Coronavirus: da anti Hiv al Tocilizumab, i farmaci allo studio

Coronavirus: da anti Hiv al Tocilizumab, i farmaci allo studio

Antiretrovirali, antimalarici, anticorpi e persino cellule staminali. I farmaci che sono in corso di sperimentazione per contrastare l’infezione di coronavirus nel mondo sono davvero tanti e tra questi alcuni sono stati proprio individuati in Italia. Il primo e più noto caso è quello del farmaco che è stato sperimentato con successo all’Ospedale Cotugno di Napoli su due pazienti in terapia intensiva per effetto di una polmonite scatenata dal coronavirus. Si tratta del Tocilizumab, una molecola pensata per combattere l’artrite reumatoide prodotta da Roche che è stata autorizzata anche in Cina e che la stessa filiale italiana della multinazionale farmaceutica ha dichiarato di voler mettere a disposizione degli ospedali italiani per far fronte all’emergenza in corso. Il farmaco è stato in grado di contrastare la risposta autoimmune scatenata dal virus e responsabile della sindrome respiratoria acuta che colpisce le persone infette da coronavirus. Impegnato sul fronte della ricerca al farmaco giusto c’è anche l’Istituto di biostrutture e bioimmagini (Ibb) del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Qui un gruppo guidato da Rita Berisio ha cominciato a studiare diverse molecole contro il Covid-19. Un punto di partenza degli scienziati è stato uno studio condotto da un gruppo di ricercatori della Texas University, pubblicato sulla rivista Science, dal quale è emerso che – come il virus della Sars, cugino molto stretto di Covid-19 e per questo ribattezzato Sars-Cov2 – il coronavirus usa una proteina detta “spike” per ancorarsi alla serratura delle cellule umane. “Questo virus si lega in maniera più forte ai recettori umani, detti Ace2, quindi – spiega Berisio – c’è una ragione molecolare che lo rende più contagioso. Tra le varie strade intraprese, stiamo cercando di sviluppare molecole in grado di inibire l’attacco del virus rendendolo meno offensivo. L’interazione tra le spike del virus e i recettori Ace2, infatti, è così importante che alcuni organismi, per esempio i ratti, non si infettano perché presentano un recettore Ace2 un po’ diverso dal nostro”.

Allo Spallanzani di Roma invece hanno iniziato, fin dai primi due casi dei coniugi cinesi trovati positivi a Roma agli inizi di febbraio a somministrare due farmaci antivirali: il lopinavir/ritonavir e il remdesivir. Il primo in realtà è una associazione farmacologica, ovvero un farmaco che nella stessa capsula contiene due diversi principi attivi. I due farmaci vengono somministrati congiuntamente per potenziare gli effetti che hanno sull’organismo e vengono utilizzati per la terapia anti HIV negli adulti e nei bambini di età superiore almeno ai due anni. Il secondo farmaco che è stato somministrato ai due pazienti è invece il remdesivir. Si tratta di un nuovo farmaco più sperimentale prodotto da Gilead come farmaco contro il virus di Ebola e Marburg. Il farmaco è stato sviluppato molto velocemente per poter essere impiegato nell’epidemia di Ebola del 2013-2016 in Africa Occidentale, e dopo i test sugli animali, venne somministrato a un paziente. Il farmaco è stato poi utilizzato nel corso dell’epidemia di Ebola del 2018 in Congo dove è stato dichiarato inefficace dai funzionari sanitari. In occasione di questa nuova emergenza legata al coronavirus, Gilead ha messo a disposizione il suo farmaco, che in fase sperimentale si era dimostrato attivo nei confronti dei virus Sars e Mers (della stessa famiglia di 2019-nCOV, quello responsabile dell’attuale focolaio epidemico in Cina) per l’uso in un piccolo numero di pazienti con il coronavirus in Cina. Tra i pazienti affetti da coronavirus cui è stato somministrato il remdesivir c’è stato anche il primo paziente americano. La Cina ha presentato richiesta di brevettazione per il farmaco per le sue applicazioni terapeutiche contro le infezioni da coronavirus. La richiesta arriva a valle di alcune sperimentazioni che sono state effettuate proprio a Wuhan in cui il farmaco è stato somministrato insieme ad un’altra molecola, la clorochina, un farmaco esistente per la malaria. Gli studi suggeriscono che blocca il virus SARS correlato replicando e invadendo le cellule e che funzioni contro il virus Covid-19. Le linee guida per il trattamento in Cina ora raccomandano due dosi da 500 milligrammi al giorno.

Oltre a queste terapia sono allo studio anche altre molecole. Per esempio una casa farmaceutica giapponese, Takeda, sta sviluppando un farmaco usando parti del sistema immunitario prelevate dal plasma delle persone contagiate dal nuovo coronavirus e poi guarite. Il trattamento funziona trasferendo gli anticorpi che combattono la malattia dai pazienti guariti alle persone che stanno ancora lottando contro la malattia. L’idea è che l’organismo dei malati possa utilizzare gli anticorpi trasferiti, invece di doverli produrre da soli da zero. Questa strategia è stata utilizzata per combattere in passato l’Ebola, ma potrebbe essere necessario più di un paziente guarito per curare una singola persona malata. Quindi potrebbe non essere un trattamento che sarà usato da tutti. Gli ospedali cinesi hanno affermato che stanno già utilizzando la terapia, ma solo sui propri pazienti. Non esiste infatti un farmaco prodotto in serie. La terapia a cui sta lavorando Takeda si chiama “terapia derivata dal plasma” perché si basa proprio sul plasma delle persone che sono guarite. Il plasma trasporta le cellule del sangue, i nutrienti e gli ormoni attraverso i vasi sanguigni e costituisce circa la metà di tutto il sangue. Trasporta anche anticorpi, che sono proteine che il corpo produce per distruggere batteri o virus quando causano un’infezione. Se una persona non è mai stata esposta a un virus o a un batterio prima – come nel caso di tutti coloro che sono stati contagiati dal nuovo coronavirus – non hanno anticorpi e si ammalano mentre l’organismo impiega del tempo per produrre gli anticorpi giusti. Iniettare gli anticorpi di qualcuno che li ha già può far risparmiare tempo e aiuta il paziente a combattere più rapidamente la malattia. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha affermato che la terapia derivata dal plasma è una strategia “molto importante” e Greg Poland, scienziato della Mayo Clinic in Minnesota, ha dichiarato che “vale sicuramente la pena provare”. Takeda, che chiamerà il trattamento TAK-888, ha precisato che potrebbe essere utilizzato solo da un numero esiguo di malati. Nella migliore delle ipotesi per ogni paziente guarito se ne potrà curare un altro.

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