Leonardo Ercoli. Prescrizione penale: il tempo è galantuomo?

Leonardo Ercoli. Prescrizione penale: il tempo è galantuomo?

In queste ultime settimane il dibattito sulla prescrizione è tornato in Parlamento e sulle prime pagine dei giornali arrivando perfino a minacciare la stabilità di Governo. Dalla riforma Bonafede al lodo Conte bis e forse addirittura con la partecipazione del Milleproroghe, la prescrizione penale sembra non trovare pace tra chi la sostiene e chi la vorrebbe modificare. Non sappiamo quale sarà l’epilogo delle attuali convulsioni della maggioranza governativa sulla prescrizione, ma una cosa è certa: per quel che riguarda i princìpi della nostra civiltà giuridica stiamo assistendo a un triste spettacolo. È bene allora fare un po’ di chiarezza su questo antico istituto giuridico del diritto penale.

Per prescrizione si intende l’estinzione di un reato a seguito del trascorrere di un determinato periodo di tempo, trascorso il quale la pretesa punitiva dello Stato si allenta perché si è perso il valore della pena intesa nella sua funzione rieducativa e quindi viene meno l’interesse dello Stato a punire. In Italia la prescrizione interviene quando trascorre un numero di anni pari alla pena massima prevista per il reato commesso. Contando eventuali sospensioni e interruzioni del processo in alcuni casi questo periodo può essere esteso fino alla durata massima della pena aumentata di un quarto. Trascorso tale periodo senza che la persona accusata sia stata giudicata essa non è più processabile o punibile.

L’istituto della prescrizione esiste in quasi tutti i Paesi dotati di diritto romano e detti di “civil law”. Anche dall’estero sono arrivate richieste di riformare la prescrizione e di renderla più simile agli altri Paesi europei. Si pensi che il GRECO (Groupe d’États contre la corruption, un’organizzazione del Consiglio d’Europa) ha definito la prescrizione come un ostacolo alla lotta alla corruzione perché incentiva tattiche dilatorie da parte degli avvocati e dunque la Commissione sosteneva di guardare con favore alla proposta di sospendere i termini della prescrizione dopo una condanna di primo grado.

Il parere della Commissione è stato pienamente accolto e recepito dalla legge 3 del 2019, meglio conosciuta come “Spazzacorrotti”. È proprio dalla mezzanotte del 1° gennaio 2020 che è entrata in vigore la riforma della prescrizione approvata dal primo governo Conte lo scorso anno e contenuta nel disegno di legge anticorruzione. La legge 3 del 2019, entrata in vigore il 1° gennaio 2020, è legge dello Stato. La riforma, fortemente voluta dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede e dal Movimento 5 Stelle, prevede il blocco assoluto della prescrizione dopo la sentenza di primo grado. Con la riforma nessun processo finirà mai in prescrizione se è arrivato almeno a una sentenza di primo grado.

Secondo la disciplina attualmente in vigore, la prescrizione dei reati inizia a decorrere dal giorno in cui il fatto è stato commesso e non si blocca fino a quando non viene emessa sentenza. L’incertezza maggiore riguarda l’atteggiamento di Italia Viva che forse voterà la fiducia o forse si batterà per una sospensione lunga, cioè un rinvio della riforma Bonafede che nel frattempo è stata “modificata” dal cosiddetto “Lodo Conte Bis”, definito da alcuni penalisti un mostro giuridico per complessità e stranezza di concetti.

A differenza della riforma Bonafede il “Lodo Conte Bis” introduce una bizzarra distinzione per chi è assolto in primo grado, mentre la prescrizione continua a decorrere invece per chi è condannato ma si sospende se poi quest’ultimo è assolto in appello recuperando anche il tempo della precedente sospensione. Un tortuoso marchingegno che non considera l’attuale complessa disciplina delle impugnazioni e crea un’incredibile confusione giuridica.

Con 49 no a 40 sì le commissioni congiunte Affari Costituzionali e Bilancio della Camera hanno bocciato il “Lodo Annibali”, l’emendamento di Italia Viva al Milleproroghe per rinviare di un anno la riforma Bonafede. C’è chi sostiene che serva una politica per cambiare il Codice Rocco per intervenire con una necessaria serenità su una riforma più complessiva della giustizia penale poiché su un tema che afferisce ai diritti fondamentali sanciti dalla Carta Costituzionale non si possa procedere con riforme spot minacciando i princìpi di civiltà giuridica.

*Avvocato penalista

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