Roberto Bertoni. Joshua Wong, la rivoluzione gentile

Roberto Bertoni. Joshua Wong, la rivoluzione gentile

Delle proteste di Hong Kong sappiamo quasi tutto. Gli ombrelli, le piazze, le manifestazioni, le strade invase di dimostranti che chiedono dignità, diritti, democrazia, futuro e prospettive a una Cina sempre più opprimente e autoritaria. Joshua Wong, ventitre anni, stiamo imparando progressivamente a conoscerlo, anche grazie al libro che ha dato alle stampe per Feltrinelli, intitolato “Noi siamo la rivoluzione” e incentrato sulle sue battaglie, le sue speranze, i suoi sogni. È una storia intensa, la sua, caratterizzata da un impegno politico cominciato da giovanissimo e proseguito senza requie, attraverso la mobilitazione, la sensibilizzazione dell’opinione pubblica sul tema cruciale della democrazia ma, più che mai, la fondazione di Demosistō, il partito che sta guidando il movimento popolare che fa tremare Pechino e i suoi equilibri apparentemente granitici. Una storia incredibile, se si pensa che parliamo di un ragazzo che ha già conosciuto il carcere, la persecuzione, la violenza, come accadde, a suo tempo, a Martin Luther King, come è accaduto ai partigiani o ai cecoslovacchi di Charta 77 in lotta contro l’oppressione del governo filosovietico. Il che testimonia quante ingiustizie siano ancora presenti nel mondo e quanto sia sbagliato, da parte nostra, dare per scontati dei princìpi e delle condizioni socio-politiche che scontate non sono affatto, per le quali molti popoli sono ancora in battaglia e che noi stessi abbiamo ricevuto in eredità dai nostri nonni, costretti a conquistarsi la libertà a costo, in molti casi, della propria stessa vita.

Joshua Wong sorprende per la sua maturità, per la potenza delle sue parole, per l’incredibile carisma che lo caratterizza, per i suoi occhi espressivi, per i suoi sguardi che scrutano il domani e, soprattutto, per la sua incrollabile forza d’animo, come se avesse la certezza che qualcosa sia comunque destinato a mutare.

Joshua, con la sua mitezza, sta diventando un’icona globale, un modello di resistenza civile pacifica e costruttiva, uno dei simboli di una generazione determinata a cambiare il mondo e a modificarne le innumerevoli storture.

Joshua come Alexandria Ocasio-Cortez, come Emma González, come la nostra Elly Schlein e come la prossima classe dirigente americana di cui parla Charlotte Alter in un saggio intitolato “The ones we’ve been waiting for” (“Quelli che stiamo aspettando”), ci dice chiaramente che i ventenni e i trentenni sono ormai pronti a mettersi in cammino e che il decennio appena iniziato sarà il loro, senza rottamazioni né grida di sorta. Sarà una rivoluzione gentile, speriamo pacifica anche in un contesto difficile e delicato come quello di Hong Kong, e indubbiamente favorirà l’affermarsi di un nuovo paradigma economico e di un nuovo modello di sviluppo. Wong aggiunge a queste doverose riflessioni quella sul diritto all’autodeterminazione dei popoli, candidandosi forse ad essere il primo presidente di una Hong Kong finalmente libera dal giogo cinese e non più costretta a sottostare a leggi inique e, di fatto, coloniali. Al momento, sembra uno scenario futuristico, probabilmente irrealizzabile nell’immediato, ma poi uno lo guarda negli occhi, in quei suoi occhi così giovani eppure già così seri e consapevoli, e si rende conto che Joshua non si fermerà fino a quando non avrà raggiunto il proprio obiettivo.

Se ci pensate, la libertà di Hong Kong è anche la nostra, anche se purtroppo, per provincialismo e autoreferenzialità, non ci rendiamo conto di quanto siano universali determinati valori.

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