Roberto Bertoni. 2020: che anno sarà?

Roberto Bertoni. 2020: che anno sarà?
A differenza del bilancio dell’anno che sta per concludersi, tracciato la scorsa settimana sulla base di dati e fatti concreti, quest’articolo si basa su sensazioni, speranze e analisi in prospettiva, dunque non può che risentire della nostra visione del mondo e di quel misto di ottimismo e pessimismo che da sempre caratterizza noi commentatori.  Non c’è dubbio che il 2020 sarà un anno molto difficile, delicatissimo per quanto concerne gli equilibri globali, a cominciare da quelli climatici e ambientali per cui si parla, ormai espressamente, di punto di non ritorno. Pare infatti, stando agli studi scientifici e alla battaglia della giovane attivista Greta Thunberg, che per il mondo i giorni siano contati e non sia più possibile tornare indietro. Se entro il prossimo anno non avverrà un’inversione di rotta, le conseguenze saranno catastrofiche, in termini di eventi tragici e cambiamenti climatici devastanti (mentre scrivo, ricorrono i quindici anni dallo tsunami che nel 2004 si abbatté sul Sud-est asiatico, provocando oltre duecentomila morti), con un’ulteriore innalzamento delle temperature e del livello dei mari, lo scioglimento dei ghiacciai antartici e la dissoluzione di una parte delle vette dei monti, con inevitabili slavine e perdite di vite umane.
A complicare il tutto c’è il voto americano. È noto a tutti, infatti, che Trump sia uno dei principali negazionisti dei cambiamenti climatici, un presidente che ha vinto grazie ai voti “sporchi” della Rust Belt, la cinghia della ruggine operaia degli stati maggiormente colpiti dalla globalizzazione e dalla delocalizzazione di fabbriche e industrie, e non intenda in alcun modo rinunciare ai voti di chi vive grazie al carbone e alle emissioni inquinanti che ne derivano. Come è ovvio che non abbia alcuna intenzione di porre l’America nel contesto internazionale che dovrebbe esserle proprio, preferendo continuare a inseguire un sovranismo da operetta che nessuno, nemmeno loro, si può più permettere e che causerà disastri di cui pagheremo il conto per decenni. Il ritiro dagli accordi di Parigi sul clima, le continue minacce di dazi, le intese ballerine con la Cina (vediamo quanto durerà quella raggiunta in queste ore), l’atteggiamento bellicoso nei confronti della Corea del Nord e, soprattutto, dell’Iran, il sostegno aperto all’Arabia Saudita, l’ambiguità verso la Turchia e le oscillazioni al cospetto della Russia di Putin, intento a rinverdire i fasti dell’era sovietica con una posa da zar: questa è la cifra geopolitica del trumpismo.
Un protagonista, nel bene e nel male, come ben sanno i democratici che, a breve, saranno impegnati nelle primarie per la scelta del candidato da opporre a Trump, con il socialista Sanders sostenuto da tutta l’ala sinistra del partito, a cominciare da figure emergenti come Alexandria Ocasio-Cortez e Ilhan Omar, e la capitalista moderata Warren che in questi giorni ha incassato l’apertura di Barack Obama. Un appoggio che, se dovesse concretizzarsi, sarebbe certamente di peso, specie se si considera che uno dei candidati in corsa è Joe Biden, già vice di Obama alla Casa Bianca ma, a detta di molti, inadatto alla nuova fase apertasi nel 2016 con la sconfitta di Hillary Clinton. Biden, difatti, è il candidato ideale di un’America che non esiste più: bianca, benestante, centrista, moderata, attenta ai diritti civili ma sostanzialmente reaganiana per quanto riguarda i temi sociali ed economici. Un’America travolta dalla crisi, che la stessa amministrazione Obama ha saputo fronteggiare fino a un certo punto, priva di certezze e punti di riferimento, con ragazzi che escono da prestigiose università ma non trovano occasioni di lavoro all’altezza delle proprie aspettative e, pertanto, non sanno come ripagare un debito studentesco il più delle volte assai oneroso. Un’America fragile e impaurita, dunque, che non ha bisogno né del superomismo trumpista né delle rassicurazioni stucchevoli e terzaviiste di Biden e, meno che mai, della casata di miliardi di Bloomberg, il più inadeguato fra i candidati, forse persino più dello stesso Trump. Un magnate ricco a stramiliardi, già sindaco di New York per tre mandati, una sorta di repubblicratico, metà