Gianna Fracassi. Il decreto Cura Italia va nella giusta direzione. Ma passata l’emergenza bisogna cambiare paradigma

Gianna Fracassi. Il decreto Cura Italia va nella giusta direzione. Ma passata l’emergenza bisogna cambiare paradigma

Gianna Fracassi, vicesegretario generale della Cgil con delega alle politiche dello sviluppo, nella notte il presidente della Repubblica ha firmato il decreto Cura Italia di marzo. Il ministro dell’Economia Gualtieri ha preannunciato che si sta già lavorando anche a quello di aprile. Oltre 120 articoli, 25 miliardi di risorse che a detta del premier dovrebbero attivarne fino a 350. Poi entreremo nel dettaglio delle misure, prima però vorremmo le tue considerazioni su una questione. Per salvare il Paese via libera ad investimenti e ad assunzione immediata di personale pubblico nei comparti sanità, protezione civile, forze dell’ordine. Una ricetta anche in passato suggerita da Corso di Italia…

È sempre brutto dire avevamo ragione, tanto più in un momento come questo, ma lo dicevamo da anni che era sbagliato trascurare, dimenticare, tagliare i presìdi di cittadinanza, le grandi reti pubbliche che tengono insieme il Paese, che costruiscono coesione sociale: sanità, scuola, pubblica amministrazione, servizi sociali. Dobbiamo dirlo con grande chiarezza, nel corso degli anni lo Stato ha abdicato al suo ruolo per una follia neoliberista che assegna al mercato la primazia su ogni cosa, si è abdicato a favore di una privatizzazione selvaggia, lo vediamo molto bene proprio sulla sanità. Voglio ricordare anche a quelli che oggi fanno donazioni milionarie che sono stati proprio loro a spogliare il sistema pubblico, a operare riduzioni di decine di miliardi, operazione che è stata sostenuta anche dalle politiche europee che hanno consigliato di fare interventi che avessero questa natura. Questa emergenza mette in evidenza una prima cosa, le politiche di austerity, quelle di riduzione dello spazio pubblico, quelle dei tagli lineari non solo non sono servite, ma sono controproducenti. È sotto gli occhi di tutti cosa comporta aver tagliato oltre 36 miliardi nel Sistema sanitario nazionale: la difficoltà nell’affrontare un’emergenza sanitaria che certo era imprevedibile ed è drammatica, senza quei tagli la risposta sarebbe stata più pronta ed efficace. È la Caporetto delle politiche di austerity e di riduzione dello spazio pubblico. Questo significa, però, che occorre determinare un cambiamento e questa necessità mi sembra si stia diffondendo in maniera prepotente anche tra i cittadini. Il primo cambiamento che occorre determinare è un rapporto diverso tra i bisogni dei cittadini e delle cittadine e le esigenze di spesa.

Fracassi, c’è una seconda questione, direi di assetto istituzionale, che questa emergenza sta portando alla ribalta…

Che qualcosa non funzionasse avevamo cominciato a capirlo dopo il disastroso terremoto del 2016, quando constatammo cosa ha significato la rottura di anelli di congiunzione sociale indeboliti da decenni di tagli alla spesa pubblica, dall’abolizione delle Province al blocco del turnover nella pubblica amministrazione hanno portato gli effetti che ben conosciamo sui territori coinvolti da quella vicenda. Il rapporto tra livelli istituzionali, l’architettura della catena decisionale era usurato e, nonostante tutto, voglio ricordare un dibattito molto in voga fino a poco tempo fa, c’era chi chiedeva di rispondere a questa usura con ulteriori elementi di rottura come l’autonomia differenziata. Nessuno si deve illudere di tornare a quelli che eravamo. Questo è il primo messaggio da lanciare. Quando tutto sarà passato non saremo gli stessi, né individualmente né come Paese né come collettività internazionale. Non sempre cambiare equivale a migliorare, ma sicuramente per migliorare occorre cambiare. Questo è un insegnamento che dobbiamo trarre da quello che sta accadendo nel nostro Paese.

Dall’emergenza sanitaria a quella economica e del lavoro. Intervenire oggi guardando a domani. Il dl lancia dei messaggi importanti: dalla norma contro i licenziamenti al bonus per le partite Iva. Quanto è stato recepito dal “Cura Italia” delle richieste sindacali?

