Il libro. Sergio Bellucci, L’industria dei sensi, Harpo editore. Il senso della vita nell’epoca della sua riproducibilità tecnica

Il libro. Sergio Bellucci, L’industria dei sensi, Harpo editore. Il senso della vita nell’epoca della sua riproducibilità tecnica

Ogni libro che si rispetti nutre almeno un’ambizione: interpretare un aspetto della realtà, offrire un punto di vista, denunciare una contraddizione, diffondere un messaggio politico, trasmettere valori, formare la coscienza del lettore. Ci sono poi libri che non si accontentano e le ambizioni appena elencate le abbracciano tutte. È il caso dell’ultima fatica di Sergio Bellucci: L’industria dei sensi, (HARPO editore, Roma 2019, 345 pagg., 18,00 euro).

Di cosa si occupa un libro che punta così in alto? Sostanzialmente dell’espansione quali-quantitativa del capitalismo cognitivo. Il quale tramite l’offerta sempre più mirata di beni e servizi determina il senso della vita dei consumatori: si è ciò che si possiede, si è ciò che si può comprare, ciò che appare di noi. Sul piano teorico si può dire che lo statuto della merce è mutato: non si esaurisce più nei classici valori d’uso e di scambio ma si sostanzia per il senso, il significato, l’esperienza che trasmette. Lo scopo? Adattare gli esseri umani alla logica del profitto e alla mercificazione di ogni cosa. Processo universale di reificazione che investe anche il sistema percettivo e che alla fine fa degli stessi individui una cosa tra le cose.

La corposa riflessione di Bellucci analizza il funzionamento di una macchina culturale, politica ed economica dalle dimensioni planetarie che si impadronisce del corpo e dell’anima delle persone. I cui più minuti e intimi comportamenti sono analizzati, previsti, pilotati e tuttavia richiedono la partecipazione intelligente degli interessati. Gregari al sistema produttivo e di consumo sì, ma gregari attivi. Una condizione inquietante in cui la libertà è vigilata, l’immaginario mediatizzato, le emozioni fabbricate. Detta così è una condizione degna di un romanzo di fantascienza. Invece è ormai costitutiva della nostra vita quotidiana, è la nostra normalità.

Come nasce, come si articola questo sconcertante apparato di macchinizzazione dell’essere? Portando alla loro massima efficacia gli strumenti del controllo sociale generati dalla modernità. Per Bellucci tali strumenti sono essenzialmente tre: i media, il marketing e la tecnologia. Il loro sviluppo e la loro integrazione ha dato vita all’Industria di Senso, ossia alla fabbricazione a tavolino del significato della vita in funzione del consumo, meglio, del consumismo. Significato su cui gran parte degli esseri umani organizzano la propria esistenza sinceramente convinti di pensare, desiderare e agire in piena autonomia.

Per spiegare come si sia arrivati a quella che, con Deleuze e Guattari, potremmo definire un’ontologia macchinica Bellucci compie un’operazione intellettuale oggi davvero coraggiosa. Sottolineiamo “oggi” perché in passato non era per niente così. Ci riferiamo a trenta, quarant’anni fa quando la discussione intorno al tema dell’alienazione, sia nel lavoro sia nel tempo libero, era talmente ampia da investire l’intera società e non solo i circuiti universitari. Ma in cosa consiste il coraggio di Bellucci? Nel riportare al centro del dibattito politico-culturale le principali categorie interpretative della Scuola di Francoforte e dell’Internazionale situazionista. Ossia: il concetto di industria culturale e quello di società dello spettacolo.

È bene avvertire il lettore che nell’università italiana, nei circuiti culturali alla moda, nelle terze pagine della stampa mainstream parlare oggi di Adorno, Horkheimer e Marcuse come autori imprescindibili per comprendere il nostro presente significa farsi ridere dietro. Se per una questione di bon ton non vieni insultato quantomeno sei compatito: roba vecchia, roba da nostalgici sessantottini è il minimo che potrebbe capitare di sentirsi dire. In quanto ai situazionisti l’opera di Guy Debord è ricordata da un sempre più ristretto manipolo di intellettuali e un giovane universitario dei nostri giorni difficilmente sarebbe in grado di andare oltre la lettura della seconda pagina di un libro come “La società dello spettacolo”. Perché? Come è potuto accadere? Semplice: il nativo digitale è stato scientificamente privato del pensiero critico proprio dall’industria di senso. Ovviamente se poi si va a vedere cosa propongono in alternativa i prof e i guru lanciati nella futura civiltà del silicio ti accorgi che sono fermi a Smith, Ricardo e Locke.