repubblicano e metà democratico, un po’ Reagan e un po’ Clinton, un altro figlio di una storia ormai finita, di un’America che non esiste più, di un sogno di ricchezza e benessere che è morto l’11 settembre 2001. Un candidato, oltretutto, prettamente newyorkese, in nulla dissimile da Trump se non per l’antipatia personale che li contrappone, dettata probabilmente, nel caso di Bloomberg, anche da un pizzico d’invidia per la riuscita scalata al potere dell’arcinemico e arcirivale. Se i democratici dovessero affidarsi a uno fra Biden e Bloomberg, la sconfitta temo che sarebbe inevitabile e addirittura meritata. Sanders e Warren, dal canto loro, dovrebbero affrettarsi a ufficializzare il ticket. Chi dei due dovesse essere in testa dopo il Supertuesday di inizio marzo, o comunque entro aprile, dovrebbe chiedere all’altro di ritirarsi, appoggiarlo, aiutarlo a scrivere il programma elettorale e cominciare a dettare l’agenda al Paese, recuperando il concetto gramsciano di egemonia culturale che anche nella sinistra americana sta iniziando ad attecchire.
Al termine del quarantennio tragico liberista, è tempo di una svolta globale: il 2020 è un anno spartiacque e, se dovesse rivincere Trump, sarebbe davvero la fine di moltissime cose, compreso probabilmente lo stesso Occidente, le sue conquiste democratiche e l’esempio che ha costituito per decenni in fatto di diritti e libertà. Del resto, lo abbiamo già visto con l’affermazione di Johnson nel Regno Unito: sarà il premier, certo, ma di quattro nazioni in guerra fra loro e con se stesse, cioè governerà sulle macerie di un ex impero che ormai non è più né una potenza globale né un’invincibile armata sui mari né un colosso geopolitico ma semplicemente l’ombra di se stesso e della gloria che fu. Un gigante con i piedi d’argilla, reso ancor più fragile dalla fine del Secolo breve e da allora alla disperata ricerca di un ruolo nel mondo. Diciamo che il Regno Unito potrebbe assurgere, dunque, a emblema della superbia, quando l’arroganza travalica il limite consentito e porta a compiere sciocchezze che poi si pagano per decenni. Ottenuta la Brexit, avranno inizio i guai e non è detto che una personalità debole e discutibile come quella di Johnson sia in grado di condurre un universo frastagliato e litigioso come quello che è chiamato a governare fuori dalle secche di un pantano in cui ha contribuito attivamente a farlo sprofondare.
Quanto alla Francia, il prossimo anno sarà decisivo per Macron e per le sorti del paese. Qualora il nostro non dovesse riuscire a invertire la rotta e, anzi, le sue politiche liberiste e anti-sociali dovessero aggravarsi, il rischio di un dilagare dell’estrema destra lepenista si trasformerebbe in realtà, con buona pace di quanti non hanno ancora capito che il blairismo, in tutte le sue declinazioni, è stato la rovina mondiale della sinistra. Anche per la Spagna il 2020 sarà un anno cruciale, in quanto capiremo se davvero il pericolo di una secessione catalana possa concretizzarsi e se il PSOE e, soprattutto, Podemos siano in grado di dar finalmente vita a un esecutivo degno di questo nome, dopo aver assistito a ben quattro elezioni infruttuose nell’arco di quattro anni. Se non dovessero farcela, i franchisti di VOX e un Partido Popular spostato più a destra che mai non avrebbero più argini. La Germania, dal canto suo, vivrà il penultimo anno dell’era Merkel, a meno che la nuova guida socialdemocratica, marcatamente di sinistra, non decida di far cadere il governo e anticipare di un anno le elezioni, magari provando ad allearsi con i Verdi e la Linke. Degnissimo proposito ma, per come è ridotta l’Europa e alla luce dell’instabilità francese, ci permettiamo di consigliare anche ai giovani della Jusos di portare un po’ di pazienza: non vorremmo che per disarcionare la Cancelliera ormai in disarmo e accelerarne la fine, si consegnasse la Germania a una CDU in mano ai bavaresi della CSU, ossia molto più a destra, e soprattutto ad Alternative für Deutschland, cioè a un partito che ritiene che il paese non debba scusarsi per ciò che ha compiuto durante la Seconda guerra mondiale e negli anni del nazismo. Dopo aver visto la Merkel in visita ad Auschwitz, sarebbe opportuno un sovrappiù di buonsenso anche da parte dei futuri avversari.