Direi abbastanza. Il primo punto che voglio sottolineare è l’entità delle risorse che si mettono in campo. Voglio ricordare che fin da subito, era fine febbraio, quando si ragionava su un intervento minimale da mettere in campo è stata la Cgil per prima a chiedere di alzare il tiro. Dicemmo che qualunque operazione doveva partire dalle risorse equivalenti ad almeno un punto di Pil. Seconda questione che abbiamo messo anche sul tavolo del confronto con il governo, è che non potevano esserci fase 1 e fase 2, che occorresse da subito intervenire per salvaguardare il nostro sistema economico altrimenti ci saremmo trovati in una condizione di grandissima difficoltà. Questi due punti, io credo, nel dl sono stati assunti.

Entriamo nel merito dei provvedimenti.

Fin da subito abbiamo insistito su un elemento generale: prioritaria doveva essere l’attenzione al sistema sanitario a partire dal personale. Significa aumento delle assunzioni ma anche messa in sicurezza di tutti gli operatori e le operatrici in prima linea, e i dati sui contagiati tra medici e infermieri ci dicono che avevamo ragione. Anche su questo il dl dà delle prime risposte. La seconda questione è il lavoro. Dicemmo che nessuno doveva perdere l’occupazione, quindi bene lo stop ai licenziamenti dal 23 febbraio – era una nostra richiesta –, non ricordo nella storia un altro provvedimento di questa natura. E poi fortissimo sostegno al reddito, questo significa un intervento sugli ammortizzatori sociali molto consistente che possa provare a tener dentro tutti, anche il lavoro povero e frammentato. Su questo aspetto nel decreto qualche problemino ancora esiste. Ci sono poi tante persone che devono continuare a lavorare perché fanno parte di quei servizi essenziali che consentono di far funzionare il Paese, devono poterlo fare in assoluta sicurezza. Il decreto rafforza il Protocollo sottoscritto tra sindacati, parti datoriali e governo lo scorso fine settimana. Partendo da un punto che per noi è indiscutibile: si lavora solo ci sono le condizioni di sicurezza degli operatori.

Fermiamoci un momento sul sostegno al reddito. Il provvedimento sull’estensione della cassa integrazione a tutte le aziende, anche quelle con un solo dipendente, e poi il bonus per i lavoratori autonomi e stagionali, fino al fondo per il reddito di ultima istanza, anche se da questo pacchetto è rimasto escluso il lavoro domestico e questo è un problema, ma a tuo giudizio si sta andando finalmente verso un sistema universale di ammortizzatori sociali?

Sicuramente l’intervento sul sostegno al reddito è stato caratterizzato dal fatto che sono saltate tutte le eccezioni e le limitazioni, si è spinto verso una definizione unica delle causali – Covid-19 – semplificando la possibilità di accedere agli strumenti. Penso che questo sia un elemento dal quale non solo non si torna indietro ma anche di grande riflessione, probabilmente è arrivata l’ora di rivedere in via ordinaria tutti gli strumenti di sostegno al reddito per estenderli anche a coloro che fino a ieri non potevano usufruirne.

In Italia c’è una sola azienda produttrice di respiratori artificiali e una di mascherine chirurgiche. Un altro esempio malato di assenza di politiche industriali “pubbliche”. Il Provvedimento indica alcune filiere produttive su cui in questa fase concentrare gli interventi economici, ti pare di intravvedere un inizio di politica industriale coerente?

Questo è un tema molto importante. È da decenni che in Italia non solo non esiste un pensiero di politiche industriali, ma non esistono nemmeno politiche industriali coerenti con le grandi sfide globali, dalla digitalizzazione al cambiamento climatico. Oggi scopriamo che anche rispetto a filiere produttive essenziali, non soltanto in fase di emergenza, siamo assolutamente scoperti. Questa evidenza sta rompendo il tabù dell’intervento pubblico in economia, anzi dell’agire diretto dello Stato per l’approvvigionamento di beni ritenuti essenziali. Stiamo procedendo a una riconversione industriale assistita dallo Stato che decide qual è la filiera di intervento importante per i bisogni della collettività e riconverte, appunto, alcune produzioni. Chiedo, perché non fare questo anche per affrontare le grandi necessità e i grandi bisogni sul versante industriale che questo Paese aveva e continuerà ad avere? Quando lanciammo l’idea di un’Agenzia per lo sviluppo, di necessità di coordinamento e di ruolo da protagonista dello Stato, stavamo parlando esattamente di questo. Quali sono i bisogni del Paese? Come si fa ad orientare le politiche industriali per rispondere a questi bisogni? Se non c’è un ruolo forte di guida e di individuazione delle filiere strategiche il mercato da solo non lo fa.

Altra questione che questa vicenda ci sbatte addosso con forza. L’Occidente ha demandato a Paesi come Cina, India e Vietnam la produzione di beni a basso valore aggiunto come le preziose mascherine e il profitto viene ottenuto con lo sfruttamento del lavoro.