Uno dei meriti principali del lavoro di Bellucci è quello di essere in continuità col pensiero dei francofortesi e dei situazionisti sintonizzandolo con l’evoluzione determinata dall’avvento dell’economia digitale. Economia che sta stravolgendo il nostro modo di vivere, di lavorare e di pensare dando vita a una situazione sociale in transizione. Per Bellucci, tutto sommato i francofortesi avevano un’idea passivizzante del rapporto tra l’industria culturale e i suoi fruitori. I quali diventavano dei conformisti a tutto tondo caratterizzati dalla virtù dell’ubbidienza: ubbidienza all’autorità costituita, ubbidienza alle sirene della pubblicità, ubbidienza alle regole dell’economia liberista. Uno degli aspetti dell’attuale fase di transizione consiste invece nel fatto che l’industria di senso “è una struttura viva, un’industria che vive del rapporto dialettico tra la cultura, i sogni e i bisogni che produce con la propria azione e i risultati del suo incessante lavoro che trova condensati sul terreno sociale; un sistema in grado di innescare un rapporto dialettico permanente con la realtà nella quale è immerso e che affida, all’avanzare del senso sociale, un punto di ripartenza permanente del proprio divenire. Un corpo a corpo che basa proprio sulla capacità digestiva dei singoli e della collettività l’avanzamento del processo di formazione del senso”.

Come si vede il linguaggio di Bellucci procede per alti livelli di astrazione al fine di spiegare la transizione in atto sia del modo di produzione sia del modo di riproduzione della società. L’operazione teorica è molto ambiziosa e meriterebbe di suscitare un ampio dibattito non solo tra gli addetti ai lavori ma anche tra gli esponenti politici della sinistra, ai quali il libro si rivolge. Purtroppo, come si suol dire, qui casca l’asino. Perché gli esponenti politici della sinistra sono stati sordi alle denunce della Scuola di Francoforte e praticamente ignari del messaggio dei situazionisti. In tal modo negli anni ’80 non sono stati in grado di opporsi alla TV commerciale, cuore dell’industria di senso. La quale ha potuto iniziare a orientare masse enormi di spettatori verso un senso della vita funzionale agli interessi del mercato. Sia esso il mercato delle immagini, quello dei consumi, o quello del lavoro.

A tali passaggi Bellucci dedica il capitolo più consistente del suo libro. Capitolo in cui ripercorre la storia politica, economica e commerciale dell’industria di senso: dall’avvento del marketing durante la crisi del ’29 alla progressiva affermazione dell’industria culturale statunitense nel mondo. Riteniamo che si sia sottoposto a questa fatica perché, nonostante la lezione di Gramsci, ancora oggi il personale politico della sinistra non comprende che una canzoncina di successo, una fiction, un reality, un talk show, un film, uno spettacolo d’intrattenimento e così via possiedono una funzione politica in quanto offrono un modo d’essere, di vivere e di pensare. Prendiamo uno spot pubblicitario qualsiasi: è un comizio della merce, è la seducente e irresistibile proposta di una visione del mondo, visione che per affermarsi non ha bisogno di fondare un partito. Se si tiene conto che un bambino di appena dieci anni ha già visto centinaia di migliaia di spot pubblicitari si comprende come l’industria di senso abbia messo in piedi una macchina manipolativa di tale potenza da far impallidire qualsiasi dittatura del passato. E senza sparare un colpo. Non è necessario: nessun politico si oppone.

Si può contrastare il potere pervasivo dell’industria di senso? Bellucci è ottimista. Ritiene che proprio la politica sia lo strumento principale per spezzare il meccanismo di riproduzione tecnica del senso della vita. A patto che riesca a connettere una serie di istanze. Lasciamogli la parola: “E’ il rinnovato fronte della costruzione della percezione di sé come elemento collettivo, della costruzione di un’alterità nelle finalità del fare, la capacità organizzativa di indicare obiettivi comuni ed efficaci nell’indirizzare esiti in grado di cambiare gli equilibri”. Si tratta di un fronte eterogeneo, che va dalle critiche di Papa Francesco all’insensatezza dell’attuale sistema economico, all’autonoma produzione di contenuti sui social network, dal rilancio di un’idea di comunicazione intesa come bene pubblico a un uso alternativo della tecnologia. Le proposte continuano ma non vogliamo anticipare troppo per non togliere al lettore il gusto della scoperta. Il futuro ci dirà se la proposta politica di Bellucci troverà alleati per cambiare il presente stato di cose.

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