Nuccio Iovene. L’insensato rumore di fondo del teatrino della politica

Nuccio Iovene. L’insensato rumore di fondo del teatrino della politica

Nelle settimane dell’avanzata del virus, della sua diffusione planetaria, della conta triste e implacabile dei contagiati e di chi non ce l’ha fatta, il teatrino della politica ed il chiacchiericcio dei suoi principali protagonisti appare come un fastidioso ed insensato rumore di fondo. Chiusi nelle nostre case, in attesa anche solo di un piccolo segnale di inversione di tendenza, impauriti e fiaccati, abbiamo assistito a leader mondiali passare in poche ore dalla negazione del pericolo alla dichiarazione dello stato d’emergenza per i loro Paesi, i sacerdoti del rigore monetario passare altrettanto velocemente (e per fortuna) dalla difesa delle regole precedenti l’affacciarsi della pandemia all’ammissione della necessità di politiche ed interventi in grado di sostenere una situazione che invece non ha appunto precedenti, e molti dei piccoli protagonisti di casa nostra (da Salvini alla Meloni, da Zaia a Fontana), come mosche impazzite, passare dalla responsabilità nazionale all’ostruzionismo istituzionale nella stessa giornata, dalla necessità di sostenere l’economia a quella di chiudere le fabbriche, incuranti delle loro incoerenze e inconsapevoli delle reali conseguenze del loro atteggiamento schizofrenico.

Nel Paese dei cento campanili e delle mille improvvisazioni (ordinanze di sindaci e presidenti di regione tra queste) anche le istituzioni sono messe a dura prova nel loro funzionamento e nella loro efficacia mentre tutte le priorità politiche che monopolizzavano il confronto solo fino a qualche settimana fa vengono spazzate via dalla gravità della situazione. Si pensi al pareggio di bilancio, ai vincoli europei, al taglio del welfare e dei servizi, compresa la sanità, al numero chiuso per accedere nelle università. Oggi, nell’emergenza, si scopre che siamo drammaticamente a corto di medici ed infermieri, che mancano i posti letto nelle terapie intensive e che il nostro Servizio Sanitario Nazionale (pur tra i migliori al mondo) fiaccato dalle cure e dalle ideologie liberiste di questi anni rischia di non reggere all’onda d’urto del Covid-19. Come in guerra si cerca di correre ai ripari reclutando giovani laureati da mandare al fronte e si prova a fare in pochi giorni quello che, se si fosse ascoltata la scienza ed i tanti segnali del recente passato, si sarebbe dovuto fare per tempo e con la dovuta lungimiranza. Pensate all’allucinante discussione di solo qualche mese fa sull’autonomia differenziata delle regioni, alle conseguenze che avrebbe avuto se fosse stata operativa in una circostanza come questa, dove quello che a tutti appare evidente come necessario ed indispensabile è l’esatto contrario: non un proliferare di piccoli centri di potere burocratici e clientelari, e neanche una distribuzione delle risorse diseguale che invece di mirare (in ossequio al dettato dell’articolo 3 della nostra Costituzione) a rimuovere le cause delle disuguaglianze nell’esercizio dei diritti e delle loro tutele (primo fra tutti quello alla salute) ne avrebbe accentuato le diversità e le disparità.

Si pensi oggi a quel ministro che incautamente disse, anni addietro, che con la cultura non si mangia e agli effetti che avranno sulla nostra e sulle altre economie la chiusura delle scuole e delle università, dei cinema e dei teatri, dei musei e delle gallerie d’arte, delle librerie e delle palestre, dei bar e dei ristoranti e di tutti i luoghi della socialità e dell’aggregazione politica ed associativa, dei porti e degli aeroporti, degli alberghi e dei siti del nostro immenso patrimonio culturale. E mentre cresce la consapevolezza che la durata di tutto questo non sarà breve, si rinviano il referendum costituzionale e probabilmente anche le elezioni regionali ed amministrative della tarda primavera potrebbero subire uno slittamento.

Insomma il virus non solo sta minando la salute di tanti nostri cari, ma ha già inciso profondamente sulle nostre abitudini e sul nostro modo di vivere, ha fatto cadere come un fragile castello di carte le priorità del dibattito politico degli ultimi mesi e sta spazzando via l’illusione che fra qualche tempo si possa riprendere tutto da lì dove ci si era fermati. Sarebbe da irresponsabili pensarlo. E invece occorre fare tesoro della tragica lezione che ci viene imposta in queste ore ed in questi giorni per ripensare radicalmente l’economia, il modello di sviluppo, far fronte ai cambiamenti climatici e mettere al centro la tutela dell’ambiente e della salute, il welfare e il lavoro. Se esistesse una sinistra all’altezza della situazione a questo dovrebbe pensare, su questo dovrebbe cominciare a lavorare.

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