Patrizio Paolinelli. I 70 anni della Uil. L’auspicio di Giorgio Benvenuto: i sindacati italiani ritrovino al più presto l’unità

Patrizio Paolinelli. I 70 anni della Uil. L’auspicio di Giorgio Benvenuto: i sindacati italiani ritrovino al più presto l’unità

Quest’anno ricorre il settantesimo anniversario della fondazione della UIL. Quali sono state le premesse che hanno condotto alla nascita di questa organizzazione?

Il sindacato unitario venne ricostituito nel 1944 con il Patto di Roma e prese il nome di Confederazione Generale del Lavoro (Cgil, n.d.r.). La fase unitaria durò fino al 1948. Seguirono due anni molto tormentati perché il sindacato era organizzato per componenti politiche in quanto non esistevano le regole sull’autonomia che si consolideranno successivamente. Nel ’48 ci fu la prima scissione: uscirono i democristiani che costituirono la Libera Cgil. La quale due anni dopo si trasformò in Cisl. Nel 1950 ci fu la seconda scissione, quella dei socialdemocratici di Saragat e dei repubblicani, che condusse alla costituzione della Federazione Italiana dei Lavoratori. Una formazione che ebbe vita breve e da cui nacque la Uil. I comunisti, come è noto, invece rimasero compatti nella Cgil.

Gli anni dal ’48 al ’50 segnarono un periodo di grande polemica che non giovò al movimento dei lavoratori…

Fu un periodo di divisioni, di paralisi contrattuale e dell’azione politica che invece tra il ’44 e il ’48 era stata molto forte. Comunque nel 1950 il panorama sindacale si assestò restando quello che conosciamo ancora oggi. Una volta rotta l’unità sindacale iniziò un periodo difficile perché la rottura tra Cgil e Cisl fu verticale. La Uil rappresentava forze meno numerose rispetto alle altre due organizzazioni sindacali, ma si trattava comunque di forze importanti che facevano capo ai repubblicani, ai socialisti e ai riformisti. In poche parole, a coloro che guardavano all’universo laico e all’occidente.

Perché la Uil fece quella scelta?

Perché nacque rifiutando la logica del mondo spaccato in due dalla guerra fredda. Conseguentemente la Uil rifiutò il bipolarismo sindacale e tuttavia realisticamente prese atto che l’unità tra le organizzazioni dei lavoratori non era possibile. Nonostante ciò si adoperò da subito per realizzare un’unità d’azione delle rappresentanze dei lavoratori almeno sulle grandi questioni come ad esempio le procedure sui licenziamenti individuali, su quelli collettivi e sull’elezione delle commissioni interne.

Si trattò di una strategia vincente?

Direi proprio di sì. Nel 1953 e negli anni immediatamente successivi si verificano una serie di eventi che apriranno un grande spazio per la Uil. Mi riferisco al fallimento della legge truffa, che doveva rafforzare il centrismo, alle aperture internazionali che presero il via dopo la morte di Stalin, alla rivolta in Ungheria e alla rottura dei socialisti del patto di unità d’azione con i comunisti. Nel 1955 la Uil ottiene un successo clamoroso nelle elezioni delle commissioni interne alla Fiat e allo stesso tempo spinge fortemente sia per la realizzazione del centrosinistra nel nostro Paese sia per l’unificazione delle forze che si rifanno al socialismo.

A settant’anni di distanza cosa è cambiato?

Sul piano delle grandi scelte ideali direi nulla. A partire dai fondatori e continuando con i dirigenti che seguirono, la Uil ha sempre avuto la caratteristica di pensare in grande, ossia di guardare al di là degli steccati ideologici e dei confini nazionali dando vita a un’organizzazione che gestisce una politica in linea con la tradizione occidentale, democratica e legata all’esperienza degli altri sindacati europei. Bisogna dire che questa visione si è affermata e oggi la Uil è un’organizzazione robusta, rappresentativa e una protagonista indiscussa della vita sindacale italiana. È un sindacato con un’identità ben definita, fortemente riformatore, legato all’eredità del pensiero di Bruno Buozzi, ai partiti di ispirazione socialista e che conserva al suo interno una parte della tradizione laica repubblicana. A tutti gli effetti è stata una visione delle cose molto lungimirante. Tant’è che negli ultimi anni la Uil si è ulteriormente rafforzata. Celebrare i settant’anni di vita significa che è utile e necessario continuare su questa strada affrontando le nuove sfide che il mondo di oggi ci chiama ad affrontare.

