzatori sociali;

– per la semplificazione del contenzioso di lavoro, valorizzando i riti alternativi (conciliazione e arbitrato);

– per tutelare anche i dipendenti delle imprese minori dai licenziamenti senza giusta causa, secondo criteri risarcitori alternativi alla pura e semplice “reintegra”.

Per chi lo volesse è tutto facilmente rintracciabile negli archivi della CGIL, oppure in fondo ai cassetti delle Commissioni Parlamentari, che mai li presero in considerazione, magari riservandosi oggi di reiterare, da parte di molti neofiti di quei luoghi, la critica di immobilismo e opposizione al cambiamento, rivolta al sindacato e in particolare alla CGIL.

Tanto che, in quegli stessi mesi del 2002, in nome della propria vocazione al governo dei processi, il massimo organo dirigente della CGIL si dissociò formalmente dal nascente comitato promotore del Referendum per l’estensione dell’art. 18 della l. 300 anche ai dipendenti delle imprese minori; referendum velleitario e prevedibilmente condannato all’insuccesso. Quella CGIL scelse insieme la fermezza e la proposta.

Poi venne l’ultimo decennio che ci sta alle spalle; ma questo non c’è bisogno di riassumerlo. Oppure lo possono fare meglio altri.

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