Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. “L’epidemia dimostra che bisogna tornare a investire sul Welfare”

Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. “L’epidemia dimostra che bisogna tornare a investire sul Welfare”

Una settimana fa si sperava che il coronavirus avrebbe rallentato la propria diffusione. Invece è accaduto il contrario. L’Italia è ormai di fatto in quarantena: scuole, università, tribunali, cinema, teatri chiusi, eventi sportivi rinviati, l’esercito mobilitato in alcune zone del Paese. Qual è la sua opinione su questa evoluzione?

È inutile discutere degli errori che sono stati compiuti. Direi invece che dobbiamo cogliere quanto sta avvenendo come un’occasione per riflettere sulla sottrazione di risorse alla sanità, alla ricerca, alla scuola e più in generale al welfare. Sottrazione che è avvenuta negli ultimi anni sia in Italia che in Europa. Detto tra parentesi, questo spiega anche perché i partiti della sinistra hanno perso così tanti consensi. Chiusa la parentesi e tornando al nostro tema, la continua erosione di fondi ha fatto sì che gli ospedali siano stati immaginati come una sorta di day hospital in cui il paziente, anche se ha ancora bisogno di cure, deve essere dimesso il più presto possibile pur di risparmiare sui costi della degenza e per la sempre più drammatica penuria di posti letto causata dalla chiusura di tanti piccoli ospedali. Il risultato è che la popolazione era maggiormente tutelata dieci o vent’anni fa rispetto a oggi. E oggi per far fronte all’emergenza il governo deve assumere in fretta e furia ventimila persone mentre i reparti di rianimazione stanno scoppiando e ci sono sempre meno posti per la terapia intensiva.

Una volta che il coronavirus sarà debellato cosa occorre fare?

Credo che i partiti debbano iniziare a realizzare delle riforme in cui non si pensi solo a risparmiare. Perché quando si pensa solo a risparmiare si fanno delle controriforme. Certo, gli sprechi vanno combattuti, ma vanno combattuti anche i tagli lineari. Proprio questi ultimi hanno prodotto l’inadeguatezza ad affrontare emergenze sanitarie come l’attuale. Fare le riforme significa inoltre altre due cose: la prima, tornare a considerare gli italiani come dei cittadini; la seconda, invertire la tendenza a costringerli a cavarsela ognuno per conto proprio, magari dandogli una provvidenza di ottanta euro e poi riducendo drasticamente i servizi pubblici, proprio a partire dalla sanità. Il coronavirus sta dimostrando la miopia di questo approccio.

Un’altra esigenza riguarda l’Europa. Lo dico con una battuta che spero non appaia irriverente: finora del coronavirus l’Europa si è lavata le mani. Non si può andare avanti così. Le istituzioni di Bruxelles devono recuperare rapidamente la propria dimensione sociale, non possono guardare solo ai mercati e alla finanza. Faccio un’osservazione un po’ forte. Quando la crisi economica lo richiedeva la Banca centrale europea è intervenuta e ha salvaguardato l’economia. In altre parole, è stata attiva, ha guidato i processi e preso delle decisioni. Ha potuto farlo in virtù del fatto che aveva gli strumenti per operare e un’autorevolezza da tutti riconosciuta. Ecco, l’Europa deve operare secondo questo modello anche su altri fronti perché restare per troppo tempo né carne né pesce espone a forti rischi di tenuta del sistema. Purtroppo, l’epidemia del coronavirus dimostra ancora una volta che l’Europa non è un’entità compiuta. Ha la moneta ma non ha una propria politica estera, non ha una propria politica sociale, non ha una propria politica fiscale. L’attuale emergenza sanitaria pone all’ordine del giorno la necessità di accelerare il processo di integrazione.

Oggi è l’8 marzo. La festa non si celebrerà con i tradizionali cortei a causa del coronavirus. Quale augurio rivolge alle donne?  

In un Paese come il nostro, dove prevale la conservazione, le donne rappresentano un fattore attivo. Si fanno sentire e stanno superando la logica di tipo difensivo che fino a qualche anno fa caratterizzava le loro rivendicazioni. Per me costituiscono una speranza perché possono spingere verso uno sviluppo compatibile con l’ambiente e con la società. Naturalmente non si può nascondere che sono ancora oggetto di discriminazioni e che non c’è ancora un utilizzo pieno delle loro risorse. Ma allo stesso tempo stanno entrando in ogni ganglio della società: la politica, il sindacato, la scienza, insomma sono presenti ovunque. E ovunque danno un contributo caratterizzato dalla loro identità di genere. In questo senso mi sembra che l’8 marzo sta diventando la festa di un’affermazione. E il mio augurio è che le donne si affermino sempre di più in ogni campo facendosi sentire sia sugli specifici problemi femminili sia sulle soluzioni da dare ai problemi generali del Paese.

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