Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. “L’Europa deve seppellire le politiche di austerità”

Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. “L’Europa deve seppellire le politiche di austerità”

Dopo un’ondata di scioperi e con la mediazione del premier Conte è stato raggiunto un accordo tra le parti sociali su salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. Tuttavia, l’accordo è stato sofferto a causa delle resistenze di Confindustria. Come giudica l’intera vicenda?

Molte proteste dei lavoratori sono state spontanee. Ciò è avvenuto anche perché si è creata una contraddizione: mentre la Fiat ha chiuso gli stabilimenti per creare le condizioni atte a salvaguardare i lavoratori dal rischio di contagio, altre aziende sono state assai meno solerti. A questa contraddizione va aggiunto il fatto che da anni si assiste a un progressivo peggioramento delle condizioni di lavoro all’interno delle fabbriche; dove registriamo una media di oltre tre morti al giorno per non parlare del numero abnorme di infortuni. Pertanto le proteste dei lavoratori sono state legittime, le resistenze di Confindustria incomprensibili e il governo ha fatto bene sia a convocare le parti sociali sia a esercitare le dovute pressioni per arrivare a un accordo sulla tutela della salute. Detto questo, e senza alcun intento critico, vorrei ricordare che il sistema produttivo italiano è fortemente mutato negli ultimi decenni. È diventato molto complesso. E questa complessità avrebbe richiesto la presenza di altri attori economici oltre a Confindustria. Penso ai trasporti, ai servizi e così via. So che in tal modo le cose si complicano perché gli interlocutori si moltiplicano. Tuttavia, alla fine guadagni tempo perché se ascolti solo una voce, per quanto autorevole qual è quella di Confindustria, poi devi modificare i provvedimenti presi. Come ad esempio nel caso della chiusura degli autogrill: prima sono stati chiusi e dopo le proteste dei camionisti si è dovuto riaprirli. Intendiamoci, correggere è positivo, ma il metodo non può essere quello di interloquire solo con gli industriali. Va coinvolta una platea molto più larga in modo da rispettare la complessità del sistema produttivo e coordinare gli interventi. Purtroppo la nomenclatura del nostro Paese ha scoperto la modernità solo per twittare. Usa la tecnologia solo per comunicare e non per imparare. Possibile che Facebook sappia come la pensiamo io e lei mentre il governo non conosce i problemi dei diversi settori produttivi?

Diffusione del coronavirus. La presidente della Banca centrale europea, Christine Lagarde, ha sostanzialmente detto che il problema non la riguarda. Come interpreta questo atteggiamento?

Molto negativamente. E non si è trattato di una gaffe come ho sentito dire dai più. La Lagarde è un personaggio navigato, ha ricoperto ruoli molto importanti e sa misurare le parole. È troppo comodo ritenere che si sia trattato di uno scivolone. Anche se siamo in pochi non sono l’unico a pensarla così. Sul Corriere della Sera di oggi (14 marzo, n.d.r.) Francesco Verderami ricostruisce molto bene quanto è accaduto. Le parole della Lagarde hanno provocato pericolose oscillazioni della Borsa e dato il via a speculazioni molto sospette, così come accadde nel 1992 e nel 2010. Praticamente dall’estero c’è chi ha tentato di acquistare con quattro soldi aziende strategiche del nostro Paese. Il Copasir si è riunito d’urgenza avviando un’indagine che chiamerà in causa anche la Banca d’Italia e su questa vicenda il presidente Mattarella è intervenuto con molta decisione, fatto inusuale dato che è noto il suo rispetto dei ruoli istituzionali. In tutto questo c’è da chiedersi perché la Consob non abbia detto niente. Occorre andare a fondo perché rispetto alla gestione Draghi ci troviamo dinanzi a una vera e propria inversione di rotta. C’è da stare molto attenti.

A differenza della Lagarde la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, si è dimostrata molto sensibile nei confronti del nostro Paese…

È vero. Credo che Von der Leyen si stia scostando dalle politiche del passato. La vedo molto più attenta alle ricadute sociali delle decisioni economiche. Nel caso del coronavirus quest’attenzione è emersa concretamente con un crescendo di finanziamenti che ha raggiunto i cinquanta miliardi di flessibilità. Fino ad arrivare a un’apertura politica fino a ieri inaspettata. Mi riferisco a quando ha detto “Siamo tutti italiani”. Apprezzo moltissimo, ma avrei preferito che avesse detto: siamo tutti europei. Perché il problema è proprio questo. Austria e Slovenia hanno chiuso le frontiere. Il che, mi sia consentito dire, è un errore. Il coronavirus non conosce frontiere. Se non si vuole rimanere stritolati occorre una posizione comune dell’Europa. Altra occorrenza strategica: fare un grosso investimento sulla ricerca perché, speriamo di no, ma potrebbero capitare altre emergenze sanitarie come quella che stiamo attraversando. In poche parole, l’Europa deve seppellire le politiche di austerità.

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