Nobel per la pace a Yousafzay e Satyarthi

Nobel per la pace a Yousafzay e Satyarthi

Il Premio Nobel per la Pace 2014 è andato alla pakistana Malala Yousafzay e all’attivista indiano Kailash Satyarthi, “per la loro battaglia contro la repressione dei bambini e dei giovani e per il diritto di tutti i bambini all’educazione”. Nel 2009 il suo blog iniziò a essere pubblicato perfino dalla Bbc. Sotto falso nome, Malala denunciava la distruzione delle scuole femminili da parte dei talebani che le sottraevano la possibilità di avere un’educazione. La ragazza pachistana, ora 17enne, due anni fa fu vittima di un attentato da parte di un talebano, che le sparò in testa e al collo, a causa del suo impegno a sostegno del diritto delle bambine allo studio nella valle dello Swat e per essere una delle persone responsabili della diffusione del “secolarismo” in Pakistan.  Ai loro occhi, Malala rappresentava il simbolo degli infedeli. Fortunatamente, riuscì a sopravvivere grazie all’asportazione chirurgica dei proiettili che l’avevano colpita. Nel 2013 ha vinto il premio Sakharov per la libertà di pensiero ricevuto dal presidente del Parlamento europee Martin Schulz. Kailash Satyarthi ha invece 60 anni e si occupa di difendere i diritti dei minori, in modo particolare in India, e di contrastare lo sfruttamento sul lavoro degli stessi minori con la sua organizzazione Bachpan Bachao Andolan. È anche presidente dell’International Center on Child Labor and Education (ICCLE) con sede a Washington e nella sua attività ormai pluridecennale ha partecipato a numerose campagne internazionali, ed è stato presidente della Marcia Globale contro il lavoro minorile. Nel comunicato che accompagna il premio come sua motivazione, emesso dal Comitato del Nobel, si legge: “I bambini devono poter andare a scuola e non essere sfruttati per denaro. Nei Paesi più poveri del mondo, il 60 per cento della popolazione ha meno di 25 anni d’età; ed è un prerequisito per lo sviluppo pacifico del mondo che i diritti dei bambini e dei giovani vengano rispettati. Nelle aree devastate dalla guerra, in particolare gli abusi sui bambini portano al perpetuarsi della violenza generazione dopo generazione”.

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