IntesaSanpaolo mangia UbiBanca. Parte dei soci contrari all’operazione, Unicredit, Bper. I sindacati vogliono vederci chiaro. Tutelare i lavoratori. Licenziamenti volontari, concordati e ingresso dei giovani. Muta il volto del sistema creditizio

IntesaSanpaolo mangia UbiBanca. Parte dei soci contrari all’operazione, Unicredit, Bper. I sindacati vogliono vederci chiaro. Tutelare i lavoratori. Licenziamenti volontari, concordati e ingresso dei giovani. Muta il volto del sistema creditizio

I sindacati vogliono vedere chiaro nei piani che, uno dopo l’altro, vengono presentati  nel quadro di un possibile riassetto dell’intero settore bancario del nostro paese. Ma non sono solo i sindacati a muoversi. A fronte della operazione Intesa Sanpaolo, di concerto con Unipol che vuole mangiare Ubi Banca, molto critici sono i soci del patto Car che aggrega il 18% del capitale dell’Istituto che comprende al suo interno le fondazioni Cuneo e Pavia, i soci bergamaschi e il nucleo storico degli azionisti bresciani. “L’offerta pubblica di scambio di Intesa Sanpaolo di concerto con Unipol, come prospettata, appare ostile, non concordata, non coerente con i valori impliciti di Ubi e dunque inaccettabile”. Questa la posizione espressa dai soci del patto Car. Una posizione che  fa il paio con quanto espresso dal management di Ubi che avrebbe appreso dai media della proposta avanzata dall’ad di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina.

Torniamo alle prese di posizione dei sindacati che a fronte delle ristrutturazioni dovute alle nuove tecnologie che consentono il “fai da te” per una serie di operazioni di sportello, hanno messo in campo una “strategia”, se così si può chiamare, che si fonda sulle dimissioni volontarie da parte di dipendenti che possono utilizzare il “fondo” e, in contemporanea, l’assunzione di giovani  con pieni diritti, senza passare da periodi di “noviziato” con stipendi inferiori. Le operazioni di cui si parla, i piani industriali già presentati e quelli che verranno creano non poche preoccupazioni per il futuro. A rischio l’operazione “uno ogni due”. Entra un giovane ogni due dipendenti che lasciano volontariamente il lavoro. Trattative molto difficili che pongono non pochi problemi alle organizzazioni sindacali sempre più impegnate in vertenze difficili. Devono fare i conti non solo con le nuove tecnologie, mischiare nuove e vecchie professionalità, salvaguardare al massimo possibile i posti di lavoro, operare per salvare le agenzie territoriali, specie nelle periferie urbane dei grandi centri e nei paesi, quelli più piccoli, destinati a veder scomparire la banca, e non è compito dei più facili. Intere regioni verranno coinvolte. Prendiamo l’annuncio arrivato in modo del tutto inusuale da parte di Intesa Sanpaolo che intende acquisire Ubi Banca tramite offerta pubblica di scambio, che è stato accolto dagli amministratori di Ubi con molti dubbi, che hanno fatto presente di non essere al corrente dei progetti di Intesa Sanpaolo. C’è da crederci? Dicono che hanno appreso dalle agenzie di stampa le intenzioni del grande gruppo, tanto meno delle intenzioni di ridurre, come annunciato dall’ad di Intesa,  il personale di ben 5 mila unità assumendo 2.500 giovani. Scatterebbe la formula “licenzio (volontariamente ndr) due, prendo uno”, si direbbe in termini commerciali. Ma si tratta di persone in carne ed ossa, con professionalità che verrebbero disperse, risorse umane insomma che possono ancora dare un contributo  importante al nostro paese.

Grande preoccupazione dei sindacati per operazioni che coinvolgono l’intera filiera del credito nei territori

Dai sindacati viene espressa grande preoccupazione per queste operazioni che coinvolgono l’intera filiera del credito. In particolare dopo la presa di posizione delle organizzazioni aderenti a Cgil, Cisl, Uil, della Fabi nel merito della operazione Intesa Sanpaolo, per quanto fino ad oggi è noto,  prendono posizione  Fisac Cgil Marche e Cgil Marche, una regione dove più si fanno sentire  i piani industriali presentati a metà febbraio che danno il senso della ampiezza delle operazioni in corso da parte di Unicredit e Ubi (Piano “Stand alone”) che, scrive Fisal, “sono state l’anteprima  dell’operazione annunciata da Intesa San Paolo”. L’operazione Intesa Sanpaolo coinvolge anche Bper  Banca che nasce nel 1992 per iniziativa di Bper Banca con l’obiettivo di creare una realtà in cui ogni banca possa sfruttare le sinergie di un grande gruppo, mantenendo però autonomia operativa  e radicamento territoriale. “Serietà, trasparenza e professionalità sono i valori di fondo che ispirano il modo di fare Banca del Gruppo BPER”, così si presenta, “con la volontà di favorire in ogni contesto il piccolo risparmio delle famiglie e le risorse delle imprese, concependo l’esercizio del credito come strumento di sviluppo e di promozione del territorio”. Conta  quattro Banche commerciali –  così  si presenta il gruppo – tutte autonome e ben radicate nei diversi territori di appartenenza. Oltre agli istituti di credito, il Gruppo comprende anche numerose Società prodotto (risparmio gestito, credito personale, leasing e factoring) e strumentali. Notano  Cgil e  Fisac Cgil Marche che l’operazione Intesa Sanpaolo “coinvolge anche Bper in un accordo di acquisizione di sportelli nelle aree dove l’unione tra le due banche porterà a una quota di mercato superiore a quanto consentito dall’autorità Antitrust. Piani e movimenti che complessivamente toccano banche con quasi 200 mila dipendenti. Tali operazioni non possono che preoccupare i lavoratori del settore e il sindacato”, commentano Fisac Cgil Marche e Cgil Marche, che avevano già espresso preoccupazioni per le ricadute dell’annunciato piano di ristrutturazione del Gruppo Unicredit sul personale bancario e sull’economia della regione Marche.