Quanto a Israele, un altro stato che naviga a vista, in preda a un’incertezza che non si registrava da decenni, bisognerà capire se e quando avrà fine la disastrosa stagione di governo di Netanyahu (che peraltro ha appena rivinto le primarie del Likud e, pertanto, sarà nuovamente candidato premier alle elezioni di marzo) e quali equilibri si verranno a creare nei prossimi anni. Dubitiamo che si possa assistere a una ripresa dei laburisti mentre temiamo fortemente uno spostamento ancora più a destra dell’intero assetto politico e un inasprirsi della crisi di Gaza e della questione palestinese, con tensioni che finirebbero in breve tempo on l’interessare l’intera regione: dal Libano alla Giordania passando per il solito Iran, in un intreccio drammatico con il voto americano di novembre.
In Sudamerica, bisognerà vedere cosa accadrà in Bolivia e in Venezuela, ossia se l’Operazione Condor in sedicesimo cui stiamo assistendo da circa un anno sarà portata alle estreme conseguenze o se verrà concesso un minimo di autonomia a un continente già martoriato da mille problemi. Stesso discorso per il Cile, dove abbiamo assistito increduli a una revanche dei metodi di Pinochet nei confronti dei manifestanti in lotta contro le politiche disumane del disastroso presidente Piñera. Ci sarà, inoltre, da monitorare l’Amazzonia, auspicando che il Trump di Brasilia, al secolo Bolsonaro, esaurisca presto la sua parabola politica perché altrimenti, oltre ai brasiliani e agli indios che vivono nella foresta, saranno i polmoni dell’umanità a pagare un prezzo altissimo.
In Africa, bisognerà capire che cosa ne sarà dell’area subsahariana, quale sarà il futuro delle ex colonie francesi e se e come verrà stabilizzata la Libia, ormai un ex stato diviso fra Tripolitania e Cirenaica, con un personaggio incapace di assumere una decisione che sia una, al-Sarraj, e un uomo forte, il generale Haftar, cui però devono essere posti dei paletti, innanzitutto umanitari, non secondari. Senza contare la crisi che sta squassando l’Algeria, la fragile democrazia tunisina e l’Egitto di al-Sisi, dove il governo Gentiloni ha indegnamente rimandato l’ambasciatore italiano senza aver ottenuto neanche un brandello di verità in merito all’uccisione di Giulio Regeni. Il risultato di questo cedimento unilaterale è stato la consacrazione dello stato di minorità dell’Italia sullo scacchiere internazionale: una perdita di credibilità senza precedenti e dannosissima per le relazioni future con qualunque altra nazione, sia inferiore che superiore all’Egitto.
In Asia, infine, gli snodi cruciali saranno costituiti dalla crisi di Hong Kong e dai rapporti, non solo commerciali, fra la declinante America trumpista e l’arrembante Cina del nuovo Mao, al secolo Xi Jinping. E ovviamente le due questioni sono strettamente intrecciate e decisive nel contesto internazionale, probabilmente anche per determinare chi sarà il prossimo inquilino della Casa Bianca.
Delle complesse prospettive italiane ce ne occuperemo la prossima settimana, dopo aver ascoltato il messaggio di fine anno del presidente Mattarella che, a nostro giudizio, non sarà rituale ma di indirizzo e, pertanto, cruciale per le sorti della legislatura e del Paese.
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