Questione centrale da affrontare un minuto dopo la fine dell’emergenza. Non so, però, se oggi esista una condivisione larga della necessità di un cambiamento profondo del paradigma economico basato sul profitto e sulla rendita. Ad oggi direi che questa consapevolezza, nemmeno di fronte alla crisi globale nella quale ci troviamo, sia maturata. Sono però convinta che ci arriveremo. Proprio perché le economie e le catene del valore sono così interconnesse, quello che sta succedendo rimetterà in discussione alcune regole che ci siamo dati e forse farà tornare non all’autarchia, come alcuni neosovranisti vorrebbero, ma a una maggiore attenzione ai bisogni di chi lavora e ai territori. Proprio su questo versante l’Unione europea dovrà saper svolgere una funzione importante. In passato il Vecchio continente ha svolto un ruolo fondamentale proprio sul fronte dei diritti sociali e del lavoro, penso sia arrivato il momento che questo grande merito del passato torni a quella stagione per costruire le politiche economiche e sociali che si metteranno in campo, in Europa e nel mondo.

Il Coronavirus ha mandato in soffitta il fiscal compact e il principio del pareggio di bilancio. Che ruolo dovrebbe giocare oggi l’Europa? E poi, finita l’emergenza si ricomincia dai vecchi dogmi?

La lettura dei giornali di questi giorni racconta di un non adeguato intervento delle diverse istituzioni europei rispetto alle necessità del momento. È il frutto anche, ma non solo, di una non unità tra i diversi paesi. Penso però che se gli interventi che si metteranno in campo non saranno all’insegna del superamento dei vecchi paradigmi, l’Unione europea rischia di naufragare. Per intenderci non basta un po’ di flessibilità in più. Occorre superare fiscal compact e pareggio di bilancio, occorre fare gli eurobond e si devono fare subito. Non ci si può attardare in discussioni tra chi sarebbe rigorista e chi no. Così come deve essere chiaro a tutti che finita l’emergenza Covid non si torna alle politiche di prima.

Fracassi, terminiamo da dove siamo partite: gli investimenti. L’emergenza sanitaria finirà e “andrà tutto bene”. Sarà proprio allora che occorrerà mettere in campo nuove risorse, occorre pensarci oggi per essere pronti, dove trovarle e dove indirizzarle? 

Il decreto di cui stiamo parlando è un primo provvedimento, ne è già stato annunciato un secondo che dovrebbe contenere interventi più legati allo slancio da dare all’economia. Sono piuttosto pessimista, penso che di decreti ne serviranno vari perché l’emergenza sanitaria ed economica lo richiederà. Ritengo, ad esempio, che sugli ammortizzatori sociali occorrerà fare di più per stagionali e invisibili come riders, personale domestico. Abbiamo alcune filiere: turismo, cultura, agroalimentare che sono in profondissima crisi o rischiano di entrarvi. Avremo bisogno di allargare le misure messe in campo e avremo bisogno di sostenere ancora chi sta dando sicurezza al Paese, in primo luogo medici, infermieri, personale tecnico, addetti alle pulizie e alla sanificazione degli ospedali. Ma occorre pensare anche ai lavoratori e alle lavoratrici della grande distribuzione, della filiera alimentare, affermando ad esempio che la domenica debbono poter riposare e i turni di lavoro non possono essere così massacranti. Così come occorre un’attenzione particolare per gli addetti alla logistica, settore anch’esso essenziale. Insomma, bisogna ricordare e valorizzare il fatto che ci sono uomini e donne che facendo una cosa “straordinaria”, il proprio lavoro, consentono al Paese di resistere e superare questa fase. L’emergenza finirà, allora si porrà il grande tema di investimenti per ripartire. Le risorse le dovremmo trovare anche andando oltre quel 3.3 di deficit/Pil. Insomma, penso abbiamo e dovremo avere il diritto di sforare tutti i parametri, dovremo poter fare qualunque cosa per evitare che l’Italia precipiti in una crisi troppo nera. E molto dovranno fare anche quelli a cui non piace pagare le tasse. Se avessimo avuto quegli oltre 100 miliardi di mancati introiti fiscali l’anno non ci troveremmo con l’emergenza dei posti di terapia intensiva. Alcuni provvedimenti per il recupero dell’evasione fiscale hanno cominciato a funzionare, per fortuna si è riusciti a mettere da parte un tesoretto di quasi 8 miliardi, ma ora non c’è più tempo. Il Paese si salva se tutti insieme ci assumiamo la responsabilità del futuro.

Da Rassegna.it

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