Le Marche al centro  delle operazioni Unicredit e Ubi che nel territorio rappresentano tra il 25 e il 30 % delle quote di mercato

“La banca – spiegano le due organizzazioni sindacali – ha annunciato una chiusura complessiva nazionale di 450 filiali con esuberi per oltre 6 mila dipendenti entro il 2023, ricorrendo espressamente anche alla mobilità professionale e territoriale dei dipendenti. Nelle Marche, Unicredit ha circa 460 dipendenti con una quarantina di sportelli (di cui già 28 con servizi ad operatività ridotta); di questi, due sportelli sono in chiusura nel prossimo mese. Molto più complessa – prosegue  la nota sindacale – l’operazione in Ubi, che nelle Marche rappresenta tra il 25 e il 30% della quota di mercato. In questo caso si presentano due scenari, un piano industriale concepito Stand Alone (di fatto superato lo stesso giorno della sua presentazione) che prevede oltre 2.030 esuberi, 2.360 riqualificazioni professionali e la chiusura di 175 sportelli (con ovvie problematiche anche di mobilità)”.

Il Piano di Intesa prevede, a regime, 5.000 uscite volontarie compensate da un 50% di nuove assunzioni e la cessione di 400-500 sportelli a Bper di cui 44 potrebbero essere concentrati nelle Marche. “Da un lato – commentano Fisac e Cgil – si annunciano chiusure di sportelli in linea di continuità con la riduzione di servizi e desertificazione bancaria nelle Marche: erano 1.206 nel 2010, passati poi a 844 nel 2018, pari al -30% (dati Bankitalia), ulteriormente scesi nel 2019 a 825 (dati elaborati dalla Fisac nazionale) soprattutto a discapito dei piccoli centri e delle zone montane colpite dal terremoto. Dall’altro lato, nel caso la proposta Intesa fosse accettata, si prevedrebbe nelle Marche la cessione di numerosi sportelli inclusi dipendenti a Bper, per il momento senza alcuna indicazione chiara circa il loro futuro e le modalità di passaggio”. Le organizzazioni sindacali “esigono ulteriori dettagli dell’operazione e vigileranno affinché non vi siano impatti negativi sui lavoratori, territori e sulle loro popolazioni. Inoltre le fuoriuscite volontarie dovranno essere accompagnate da nuove assunzioni sul territorio, ma anche mantenute le lavorazioni nei locali centri direzionali e nelle unità decentrate senza ricorso ad esternalizzazioni. Ricordiamo – concludono Fisac e Cgil Marche – infine che le Marche sono una regione che ha già pagato in termini occupazionali in passato, subendo una riduzione, tra il 2011 e il 2018, di quasi il 30% degli occupati nel settore credito passando da 9.072 (dati Banca d’Italia) a 6.406 contro una media nazionale di diminuzione della popolazione bancaria del 13,3%”.

Le “famiglie” che detengono parte del capitale sociale Ubi: è una banca sana, stabile, redditizia 

Torniamo alle notizie che filtrano dalla riunione dei soci che si sono riuniti a Palazzo Madama ed hanno rilevato di dover “tutelare il loro investimento e la banca con i suoi territori di riferimento” e sottolineato di essersi “impegnati in un progetto di medio e lungo periodo”. I soci del patto hanno ricordato inoltre che “Ubi è una Banca sana, stabile, redditizia, ben gestita per competenze, risorse umane, competitiva e riconosciuta sul mercato di riferimento, realtà centrale per il sistema socio-economico del Paese”. Il Car inoltre non esclude di poter aumentare la sua quota nella banca: “Non escludiamo nulla”, ha detto Mario Cera, componente del comitato direttivo del patto. Al Car aderiscono Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo che detiene il 5,91%, la Fondazione Banca del Monte di Lombardia con il 3,95% e cinque azionisti bergamaschi: la Polifin della famiglia Bosatelli 2,85%, la Next Investment Srl che fa capo alla famiglia Bombassei 1,005%, P4P Int e la famiglia Pilenga 1,005%, Radici Group e la famiglia Gianni Radici 1,044%, Scame Spa e la famiglia Andreoletti 1,011%. A questi si aggiunge la famiglia Gussalli Beretta di Brescia con l’1 per cento. L’obiettivo di Intesa Sanpaolo era quello di ottenere l’ok da almeno il 66,67% del capitale con la riserva, ora  da prendere in considerazione, di portarla al 50 per cento. Stando alle notizie diffuse dalla stampa specializzate, Carlo Messina, l’ad di Intesa, ha sottolineato che “l’operazione può creare valore per gli azionisti di entrambi i gruppi e che era inevitabile non concordare l’operazione. Non si poteva fare diversamente”, sottolineando che “ci sono zero possibilità di aumentare il prezzo di offerta”. Poi ha ricordato che “è impossibile per una banca come la nostra, che è una delle banche più forti in Europa, fare una transazione senza alcuna implicazione positiva da parte del Supervisore, la Bce – ha detto Messina – secondo cui l’operazione è in linea con le aspettative della Bce che da tempo invoca un consolidamento del settore. Secondo il mio punto di vista – ha affermato il manager – in Europa dobbiamo creare dei campioni che competano con i gruppi basati in Usa e Cina e la nostra è la prima mossa in Europa per creare un campione più forte ma, secondo me, altre operazioni seguiranno nei prossimi mesi”.

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