Roberto Biscardini. Coronavirus, i decreti sono chiari, la situazione no. Cosa può fare la politica?

Roberto Biscardini. Coronavirus, i decreti sono chiari, la situazione no. Cosa può fare la politica?

Gli italiani si sono affidati ai decreti del Governo, per senso di responsabilità, per dovere e per paura. In un clima di crescente preoccupazione, perché se da un lato la malattia può espandersi ancora di più, in Italia  come nel mondo, dall’altro aumentano le incertezze. Stare a casa vuol dire evitare di diffondere il virus, ma dopo la quarantena la diffusione del virus si fermerà? E inoltre, non si può evitare di riflettere sui messaggi spesso contraddittori che arrivano da più parti. Il coronavirus è grave oppure non lo è così tanto? Si è fatto il giusto, c’è troppo allarmismo o si è fatto ancora poco? È molto diverso da una epidemia influenzale o no? Sembra meno letale di una normale influenza ma attacca le vie respiratorie. Il 10% dei contagiati hanno complicazioni polmonari che richiedono la rianimazione. Ma perché nel 1969, in occasione della “cinese” che fece in Italia miglia di vittime, non si ricorse a questo tipo di provvedimenti? E ancora, perché l’Italia ha assunto provvedimenti cosi drastici, che limitano le libertà personali e che infliggono alla nostra economia danni gravissimi, mentre l’Europa non si è ancora adeguata al nostro modello? Chi sta sbagliando?

Il professor Tarro in una recente intervista ci fa intravvedere la luce in fondo al tunnel, ma non riduce le nostre preoccupazioni. Alla domanda su quali terapie siano più consigliate, risponde: “In attesa della preparazione di un vaccino specifico, che possa prevenire l’ulteriore diffusione, prevista, secondo l’OMS, tra 18 mesi, bisogna tenere presente una terapia sintomatica e similare a quella dell’influenza stagionale, specialmente per i soggetti più anziani e con svariate patologie, che li rendono più sensibili al virus… Ovviamente gli anticorpi del plasma dei soggetti guariti rappresentano un logico impiego per aiutare i pazienti più gravi”.

E anche sulla politica non si sottrae: “Non c’è dubbio che il vantaggio di questa pandemia, che ha ridotto il boom economico della Cina ed ha affossato l’economia nazionale dell’Italia, va tutto, in primis, agli Stati Uniti… Per l’Italia, si tratta di aver commesso un suicidio economico: perché, nel rendere nota per prima l’epidemia da coronavirus, l’Italia non si è allineata alle altre nazioni europee rivali, in particolare Francia e Germania, che, pur avendo lo stesso problema epidemiologico, si sono ben guardate dal comunicarlo pubblicamente…”. Parole forti, che trovano conferme nei comportamenti ambigui di Francia  e Germania che hanno ritenuto, fino ad oggi, di non dover prendere provvedimenti drastici vantando una sanità migliore della nostra.

Ecco il punto, abbiamo quindi davanti il problema vero, quello della nostra sanità.

Siamo tutti costretti a stare a casa (e lo facciamo), stiamo deprimendo la nostra economia, rischiamo di mandare in fumo la forza già fragile del nostro sistema produttivo, ci stiamo indebitiamo ancora di più, l’occupazione è a rischio, ma non stiamo prendendo di petto la questione principale: il nostro sistema sanitario non è attrezzato a far fronte a questa epidemia, perché non funzionava già prima. Perché, al di là della dedizione, dei sacrifici e della preparazione tecnica e scientifica dei nostri operatori sanitari, il sistema negli anni è si era guastato. È stato depauperato e collassato, distruggendo il welfare per la difesa della salute di tutti che la riforma socialista degli anni ’60 aveva definito. E cosi ci troviamo un paese meno civile di quello che pensavamo di avere. Al sud un disastro, ma anche al nord le cose non vanno bene. Ci accorgiamo oggi, come se nulla fosse, che mancano in Italia 56 mila medici e 50 mila infermieri. Che in Lombardia negli ultimi dieci anni il numero dei medici è passato da circa 16 mila a 9 mila, più del 40% in meno. Ci rendiamo conto oggi che non abbiamo investito in strutture e apparecchiature come avremmo dovuto. Che è stato un errore mettere il numero chiuso nelle università, perché così facendo i medici oggi non ci sono e occorrono 11 anni tra facoltà e specializzazione per formarne uno. Abbiamo massacrato la medicina di base, i medici di base sono pochi e chi va in pensione non viene rimpiazzato. Ci siamo riempiti la bocca di quanto fosse eccellente il nostro sistema sanitario, per non parlare di quello lombardo, esportato in molte altre regioni, e ci accorgiamo oggi di come sia stato un errore l’aziendalizzazione del sistema. Una vera stupidaggine il taglio dei presìdi e dei posti letto. Per non parlare del delitto perfetto commesso ai danni di tutta la collettività, quando si sono regalati ai privati pezzi interi di sanità pubblica, per consentire loro di fare soldi e usare la salute come merce.

Ci ritorneremo. Per ora, e anche in questo momento, il dovere della politica non è quello di stare zitta, ma riflettere, studiare e proporre. Non rinunciando al diritto di parola e di critica, per indicare le cose da fare. Per costruire un futuro diverso, per reinventare tutto, a partire dalla riscoperta della parola “pubblico”.

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