Valter Vecellio. Paolo Mieli e le “stragi” che non sono di Stato

Valter Vecellio. Paolo Mieli e le “stragi” che non sono di Stato

Anni ’70 e in particolare la bomba che provoca una strage alla Banca dell’Agricoltura a piazza Fontana a Milano (dicembre 1969): Paolo Mieli lamenta che si tratta di pagine di storia che vengono raccontate “nel modo peggiore”. Si può convenire. Aggiunge: “Quando per piazza Fontana, per quello che è accaduto il 12 dicembre 1969, si è scritto ‘strage di Stato’ è stata detta una cosa sbagliata. E parlo anche per me…nessun uomo di Stato ha dato ordini di uccidere, perché l’apparato è una cosa diversa. Nessuno può sussurrarmi in un orecchio il nome di un ministro dell’epoca come colpevole di quella stagione di sangue, perché non esiste”. Per quel che riguarda gli anni ’70 certa divulgazione storiografica cristallizza tutta quella stagione con la famosa fotografia che ritrae un ragazzo col volto coperto da un passamontagna e una pistola tra le mani, impegnato a sparare contro degli agenti. C’è stato anche quello, e sono stati giorni terribili, fino al sequestro di Aldo Moro e oltre.

Ma gli anni ’70 sono anche stati gli anni dello Statuto dei Lavoratori; della riforma sanitaria; dell’obbligo al vaccino anti-polio; della legge sul divorzio; l’abrogazione degli articoli fascisti del codice penale che punivano l’interruzione di gravidanza; del nuovo diritto di famiglia; della legge sull’affermazione di coscienza; del voto ai diciottenni; dell’abolizione del regime manicomiale… Basta così? Quegli anni sono stati anni di grandi riforme e progresso civile e sociale. Ma per tornare alle bombe del 1969: fior di sentenze certificano che le bombe a Milano e Roma del 12 dicembre e anche quelle precedenti, facevano parte di un piano ordito dall’Ufficio Affari riservati che aveva la sua sede nel ministero dell’Interno ed era guidato da Umberto Federico D’Amato. I “manovali” degli attentati i neo-fascisti del triveneto di Ordine Nuovo (Franco Freda, Giovanni Ventura, ecc.). Un ruolo significativo viene giocato da un agente dei servizi segreti, Guido Giannettini; dopo gli attentati, gli esecutori vengono protetti e aiutati ad espatriare, e le indagini a lungo depistate, le prove nascoste e occultate, da alti dirigenti del SID, come Gianadelio Maletti, Silvano Russomanno e Antonio La Bruna. Ora, delle due, l’una: D’Amato, Maletti, Giannettini, La Bruna, Russomanno, erano o no uomini dello Stato? (Non parliamo poi della lunga successiva catena di attentati e stragi, fino a quella di Bologna del 2 agosto). Non c’è dubbio che altri uomini dello Stato (e se ne citano, qui, solo due: il commissario Pasquale Iuliano, il magistrato Emilio Alessandrini), si sono impegnati allo spasimo per accertare fatti, mandanti, esecutori, colpevoli. A loro vada eterna gratitudine.

Mieli dice che non esiste nessun ministro dell’epoca che risulti colpevole. Ha ragione per quello che riguarda i ministri. Ma lo Stato si identifica e si circoscrive ai soli ministri? Che significa sostenere che “l’apparato è una cosa diversa”? L’apparato dello Stato, piaccia o no, è parte integrante dello Stato.  Si può parlare legittimamente di “inquinamento”; perfino di “deviazioni” (ma vent’anni di “deviazioni” finiscono con il costituire una linea retta); ma quegli apparati operavano dal ministero dell’Interno e di altre istituzioni: erano parte dello Stato, eccome, e per anni neppure con un ruolo marginale…

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