Perché Carmelo Barbagallo ha rilanciato il tema dell’unità sindacale?

Per molti motivi. Perché attraversiamo un momento di trasformazione epocale del mondo del lavoro, perché le disuguaglianze sociali stanno aumentando a dismisura, perché con l’innovazione tecnologica l’economia sta cambiando radicalmente, perché il welfare è sotto attacco, perché le aziende puntano a risparmiare soprattutto sul lavoro, trasferiscono le proprie attività nei Paesi dove pagano meno tasse, sfruttano terribilmente la forza-lavoro e perché c’è la tendenza a considerare il sindacato come qualcosa di superato. In questa situazione, anzi, direi in questa fase di transizione storica c’è il rischio concreto che i lavoratori siano ridotti a dei meri esecutori, a dei robot che devono rinunciare alla loro identità e alla loro conoscenza. Dunque il sindacato è quanto mai necessario. Ma se il sindacato è diviso è più debole, mentre la globalizzazione richiede soggetti collettivi forti se vogliono contrastare gli effetti negativi che la stessa globalizzazione produce.

Qual è stato l’atteggiamento della Cgil e della Cisl rispetto alla proposta di Barbagallo?

Direi positivo nonostante le vecchie rotture sul contratto dei metalmeccanici e le diverse posizioni sul Jobs Act. Negli ultimi due anni però si sta ricostituendo un’unità d’azione. Oggi registriamo una posizione comune dei sindacati sulle politiche economiche e sempre di più sono le iniziative di carattere unitario. Pertanto mi sembra che l’appello di Barbagallo non sia caduto nel vuoto. L’augurio che mi sento di fare alla Uil come alla Cgil e alla Cisl è di continuare sulla strada che porta all’unità. Se posso dire la mia penso però che questo processo vada accelerato. E va accelerato perché l’innovazione tecnologica e il mutamento dei processi di produzione non aspettano nessuno. Consideri poi che oggi le decisioni si prendono a livello europeo se non addirittura mondiale e dunque bisogna contare anche al di fuori dei confini nazionali. Perciò l’unità, la sintonia tra le organizzazioni dei lavoratori va ricercata non solo tra i sindacati italiani ma anche con quelli di altri Paesi. Oggi il parlamento europeo sta discutendo del proprio bilancio e il sindacato non ha voce in capitolo. Questo significa essere tagliati fuori da decisioni che poi investono tutti i cittadini del nostro continente. Ecco perché il sindacato deve unirsi. D’altra parte la storia del movimento dei lavoratori degli ultimi settant’anni dimostra che le maggiori conquiste si ottengono quando si sta insieme e che quando tra i sindacati ci si conta non si conta.

Lei è stato segretario della Uil dal ’76 al ’92. A ventotto anni di distanza quali sono le differenze principali tra la Uil di ieri e la Uil di oggi?

Sono orgoglioso del fatto che la Uil sia rimasta fedele all’idea del sindacato dei cittadini e all’idea dell’unità delle rappresentanze dei lavoratori. So che i problemi di oggi sono più complicati di quelli che ho avuto io. Certo, negli anni in cui ero segretario il sindacato ha vissuto una fase in cui ha dovuto contrastare la strategia della tensione, il terrorismo e tante divisioni. Ma per fortuna quella stagione è alle spalle. Oggi il sindacato deve affrontare i problemi innescati dalla globalizzazione. Primo fra tutti la tendenza a risparmiare sui lavoratori negando di fatto la loro dignità. Credo che in questo momento storico vada ripristinata l’idea-guida secondo la quale i lavoratori non sono al servizio del mercato, della globalizzazione e della tecnologia, ma al contrario, mercato, globalizzazione e tecnologia devono essere al servizio del lavoro.

La differenza tra la Uil di ieri e quella di oggi non sta dunque nei principi di base ma nei problemi da affrontare. Il più importante dei quali mi sembra sia quello della partecipazione dei lavoratori alle grandi innovazioni che stanno sconvolgendo il mondo della produzione. La direzione della globalizzazione va invece in senso contrario. Basti pensare a quei ragazzi in bicicletta che consegnano il cibo a domicilio e che sono gestiti dall’intelligenza artificiale. Riuscire a contare all’interno dei processi innovativi è la grande battaglia del sindacato del XXI secolo. E per vincerla penso si debba cambiare prospettiva. Non voglio apparire massimalista, ma se un tempo si diceva che il sindacato doveva resistere un minuto più del padrone, oggi bisogna dire che il sindacato deve conoscere un libro in più del padrone.

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