Il pasticcio della data del referendum sul taglio dei parlamentari. Il 29 marzo ormai da escludere. Posticiparlo a quando? I promotori propongono giugno, ma il governo pensa all’election day il 17 maggio

Il pasticcio della data del referendum sul taglio dei parlamentari. Il 29 marzo ormai da escludere. Posticiparlo a quando? I promotori propongono giugno, ma il governo pensa all’election day il 17 maggio

Ci sono già due date, il 17 e il 31 maggio per un eventuale rinvio del Referendum sul taglio dei parlamentari, che l’emergenza sanitaria legata al coronavirus sembra ormai delineare. Ma sono date che, però, non soddisfano i promotori del quesito e i fautori del No. A decidere sarà in settimana il governo, forse prima del consiglio dei ministri di giovedì, che dovrà valutare i pro e i contro dello slittamento, tra i quali c’è il rischio di generare ulteriore allarmismo per il coronavirus. In ogni caso l’esecutivo dovrà avere il consenso di tutti i gruppi, comprese le opposizioni che già stasera vengono interpellate in vista del varo di un nuovo decreto per affrontare l’emergenza.

Dopo che nei giorni scorsi da più parti era stato chiesto il rinvio del Referendum, viste le difficoltà a fare la campagna elettorale, il ministro per le riforme Federico D’Incà ha fatto capire che il governo ne sta discutendo: “Per ora è confermato ma questa è la settimana per decidere se confermarlo o spostarlo a maggio insieme alle regionali. Decidiamo entro giovedì. Si deve dare la possibilità che ci sia campagna informativa ovunque, anche nelle zone rosse. E’ una valutazione da fare nei prossimi giorni ma certo è un grande passaggio di riforma istituzionale”. Proprio M5s guarderebbe con favore ad un accorpamento con le Regionali e le amministrative (il primo turno è il 17 maggio, il secondo il 31) perché porterebbe alle urne più cittadini, con maggiori chance di successo del Sì. Un minor concorso di elettori favorirebbe invece il No, perché i contrari al taglio andrebbero tutti ai seggi, mentre i favorevoli sarebbero meno motivati di fronte a difficoltà legate al protrarsi del coronavirus. Per spostare la consultazione popolare, ora in programma domenica 29 marzo, senza una nuova legge occorrerebbe un decreto del Presidente della Repubblica, da emanare entro il 23 marzo, così da far svolgere il referendum in una data compresa tra il 50esimo e il 70esimo giorno successivo al decreto.

Forse anche per questo i promotori del Referendum, i senatori Andrea Cangini, Nazario Pagano (Fi) e Tommaso Nannicini (Pd), hanno chiesto assieme a Emma Bonino (+Europa) sì un rinvio, ma di un mese, senza alcun accorpamento. Anche la Fondazione Einaudi, sostenitrice del No al taglio, preannuncia ricorsi in caso di ‘election day’ con le Regionali. “Rinviare il Referendum è doveroso a salvaguardia della democrazia, e così pure si deve evitare una sovrapposizione con le regionali” afferma la senatrice Tatjana Rojc (Pd), del comitato promotore nazionale e referente per il Friuli Venezia Giulia dei “Democratici per il No”, dopo che il ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà ha annunciato una decisione entro la settimana sulla consultazione elettorale. “Finora – spiega la senatrice – non ci sono state né ci sono tuttora le minime condizioni per garantire un’informazione adeguata della popolazione e un confronto tra le diverse posizioni. Lo stesso servizio pubblico radiotelevisivo dovrebbe risarcire ampi spazi di mancata informazione”. Per Rojc “con l’emergenza coronavirus in corso, con milioni di cittadini tagliati fuori dalla vita pubblica, è impensabile recuperare in 25 giorni una campagna referendaria mai cominciata. Auspico che non si vorrà sottovalutare questa consultazione, a prescindere da come la si pensi”. “Votare il 29 marzo è un attentato ai diritti civili e politici dei cittadini, così come configurato dall’articolo 294 del codice penale. Siamo di fronte a una violazione del diritto dei cittadini ad essere informati, anche a seguito della violazione dell’ordine impartito dall’AgCom alla Rai e da noi formalmente denunciato; l’impossibilità di tenere manifestazioni pubbliche in buona parte del paese; non c’è comunque certezza che il 29 marzo ci saranno le condizioni per tutti i cittadini di votare; perché ci risulta che le procedure per garantire il voto degli italiani all’estero sono molto in ritardo. Ribadiamo la richiesta di tenere il referendum il 29 maggio allungando ed aumentando i tempi della campagna di informazione e confronto” si legge in un comunicato del Partito Radicale. Favorevole all’accorpamento con le elezioni regionali di maggio è invece Stefano Ceccanti (Pd), il quale osserva che ciò eviterebbe tre tornate elettorali in poche settimane ed un’ulteriore chiusura delle scuole che ospitano i seggi. In ogni caso, quando si interviene su temi elettorali delicati, occorre il consenso di tutti i gruppi, comprese le opposizioni. I giuristi indicano un precedente: il 3 marzo 1996 il ministro dell’Interno Coronas convocò tutti i partiti per decidere insieme l’interpretazione condivisa di una norma riguardante l’annullamento delle schede nelle imminenti elezioni. Ed è quindi probabile che il premier Conte, già a partire dal vertice serale di Palazzo Chigi sul coronavirus, possa interpellare tutte le forze di maggioranza ed opposizione sulla questione.

Divergenti le interpretazioni sulle conseguenze politiche del rinvio di due mesi del quesito. Per alcuni si riaprirebbe la finestra entro cui è possibile andare a votare evitando anche il taglio degli eletti: ipotesi che lascia scettici molti, vista la crisi del coronavirus. Questi ritengono anzi che il rinvio renderebbe impossibile l’eventuale voto anticipato prima di novembre (dopo il Referendum vanno disegnati i collegi elettorali) e in pratica prima del febbraio 2021. In pratica alla vigilia del semestre bianco quando le elezioni anticipate sono vietate dalla Costituzione.

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